SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIACOMO NOVENTA


LA VITA E LE OPERE DI
GIACOMO NOVENTA

“MA SON (PARCHE’ NO DIRLO?) SON UN POETA”:
Questo verso, tratto dalla poesia “Fusse un poeta” del 1938,
è perfetto per introdurre un personaggio di grande rilievo
nella vita culturale italiana del Novecento come Giacomo Noventa.


Giacomo Noventa in realtà si chiamava Giacomo Cà Zorzi, e nacque a Noventa di Piave nel 1898. Proveniva da una famiglia dell’agiata nobiltà terriera. La famiglia viveva in una villa di stampo palladiano, che fungeva da sede dell’azienda agricola: un perfetto esempio di “villa veneta” del Settecento.
Ultimo di cinque fratelli, Giacomo frequentò la scuola nel suo paese natale e a San Donà, per terminare il suo ciclo di studi al Liceo “Foscarini” di Venezia.
Giacomo si fece notare subito per il carattere ribelle, finché, dopo un ennesimo rimprovero, venne espulso dall’istituto (oppure ritirato dai genitori: non si sa bene come andò). Dopo aver lasciato il Foscarini e la Laguna, il giovane Noventa si trasferì a Udine, dove in facoltà di esterno frequentò la quinta ginnasiale e due anni di liceo. Nel frattempo, siamo nel 1915 e Giacomo ha 17 anni, l’Italia entra in guerra contro l’Austria-Ungheria. Probabilmente Giacomo era stato contagiato dalle manifestazioni interventiste, o era stanco della vita del liceo; fatto sta che di punto in bianco scappò da Udine e andò ad arruolarsi volontario.

L’esercito, oltre a respingerlo (che era naturale) lo fermò e mandò a chiamare il padre perché andasse a riprendersi Giacomo. Dopo la notte in guardina Noventa ritornò a casa, ma ci restò poco: quando compì 18 anni tornò al distretto per arruolarsi e questa volta venne accettato, entrando nel corpo degli Arditi. Da non confondersi con gli arditi del dopoguerra, gli Arditi della prima guerra mondiale erano reparti di volontari, perlopiù nazionalisti, che erano stati mandati al fronte con lo scopo di ridare vitalità e slancio a una truppa che era stanca della guerra. Combattenti di valore, gli Arditi diventarono quasi tutti sostenitori del Fascismo una volta finita la guerra.

Nel 1919 Noventa, avendo finito il servizio militare, raggiunse la sua famiglia a Venezia, dove i Cà Zorzi si erano trasferiti dopo l’invasione austriaca del 1917. In questo periodo Noventa scrisse le sue prime poesie, frutto dell’esperienza bellica. Per il momento non vengono pubblicate, in quanto Giacomo deve impegnarsi per ottenere la licenza liceale che, a 22 anni, non aveva ancora preso. Si trasferì a Torino per frequentare il liceo “Cavour”. Ma l’esperienza di guerra e 5 anni di distanza dalle scuole non avevano cambiato il carattere di Giacomo, che dopo aver preso a male parole il professore di filosofia viene bocciato.

Giacomo si trovò abbastanza bene a Torino, dove ebbe un grande ascendente sui suoi compagni di scuola sia per l’atteggiamento da ribelle, sia per la grande cultura che possedeva. Sebbene fosse stato bocciato, in ottobre Noventa si iscrisse ad un altro liceo di Torino, il “Massimo D’Azeglio” e finalmente riuscì a conseguire il diploma di liceo nel 1920.
Dopo aver preso il diploma Giacomo restò a Torino e si iscrisse alla facoltà di legge. In questi anni conosce Franca Reynaud, che diverrà poi sua moglie. In questo periodo Noventa fa continuamente la spola tra Torino e Venezia.

Nel 1923 Noventa conseguì la laurea con una tesi critica nei confronti del fascismo: “Analisi sulla forma migliore di governo”. Sempre in quell’anno, grazie all’aiuto di Franca, riuscì a far conoscere le sue prime poesie a Piero Godetti, uno dei più importanti intellettuali torinesi, che non apprezzò le opere del giovane Emilio Sarpi (lo pseudonimo di Noventa in quegli anni) e non le pubblicherà.
Per il momento, essendo preclusi i salotti intellettuali di Torino, Noventa preferì tornare a Venezia, per poi partire alla volta di Roma nel 1924 per fare il praticantato presso lo studio di un avvocato.
A Roma Giacomo non cercò di inserirsi nei circoli intellettuali romani; o perché era rimasto deluso dall’esperienza torinese, o forse come rifiuto di aderire al circolo degli intellettuali fascisti (con alla testa il filosofo Giovanni Gentile) che, sempre nel 1924, avevano redatto il loro manifesto.

Arrivato a Roma per svolgere la professione di avvocato, Giacomo Noventa non mise nessun entusiasmo nell’attività. Roma doveva rappresentare una prigione per Giacomo, e dovette essere felice quando nel 1925 tornò a Venezia e a Torino per visitare amici e parenti. In questa occasione Noventa assieme ad alcuni amici fece un viaggio alla volta di Trieste per fare la conoscenza di Umberto Saba, uno dei più importanti letterati italiani.
Dopo un altro breve e noioso soggiorno a Roma, Giacomo Noventa si trasferì nuovamente a Torino nel 1926. Questa volta Giacomo, che aveva 28 anni, frequentò i principali letterati torinesi, come Carlo Levi (che scrisse “Cristo si è fermato ad Eboli”) e Mario Soldati.

In quegli anni il fascismo trionfante aveva obbligato l’Italia a mettersi la camicia nera e per chi, come Giacomo, non aveva mai amato il fascismo iniziarono tempi duri. Per evitare condanne e una vita vissuta nell’ombra Giacomo Noventa progettò di fuggire in Francia insieme a Giacomo Debenedetti, che aveva conosciuto a Torino durante gli anni dell’università. La fuga riuscì solo per metà, in quanto solo Noventa riuscì a fuggire nell’estate del 1926, mentre il suo amico dovette rimanere in Italia. Giacomo si trasferì prima a Parigi, dove si trovava la maggiore concentrazione di italiani.
In questi mesi l’ormai trentenne poeta ebbe modo di frequentare letterati e uomini di cultura come Jacques Maritain, filosofo di area liberal-democratica. Inoltre Giacomo decise di riprendere la penna in mano, scrivendo alcune poesie in lingua. Dopo un po’ di tempo il nostro poeta si trasferì in Savoia, dove lo seguì Mario Soldati, anche lui fuggito dal nostro paese. Durante questo soggiorno Noventa iniziò a scrivere, insieme al suo amico, il “Castogallo”. Nel 1927 Noventa lasciò anche la Savoia e si trasferì in Corsica, da dove, un anno dopo, ritornò a Parigi.

Stanco di girovagare per la Francia, nel 1929 Giacomo Noventa decise di rientrare in Italia e di tornare a Venezia, che non vedeva più da quasi sette anni. Si fece accompagnare da Mario Soldati e, insieme, continuarono a lavorare al “Castogallo”. Dopo qualche mese, ad opera finita, decise di ritornare a Torino. Quasi sicuramente fece conoscere ai suoi amici la sua poesia, che la trovarono così interessante da spingere Giacomo a pubblicarne alcune ottave su una rivista letteraria. In questa occasione il poeta firmò l’opera con il suo vero nome.
Dopo qualche mese Giacomo ripartì per Parigi, da dove ripartì per Bruxelles, la Savoia e Grenoble. In questo periodo compose le sue prime poesie in dialetto, che però rifiutò di scrivere perché, a suo avviso,”scrivere è decadere”.

L’anno successivo Noventa lasciò la Francia e partì per la Germania, che in quegli anni era uno dei maggiori centri culturali europei. Sebbene la vacillante repubblica di Weimar stesse per finire, soppiantata dalla forza del nazismo, molti intellettuali passarono in quegli anni in Germania, dove si respirava un aria di cambiamento. Prima di tutto Noventa andò ad Heidelberg, la più importante università tedesca, dove tentò anche di laurearsi. Nella cittadina sul Reno conobbe Clara Fuchs, che divenne la sua compagna durante il soggiorno tedesco, e a cui il poeta dedicherà anni dopo la poesia “Gh’è nei to grandi”. Insieme alla ragazza Noventa si reca a Marburg, a Vienna (dove resterà per tre mesi) e infine a Weimar, la capitale della Germania in quegli anni, nonché tomba di Goethe, uno dei poeti preferiti dal giovane letterato.

Nel 1932, in occasione del matrimonio della sorella, Giacomo Noventa tornò in Italia. Subito dopo il matrimonio partì per Barcellona, dove rimase fino all’ottobre dello stesso anno, quando ritornò a Torino.
Tra le molte persone che rivide vi fu anche Franca, la sua amica dell’università. Oltre a questi piacevoli eventi il nostro poeta ebbe anche la sfortuna di riprovare l’esperienza della prigione: per coincidenza nello stesso periodo in cui Noventa tornò a Torino ebbe luogo una visita ufficiale di Mussolini. La polizia, che aveva schedato Noventa come antifascista, lo arrestò e lo fece restare in prigione fino a quando la visita non ebbe termine. In quel periodo era lecito imprigionare gli oppositori quando Mussolini faceva un viaggio o una visita ufficiale, per evitare attentati alla sua persona.
Dopo il rilascio Noventa decise di restare a Torino, anche perché si era riacceso il suo amore per Franca, in realtà mai sopito. Più di una volta il poeta aveva chiesto a Franca di sposarlo, ma la giovane aveva sempre preso tempo, fino a che Noventa partì per i suoi viaggi in Francia e in Germania. Anche stavolta Giacomo chiese a Franca se voleva sposarlo, e questa volta ebbe una risposta affermativa. I due innamorati si sposarono nell’aprile del 1933 a Torino, per poi partire immediatamente dall’Italia alla volta di Parigi, da dove partì poco dopo alla volta di Londra, l’unica città che Noventa non aveva visitato nel corso dei suoi viaggi.
Lungo il Tamigi Giacomo, che aveva ormai 35 anni, decise di scrivere le poesie dialettali che aveva composto qualche anno prima, con l’intenzione di pubblicarle in Italia. Sempre in quel periodo Giacomo divenne padre; questo episodio fu per lui un mezzo dramma, perché Giacomo, che voleva assistere al lieto evento, venne lasciato fuori dalla sala operatoria dai medici. Per questo rifiuto il nostro poeta decise di dare un brusco stop alla sua attività letteraria. Esempio lampante di questo “ritiro” dalla vita culturale si ha quando Noventa spedì in Italia “Chi gavesse l’aventura”, prima poesia scritta in dialetto. Giacomo aveva spedito il suo lavoro firmandolo con lo pseudonimo Emilio Sarpi, inserendo una postilla che diceva: “nato a Lampol (Venezia) il 31 marzo 1898, morto a Londra il 19 ottobre 1933”.

Con la “morte” di Emilio Sarpi si chiude un periodo della carriera di Noventa, caratterizzata dai continui viaggi e da una maturità intellettuale non ancora raggiunta. Dopo questo episodio dalle ceneri di Sarpi Giacomo Cà Zorzi fece nascere il personaggio di Giacomo Noventa, segno di una maturità artistica raggiunta e di una personalità nuova che aveva sviluppato tematiche nuove in campo letterario.
Tornando alle vicende umane del nostro poeta, il 1933 si chiuse per la famiglia Noventa con un nuovo trasferimento, questa volta a Losanna, prima dell’ennesimo ritorno a Parigi, dove Giacomo Noventa lavorò a un opera di carattere teorico: “Principi di una scienza nuova”.

Noventa rimase a Parigi fino a maggio del 1934, quando decise di ritornare a Torino e a Firenze. Nel corso del suo soggiorno torinese Giacomo conobbe Benedetto Croce, il più grande filosofo italiano del ‘900. l’11 novembre uscirono su “Solaria”, che all’epoca raccoglieva le firme più autorevoli in campo letterario, alcuni frammenti di “Principio di una scienza nuova”: per la prima volta le opere di Noventa vennero prese in considerazione dal mondo intellettuale italiano.
Sempre nel 1934 nacque la figlia Emilia. Nel maggio del 1935 venne arrestato e incarcerato come antifascista, ma venne rilasciato dopo un mese per mancanza di prove. Dopo una breve visita ai familiari a Noventa il nostro poeta ripartì per Firenze, dove ritrovò Mario Soldati (con il quale aveva composto il “Castogallo”), che gli propose una sceneggiatura cinematografica. I due amici lavorarono sul testo di Soldati, ma la sceneggiatura non venne mai posta su pellicola per mancanza di fondi.

Il 1936 è per Noventa un anno decisivo: infatti il nostro autore dà inizio, a Firenze, a “La Riforma Letteraria”, una rivista mensile che uscì per tre anni e dove il fondatore pubblicò molti scritti di carattere teorico, che rappresentavano il suo Credo filosofico.
Nella rivista collaboreranno molti giovani intellettuali, che entrarono presto in contrasto con il resto dei circoli intellettuali fiorentini, tra i più importanti in Italia, che portò al fallimento della Riforma. Nel 1938, nacque Antonio, terzo figlio della famiglia Noventa.

Dopo il fallimento dell’esperienza fiorentina Giacomo si trasferì a Milano con il proposito di far rinascere la “Riforma”, ma ormai il regime non approvava quella libertà di dibattito culturale che c’era stata negli anni ’30. Caduto in mano ai suoi elementi più totalitari il Fascismo stava rendendo la vita difficile ai letterati, chiudendo molte riviste e incarcerando molti intellettuali, tra cui lo stesso Noventa che fu arrestato l’11 novembre del 1939. Il tribunale Speciale condannò il poeta al confino a Noventa di Piave, ma dopo qualche mese la condanna fu ammorbidita con il divieto di abitare in città sedi di università. Giacomo Noventa scelse di vivere a Viareggio, nella Versilia, dove neanche un anno dopo riceverà la cartolina precetto.

Come tutti sanno, il 10 giugno 1940 Mussolini fece entrare l’Italia nella seconda guerra mondiale, e quindi si rendeva necessario chiamare alle armi il maggior numero possibile di persone. Noventa venne destinato a Piombino con il grado di tenente (ricordiamo che Giacomo aveva già fatto una guerra), e poi trasferito all’ospedale militare di Firenze. Anche se ufficiale Giacomo Noventa venne costantemente sorvegliato in quanto antifascista: gli venne richiesto dal Comando un curriculum vitae e viene continuamente trasferito in attesa che si chiarisca la sua posizione nei confronti del Fascismo.

Nel 1941 il tenente Noventa venne definitivamente congedato, e così il nostro poeta ne approffitò per girare l’Italia: tra il 1941 e il 1943 fu a Torino, dove incontrò Carlo Levi, a Courmayeur, a Noventa di Piave e a Firenze, dove frequentò assiduamente gli intellettuali rimasti in città.
L’8 settembre del 1943 trovò Giacomo Noventa a Firenze insieme alla famiglia. Immediatamente fece trasferire i suoi cari a Venezia, mentre lui rimase a Firenze dove frequentava tuttora il Caffè delle Giubbe Rosse, ritrovo degli intellettuali fiorentini. Una volta il trovarsi al caffè lo salvò dall’arresto da parte dei tedeschi: questi erano intenzionati a prelevarlo dall’albergo dove viveva perché non si era presentato al Comando Tedesco. I soldati non riuscirono a trovarlo, e qualcuno provvide subito ad avvisare Noventa dell’accaduto. Giacomo fuggì a Cortona e, dopo un avventuroso viaggio a Venezia sul finire del 1943, visse tra Roma e Cortona sotto falso nome fino alla Liberazione. Di questa esperienza scrisse, anni dopo, un saggio rimasto tuttora inedito. Anche in questi frangenti il poeta venne aiutato dai suoi amici intellettuali, uno tra i tanti Mario Soldati. In questo periodo Noventa, grazie all’amicizia nata con il pittore Guttuso, prese contatti con esponenti del PCI.

Dopo il 25 aprile Giacomo Noventa tornò a Venezia, dove partecipò alla rinascita del PLI. Giacomo non rimase molto nel PLI: poco dopo abbandonò il Partito e fondò una rivista diretta e scritta quasi interamente da lui, “la Gazzetta del Nord”, che dopo alterne vicende cessò le pubblicazioni nel 1947. In questa rivista Noventa pubblicò le poesie che aveva scritto negli anni ’30 insieme a saggi inediti tra cui spiccano i “Manifesti del Classicismo”.
Nel 1947 Noventa lasciò Venezia insieme alla famiglia: non avrebbe mai più rivisto la Laguna. La famiglia si trasferì a Torino, dove Giacomo iniziò a collaborare con riviste letterarie come “Mondo Nuovo” e altre di carattere più spiccatamente politico, come “Italia Socialista” e “Il giornale dei socialisti”. Per le elezioni del 1948 e del 1953 Noventa si candidò in liste democratico-socialiste.

Verso la metà degli anni ’50 si trasferì a Milano dove, dopo aver stretto forte amicizia con Olivetti, collaborò per le Edizioni Comunità. È in questi anni che vengono pubblicate in forma completa le sue poesie e i suoi saggi, edite da Comunità.
Nel 1956 Giacomo Noventa vinse il Premio Viareggio per la poesia con la sua raccolta “Versi e Poesie”: per la prima volta il poeta veneto è fatto oggetto di riconoscimento da parte del pubblico italiano. Verso la fine degli anni ’50 pubblica in due volumi intitolati “Nulla di Nuovo” e “Gott mit Uns” tutti gli articoli, gli scritti e i pensieri raccolti dagli anni ’20 fino a quel momento. Saranno tra gli ultimi lavori del poeta, che nel frattempo è stato colpito da un tumore al cervello. La malattia non gli impedì tuttavia di lavorare fino all’ultimo, riuscendo a pubblicare alcuni mesi prima della morte una nuova edizione aggiornata di “Versi e Poesie”.

Il 4 luglio del 1960, mentre si stava tentando disperatamente di salvarlo con un’operazione, Giacomo Noventa morì. Aveva solo 62 anni.

 

Nicola Bertazzolo

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