Cronologia "FINO AL 2001 E... RITORNO -ber/1352

  

26 NOVEMBRE 1993

LA NUOVA DESTRA - NASCE ALLEANZA NAZIONALE

Sono passate poche ore dalla dichiarazione di Berlusconi a favore del MSI- che alcuni hanno già ribattezzato   "sdoganamento della destra in Italia" -  FINI il segretario del MSI   con grande tempestività  non si lascia scappare l'occasione. Ma molto più realisticamente possiamo immaginare che tale   iniziativa sia  già stata concordata con Berlusconi, visto che fra pochi giorni i due leader dichiareranno un'alleanza.
Il segretario del MSI convoca una conferenza stampa e presenta una nuova formazione politica della destra  moderata-conservatrice di ispirazione gollista, che sostituisce il MSI , ed é  ribattezzata  AN (Alleanza Nazionale).   Dichiara apertamente che "il fascismo é morto nel 1945", ma che intende conservare il vecchio simbolo missino, la fiamma tricolore.
Fra l'altro il leader prende l'impegno (che manterrà) di recarsi in visita alle Fosse Ardeatine, per rendere onore ai martiri della barbarie naziste.
In questa operazione di maquillage, dentro il nuovo partito confluisce una parte della DC in sfascio, in aperto contrasto con il nuovo segretario MARTINAZZOLI  alle prese con grosse difficoltà e tante polemiche con gli  ex DC  nel ricostituire il partito cui ha dato il nome storico  Partito Popolare, rifacendosi a quello di Don Sturzo.  Presto però per queste polemiche  e altri dissensi  insanabili che porteranno a una scissione il nuovo partito (CCD di Casini- Mastella), Martinazzoli  lascerà la carica e ritornerà a fare l'avvocato a Brescia (In seguito Sindaco).

A FINI,  la  tempestività non gli é però sufficiente per vincere alle urne del 5 DICEMBRE  nel  ballottaggio con RUTELLI,  che riserva un'altra grande sorpresa.  Nella capitale e nelle  grandi città già citate sopra, domina solo la sinistra. A Roma con il 53,1%, a Venezia 55,4, a Trieste 53,0,  a Genova 59,2 a   Napoli 55,6, a Pescara 60,6.

Berlusconi ha dunque già espresso fin da queste elezioni il suo pensiero, e ora a fine anno e subito all'inizio del prossimo, il suo amo lo butterà   anche alla Lega di Bossi (anche se non ha una grande simpatia  nè per i leghisti  nè per il suo leader) per formare una grande alleanza in grado di contrastare la sinistra. E' una difficile impresa quella di riunire e mettere d'accordo due forze politiche così diverse, perfino reciprocamente ostili, ma la " vera squadra" di Berlusconi deve ancora nascere, poi - si sarà detto il Cavaliere - si vedrà. (un grosso errore!)
A fine anno 1993, nessuno è in grado di fare previsioni, indicare delle percentuali,  e non si sa ancora chi dei tre utilizzerà l'altro, o chi andrà poi a rompere le uova nel paniere a uno dei tre o peggio a fagocitarlo.  Ma fra pochi mesi lo sapremo; l'anno 1994 riserva novità, sorprese e grossi colpi di scena.

Che a fine anno ci sia molta incertezza nell'elettorato lo conferma un sondaggio, questa volta non di Berlusconi. Il 75 per cento dell'elettorato  alla domanda se ha già un'idea per chi voterà alle prossime elezioni politiche che si danno quasi per certe a Marzo, ha risposto che non ha ancora deciso, è molto confuso, attende gli ultimi sviluppi, e si giustifica dicendo che  non ha del resto delle indicazioni precise dagli stessi partiti che  una volta votava. Dopo certe alleanze viste alle comunali più nessuno ci capisce più nulla. Nemmeno chi di ideologie se ne intende e le ha solide, anche costoro  navigano nel buio; anzi proprio perché sono inossidabili,  sono sconcertati da certe incestuose alleanze che i dirigenti dei partiti vanno facendo.

Che una piccola parte della  DC potesse allearsi con la destra, questa era una ipotesi che si poteva benissimo prendere in considerazione, ma che poi metà DC emigrasse in  una alleanza  - se pure elettorale - con dentro  i comunisti, questo da molti  era ritenuta una vera e propria eresia. Dopo quasi mezzo secolo di feroce anticomunismo e con le minacce dai pulpiti con le   scomuniche  questa  inversione di marcia la gente normale mica poteva capirla. Sfuggiva a tutte le logiche.

Comunque dopo le elezioni, solo apparentemente sembra esserci in Italia in questo momento (secondo semestre '93)  un bipolarismo abbastanza definito.  Ma non é così. In ordine sparso, e senza ancora un punto di riferimento preciso, ci sono i "randagi", poi gli "orfani" democristiani,   i socialisti, i repubblicani, i  liberali e gli elettori dei tanti partiti minori locali, che prima brillavano di luce riflessa accanto ai  grandi  partiti  scomparsi, ora non sanno dove schierarsi, pur avendo alcuni un'unica (e collaudata) vocazione, quella di fare o azione di disturbo o essere solo dei  rappresentanti di categorie corporative, oppure di gruppi etnici, o.... semplicemente di campanilismo locale. Come quelle province che una congiuntura favorevole ha trasformato in pochi anni in isole felici economicamente, ma sono diventate  zone egoistiche,  con arroganti pretese, dimenticando in fretta i vecchi "curiali" padrini della "balena bianca"e  le loro "provvidenze" che questo benessere lo avevano fatto nascere e favorito a spese di altre regioni dimenticate o volutamente emarginate non certo con i vangeli in mano, anche se utilizzavano e ostentavano  nel loro scudo una "comoda" grande croce.

A contribuire a quei vecchi successi  fu molto marginale e quasi assente l'apporto ideologico, non essenziali le virtù evangeliche che aveva all'origine il partito detto "confessionale";  virtù e  valori vissuti  ma non certo interiorizzate da un elettorato, immediatamente pronto ora a salire sul carro del federalismo, del secessionismo, dell'antimeridionalismo, e in certe sacche anche su quello del razzismo, e solo  per difendere i propri interessi territoriali e il  guscio del  personale  tornaconto.

A parte quindi il cartello dei leghisti dove sembra esserci solo l'opportunismo locale, nel resto d'Italia, sia dentro le file degli  ex  elettori sia  in quelle degli ex  professionisti della politica, si ha la netta sensazione che una parte voglia  approdare in un  porto della sinistra data  sicura "vincente" (il trasformismo impera),  mentre l'altra   parte  più disunita e confusa della prima  sembra proprio destinata ad essere o assente o salire sulle  mille zattere di salvataggio che molti stanno lanciando creando una miriade di piccoli partiti destinati la maggior parte (col maggioritario) a far naufragio,  regalando così alla sinistra  se non proprio   una vittoria,  certo  una possibile   "non sconfitta".

L'elezione del sindaco a Roma é molto indicativa, tutti si sono resi  conto che nella prossima  battaglia, alle elezioni politiche,  sarà assente il Centro. I reduci dei partiti scomparsi hanno fatto (a Roma come in altre città) molte alleanze, apparentamenti e accordi, ma sono tutti nella confusione e allo sbando, con dirigenti vecchi e  nuovi in perenne ostilità, spesso   in contraddizioni,  e solo impegnati nelle scissioni per andare o da una parte o dall'altra: o a sinistra o a destra.
Potenzialmente questi  elettori delusi sono  (è del resto un istinto naturale) pronti ad approdare verso chi è capace con carisma,  con autorevolezza e una forte determinazione, di  riunirli  sotto un'unica bandiera.

Gli effettivi e i potenziali "protestanti" - di questa Repubblica che sta perdendo oltre che l'intera classe politica anche la reputazione -  non sono tutti disposti a convergere nell'irruenza bossiana, che ha programmi radicali, irrealizzabili e spesso bollati folcloristici;  anche se da un paio di anni proprio la  Lega è stata la sola forza politica veramente nuova espressa dal Paese  senza tanti mezzi propagandistici  a disposizione (Non un giornale non una Tv).
Del resto, definito  partito della "protesta",  quest'ultima  per essere  esercitata  non   ha certo bisogno né di un megafono né di uno sponsor, la protesta nasce spontanea e si fa sentire, soprattutto quando attorno c'è del gran  vuoto. Bossi si è trovato in questo vuoto nelle condizioni ideali e nel  momento giusto, e ai "protestanti"   quest' "uomo",  il Bossi,  fa comodo. E' molto significativo il fatto che nelle città -dove poi ai voti  la metà è risultata leghista-  se si fa un sondaggio sono pochi a dichiarare apertamente di essere leghisti. Una motivazione ci deve pur essere per questa ritrosia a rivelare le proprie tendenze.

Quello che forse manca dentro questo nuova espressione politica è un gruppo dirigente. Ci sono elementi  capaci di innescare con degli slogan questa  protesta per uscire dai vecchi schemi di potere consolidato con le vecchie combine del passato,  ma non sono capaci di coagulare il meglio  della cultura di una popolazione che il leader del Carroccio vorrebbe invece rappresentare, anzi Bossi risveglia e libera delle forze latenti che andranno poi   controcorrente alla sua linea. Le incomprensioni e le poche affinità tra Lega Nord e Lega Veneta sono macroscopiche viste dal Veneto,  ma si cerca a Milano di minimizzarle e a Venezia  per il momento a  nasconderle.  Osservando il  Nord Est si ha l'impressione che ci si voglia ritagliare uno spazio proprio, utilizzando la Lega Nord, fino a quando si  sarà (senza esporsi) consolidata l'idea autonomista locale,  guidata da gente locale, con tutto il bagaglio delle tradizioni e della cultura locale fortemente radicata, atavica, oggi più di ieri per via di quel benessere  che ha raggiunto per la prima volta non solo una piccola parte  della popolazione (come ai tempi della Serenissima - qui mai dimenticata e oggetto di culto)  ma  tutto l'intero territorio veneto.

I vecchi leader, quelli ancora in circolazione, con varie giustificazioni e motivazioni fanno, nella propaganda elettorale,  dei veri e propri esercizi ginnici, dove predominanti ci sono tante capriole, i doppi e i tripli salti mortali, pur di ritagliarsi uno spazio politico nelle nuove formazioni e nei nuovi movimenti che nascono in ogni angolo del Paese (311 saranno i simboli alle elezioni politiche di marzo); alcuni con una ideologia ben precisa (nonostante tutto conservata ad oltranza, legata alle idee e non ai singoli uomini)  altri per confondere l'elettorato, e altri ancora solo per salvaguardare i propri interessi. Un monsignore a Vicenza, rivolto alle tante "sirene incantatrici", su un giornale fu  molto lapidario "....almeno abbiate il pudore di fare silenzio, e lasciateci piangere dalla vergogna in pace". Quanta amarezza deve aver provato!

Ma prima della fine dell'anno accadono altre fatti. E si verificano tra le date che abbiamo citate sopra. Hanno la loro importanza sullo scenario della politica che per il momento ha solo due schieramenti: destra e sinistra. Ed è quest'ultimo  quello che preoccupa Berlusconi. Non è ancora iniziato il massacro, ma uomo di mondo com'è lui, ha già  intuito che presto questo sfacelo inizierà, e purtroppo non ha scelta: o la padella o la brace.


Sul Corriere della Sera Enzo Biagi, scriverà  in seguito: "Quando decise di entrare in politica, Berlusconi mi chiamò e mi disse "Entro in politica", gli risposi che stava commettendo un errore. Correrà dei rischi. E lui "caro Biagi, se non entro in politica, mi fanno fallire".
"Io del resto - quando voleva tentare l'avventura alla Tv  commerciale- anche allora gli dissi che sbagliava. Sbagliai invece io, diventò Sua Emittenza. Ma é anche vero che un conto é gestire Mike e la Lorella, un altro gli italiani: é più complicato".

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18 novembre,1993, Sette C.d.S.

Che  Berlusconi abbia intenzione  di buttarsi in politica per questo motivo, salvaguardare i propri ineteressi (non ispirandosi certo alla carboneria  Mazziniana)  é informato  anche l'ideologo della Lega GIANFRANCO MIGLIO, il 17 SETTEMBRE. Lo ha chiamato in una cena a base di polenta e salcicce, e gli ha riferito la stessa  cosa che ha detto a Biagi,   per chiedergli un consiglio, anche se la Lega,  Berlusconi non l'ama proprio. -  Miglio lo frena:   "Cavaliere mi dia retta . Sarebbe un suicidio. I suoi nemici non aspettano altro. Butta alle ortiche la sua carriera. Inoltre per far politica a tempo pieno  perderebbe la popolarità che ha oggi.  Cavaliere mi dia retta. Se lei fondasse un partito dovrebbe abbandonare non solo le Tv e i giornali, ma anche il Milan".

Ad Approvare Miglio c'era anche CONFALONIERI il braccio destro di Berlusconi che si è detto sempre contrario all'idea di un partito, come del resto molti altri dirigenti della Fininvest che leggeremo più avanti.
Ma Berlusconi insiste "Non posso però restare con le mani in mano mentre a Roma dei "tangheri" cercano di tagliarmi le gambe, togliermi le televisioni, e farmi fallire".
Insomma o la padella o la brace. Non ha alternative. Vi è costretto. Mazzini non c'entra proprio.


2 NOVEMBRE 1993

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2 NOVEMBRE '93 - Berlusconi non aveva torto ad avere dei timori e ad essere molto preoccupato.  Ha, come abbiamo letto,  annunciato le sue  intenzioni come agire e non ha nascosto  timori che gli accada  qualcosa di molto spiacevole.  E questo "spiacevole" gli piomba addosso  puntualmente,  ad orologeria.

Coincidenza (!)  vuole, che arriva una richiesta di arresto a GIANNI LETTA vicepresidente della Fininvest e ad ADRIANO GALLIANI presidente del RTI, il network di Berlusconi. Sono accusati di concorso in corruzione  nell'ambito delle inchieste sulle frequenze televisive. Avrebbero pagato tangenti al Ministero delle Poste per ottenere l'ambita concessione. L'arresto è stato richiesto a Roma dal PM MARIA  CORDOVA, respinto però dal GIP RAFFAELE DE LUCA COMANDINI. - Il PM Cordova, subito annuncia ricorso contro il provvedimento, i due li voleva   in carcere, e invece Comandini li ha messi in libertà.

2 NOVEMBRE '93 - (stesso giorno quindi e sempre a Roma).  Dopo essere stato emesso due giorni prima un ordine di cattura per  CARLO DE BENEDETTI dal GIP AUGUSTA IANNINI, con l'accusa all'imprenditore di concorso in corruzione ai  funzionari  (anche lui!) del Ministero delle Poste, il presidente dell'Olivetti si costituisce all'alba del 2 novembre a  Milano. E' tradotto a Regina Coeli a Roma, interrogato dallo stesso PM MARIA  CORDOVA (al piano di sopra, già impegnata, e ostinata col ricorso a far arrestare Letta e Galliani) e dal GIP Augusta  Iannini, il magistrato che ha spiccato per il   manager d'Ivrea il mandato di cattura.-  De Benedetti in carcere alle due signore magistrato, riconferma quanto detto al PM DI PIETRO a Milano: cioè che é stato costretto a pagare tangenti ai politici e alle Poste per continuare  a fare il lavoro di imprenditore. La notte stessa De Benedetti viene scarcerato e  gli vengono  concessi gli arresti domiciliari.

Per una strana coincidenza sulla rivista SETTE del Corriere della Sera del 18 NOVEMBRE c'è un servizio proprio sul Gip  Augusta Iannini moglie del giornalista  molto conosciuto dal pubblico televisivo, Bruno Vespa. Scrive  nel servizio  Maria Letella  dal titolo  "L'altra metà di Vespa", " "Iannini, una signora poco nota. Fino a ieri, fino a quando sul tavolo del GIP Augusta Iannini sono arrivati il caso Ciarrapico prima e l'inchiesta su CARLO DE BENEDETTI subito dopo, insieme  con quella  sulla FININVEST, prontamente ceduta dal magistrato Iannini ad altro collega (non si fa il nome ma si intuisce che è Raffaele De Luca Comandini (citato sopra che si opporrà all'arresto di De Benedetti chiesto dal GIP Maria Cordova, ndr. )  perché, oltre a Galliani, coinvolgeva anche un antico e carissimo  amico della famiglia Vespa, un altro abruzzese di successo, Gianni Letta, vicepresidente della Fininvest" . E  sulla didascalia di una foto "A casa Vespa non capita quasi mai di incrociare   magistrati e giornalisti, ma fa eccezione Gianni Letta delle Fininvest e l'amico Del Noce". Infine sempre nell'articolo sopratitolato "Il Caso",   la giornalista Latella scrive ancora  "Augusta Iannini é giudice  in un'inchiesta importante, è moglie di un giornalista noto, lavora in tandem con un'altra donna, MARIA CORDOVA" . Che è poi il  PM che ha chiesto l'arresto di Letta vice presidente della Fininvest e di Galliani presidente della RTI sempre della Fininvest di Berlusconi, ed é anche la stessa signora magistrato che poi ha interrogato con la Iannini a Regina Coeli, De Benedetti, che poi è stato scarcerato.

La coincidenza è singolare. I due imprenditori, i due maggiori rappresentanti e anche rivali  nella potente "fabbrica" catena dell'informazione, oltre che essere rivali politicamente, nello stesso giorno hanno questa disavventura, che si conclude nel modo migliore, senza ulteriori traumi, quasi nella stessa sede,  e altra coincidenza   nel "tandem" Iannini-Cordova.

(tutte le notizie  riportate sono documentate su riviste e giornali dell'epoca sopra citati).


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N. 2 Il Mondo
, del 10 gennaio '94.

Il governo deve ancora dimettersi. (lo farà il 13). Il settimanale pubblica il sondaggio di fine anno 1993. Il giudizio più positivo su organismi pubblici e privati, premia i magistrati del pool di Mani Pulite con il 59,4% dei consensi, al secondo posto col 15,1%   c'é Berlusconi, seguono altri molto distanziati (la presidenza del consiglio, solo il 4%).
Nel  giudizio negativo, il pool di Mani Pulite ha quasi il consenso generale, prende solo il 4,0% di negatività.

Il messaggio dal Pool di Mani Pulite sulla rivista sembra molto chiaro. Le indagini devono continuare. Per chi conosce illeciti ancora occulti può condizionare la vita politica ed economica del Paese. Con i ricatti.
"Non basterà sostituire solo i 600 parlamentari,  chiudere Tangentopoli e poi rifare l'Italia. C'è il tessuto dei funzionari, manager, intermediatori, burocrati che hanno fatto parte del sistema.  Bisognerà fare tante cose, non solo i processi e non solo le elezioni. Non saremo certo noi giudici a risanare tutta la storia della finanza italiana degli ultimi decenni" Lo affermava il Sostituto procuratore FRANCESCO GRECO.


11 DICEMBRE 1993

BOSSI  apre il congresso della Lega ad Assago milanese, l'11 DICEMBRE,  e afferma  di voler aprire un dialogo con le forze di centro, ma rilancia  i suoi slogan federalisti, questa volta non più regionali, ma propone  la costituzione di tre repubbliche federali: la Padania, l'Etruria, e la Repubblica del Sud.  Sono solo degli slogan populisti.  I cambiamenti di rotta iniziano subito a gennaio e termineranno clamorosamente a  dicembre.

A GENNAIO '94,  il 24, BOSSI  fa un'intesa elettorale e un programma comune con  SEGNI che, guida il Patto per l'Italia ma   vuole aggregare nell'alleanza  anche i Popolari di Martinazzoli. Entrambi sono due gruppi politici  al cui interno   i discorsi di Bossi di spaccare la nazione non li vogliono nemmeno sentire nominare, e proprio per questo atteggiamento Bossi dopo 24 ore ha già mandato in fallimento l'intesa portata avanti con molta fatica da Maroni. 
A FEBBRAIO '94,  il 3, a Bologna, al congresso, altro colpo di scena dentro la Lega. Bossi annuncia l'alleanza con Forza Italia ma ribadisce (anche con frasi colorite e offensive) che non farà mai un alleanza con la destra "forcaiola e fascista" di Fini con la quale però Berlusconi avrebbe già raggiunto un'intesa.

A FEBBRAIO '94, il 10, a Roma, riuscire nell'impresa che tutti credevano impossibile,  riunire nella stessa "alleanza"  due forze politiche così diverse come i  missini e i leghisti, ci prova e ci riesce invece Silvio Berlusconi, ma adotta due singolari   strategie come  forma e come sostanza.

 La prima,  è  autoritaria. E'  infatti solo lui a trattare con la Lega, senza chiedere il parere o informare gli altri   alleati, il CCD di Casini e Mastella, la Lista Pannella, e i Liberalsocialisti;  tanto è vero che si lamenteranno di essere stati emarginati nelle trattative e di non essere stati nemmeno interpellati. (ma zitti zitti si adegueranno poi tutti alla volontà del nuovo "Cesare").

La seconda,  é invece molto stravagante e del tutto impensabile: Berlusconi ha  spaccato  in due l'Italia. Nel Nord,  Forza Italia e la Lega di Bossi  si  presenteranno  con candidati comuni sotto lo stesso simbolo; mentre nel Sud, il partito di Berlusconi farà altrettanto ma alleato di Alleanza Nazionale di Fini. Insomma il Cavaliere pur di vincere al Nord e al Sud   mette il piede in due scarpe, di cui una non solo è spaiata con l'altra,  ma è anche stretta, e  non permette di andare  molto lontano.

Ma Bossi  improvvisamente (abile e furbo !?) contraddice il suo programma federalista e liberalista ed accetta la proposta di Berlusconi  entrando  in questa alleanza decisamente centralista (chiamata moderata, con una destra che lui non ha mai  considerato moderata,  legata al sud, quindi fortemente statalista e assistenzialista)  ma che  permetterà  a Bossi - con questa alleanza così anomala  e le elezioni maggioritarie - di arrivare a Roma con 130 eletti.  Un abilità e una furbizia (alcuni dicono doppiezza) forse pensando di aver giocato Berlusconi, ma che però come vedremo nel corso del 1994, rischierà di essere lui giocato, quando si accorgerà non solo che deve fare compromessi con i due alleati  di cui uno - il MSI - ha  una  insofferenza viscerale,  ma che lentamente  rischia anche di essere emarginato, prigioniero, fagocitato dal carisma e dalla potenza dei media del suo alleato Berlusconi.  Insomma la "luna di miele" durerà poco più di una stagione.

Aveva ragione Cossiga quando avvertì subito "Attenzione, Berlusconi non ha vinto le elezioni e che, comunque, una maggioranza aritmetica non è una maggioranza politica".

Prima della fine dell'anno Bossi farà il "ribaltone". Bocca  lo definirà:  "La mossa della disperazione, la mossa per sfuggire in extremis a una progressiva sconfitta politica". - L'operazione di Bossi, quella di aver preso i voti con una alleanza  di centro-destra, e poi nella lite, schierarsi  con quella di centro-sinistra solo per far cadere il governo, provocherà non pochi dissidi dentro la Lega, sia a livello di parlamentari (che non credono a una maggioranza con il Pds), sia a livello di elettorato che non comprenderà la svolta a sinistra, visto che il 70 per cento dei leghisti è decisamente anticomunista.

Questa  svolta politica ad angolo retto di Bossi - la terza nell'arco dell'anno - avrà  la conseguenza di far perdere credibilità  nell'elettorato moderato leghista, e innescare (o meglio liberare)   forze autonomiste che prima o dopo sfuggiranno inevitabilmente al suo controllo (come nel Nord-Est che ha accettato ma che cova altre ambizioni).

Scriverà M. Pera su Panorama pochi giorni prima della crisi: "Mai si era visto dopo il golpe di Mussolini che i vinti alle elezioni delegittimassero tanto i vincitori".  Ma il KO. più micidiale arriva non dall'opposizione, ma dall' alleato Bossi.
Il capo leghista ha vinto  con Berlusconi e Fini alle elezioni, ma a urne aperte, si é accorto  che i voti non sono suoi. Sorge quindi a Bossi il  problema: come si fa a mantenere 180 parlamentari col 5-6 per cento dei consensi rimasti al suo partito? Cerca allora di non essere schiacciato tra l'incudine di Forza Italia e il martello del proprio calo elettorale, e diventa sempre più litigioso e sciupa miseramente ogni idea buona che gli passi per la testa. Così è il federalismo, trattato un tanto al chilo. Così è per il liberismo: ha infatti annunciato ai suoi elettori di voler sfracellare lo stato assistenzialista e poi cosa fa? Si smentisce (compresi i suoi ministri) come nel caso delle pensioni. Così per la legge elettorale:  prima firma il referendum per l'abolizione della proporzionale  e a  favore del turno unico, poi fa dietrofront. Tocca poi il fondo quando fa capire a dicembre che si può cambiare maggioranza in corso d'opera senza consultare gli elettori,  dimenticando il   vincolo morale  che  non sono liberi di fare scelte diverse  dagli accordi che hanno assunto  quando hanno chiesto il voto ai propri militanti (anche se la costituzione non lo proibisce (l' articolo 67 è tassativo "Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato", quindi nessun golpe, nessun tradimento. Il rapporto elettori-eletti é esplicitamente escluso dalla Costituzione")

A dargli una mano, o meglio a martellarsi le dita é lo stesso Berlusconi. Non risolve subito il conflitto d'interesse. Rovescia la sua agenda politica cominciando dall'informazione (quella che gli sta più a cuore e che gli sarà fatale (*)  anziché dall'economia. Partorisce l'aborto del decreto Biondi sulla giustizia. Reagisce fuori dalle righe alla magistratura.  Infine alla Finanziaria si fa spaventare dai sindacati, si fa mettere di mezzo dagli industriali e consente a Bossi di annacquare tutto. 
E il voto del 27 marzo? Mastella non ha dubbi: "Un grande imbroglio. Un imbroglio nei confronti degli elettori e alle spalle del Paese".

(*) Infatti, il ribaltone parte proprio dalla pretesa di volere Berlusconi  il controllo di una commissione speciale su tutta la Tv, da affidare a Vittorio Sgarbi, presidente della commissione Cultura.  E' il 14 dicembre 1994, IRENE PIVETTI  (Presidente della Camera) ha messo ai voti la mozione,  e la maggioranza si è spaccata. An e Fi  in minoranza, Lega, Ppi e Pds in maggioranza.  E' il primo schiaffo , il primo "tradimento" della Lega,   quella che iniziano  a chiamare gli ex alleati  la "maggioranza di giuda". Anche se dietro questo voto c'era un progetto preciso e più ambizioso, che narreremo nel prossimo capitolo: "I SEI MESI DI GOVERNO".


16 DICEMBRE 1993

L'11 FEBBRAIO,  BETTINO CRAXI aveva lasciato la segreteria del PSI a GIORGIO BENVENUTO, poi dissidenze interne avevano portato OTTAVIANO DEL TURCO a sostituirlo il 28 MAGGIO. Ma in questo 16 DICEMBRE  (quando Berlusconi è ormai pronto col suo nuovo partito)   all'Assemblea nazionale assistiamo al duello tra BETTINO CRAXI che vuol riprendere il timone del "suo" partito e lo stesso Dal Turco che non lo vuole invece mollare. - Rammentiamo che  il 30 aprile, la Camera  fra tante polemiche e proteste in tutta Italia,  ha assolto Craxi, respingendo l'autorizzazione a procedere,  bloccando  6 inchieste iniziate da Di Pietro, e garantendo così  l'impunità al capo del Garofano, che ora vorrebbe ritornare in sella per fare un'alleanza con il vecchio amico Berlusconi )
Il nuovo segretario Dal Turco, dopo la vicenda Tangentopoli e i vari "incidenti" a Craxi,   vuole spostare la sua linea politica a sinistra, mentre Craxi com'è comprensibile,  vuole rimpossessarsi del partito e muovere verso  il nuovo centro-destra che sta concependo Berlusconi. A decidere sono chiamati i delegati convenuti all'Assemblea dei socialisti, che riservano un colpo di scena: 156 voti sono a favore di Del Turco contro i 116 di Craxi. Risultato: il  Partito Socialista si spacca in due. Quello di Dal Turco cambia perfino nome e simbolo e lo troveremo il 1� febbraio a Roma a fare l'intesa elettorale con le forze progressiste. Mentre parte dei  dissidenti convergeranno   nelle file di Forza Italia, mentre altri - i più compromessi - spariranno dalla circolazione in attesa dei processi.


FINE  DICEMBRE 1993

A fine anno la caduta del governo CIAMPI è già data per scontata  per i primi giorni di gennaio (avverrà in realtà il 13 gennaio), il che significa scioglimento delle Camere e l'avvio della procedura per le nuove elezioni che si danno per certe,  fissate in  Marzo o in Aprile. (avverranno in realtà   il 27-28 marzo).
Berlusconi deve ancora annunciare la sua "discesa in campo", ma tutto è già pronto per buttarsi nella mischia.

Il successo di Berlusconi alle prossime   elezioni, in alcuni ambienti,  è dato già per  scontato. La campagna elettorale sarà però feroce.  I risultati comunque confermeranno le previsioni degli ottimisti del Cavaliere.  Poi avverrà la  formazione del suo governo. Vivrà sei mesi. Poi,   la fine dell' '"Avventura"; che molti, moltissimi, anche fra gli avversari, non credevano durasse così poco; meno di una delle tante telenovela delle saghe televisive nazionalpopolari.

Tutti, anche chi non lo affermava esplicitamente (anche se era avversario) ebbe l'impressione che l'Italia avrebbe avuto finalmente al vertice un grande manager, quindi efficienza; nelle idee, nella logistica, nell'operatività. "Quello, i lavativi che non lavorano li manda a casa subito con la regola del "due": su due piedi, in due secondi, con due parole". L'impressione è che la grande efficienza  fino allora conosciuta, dell'uomo imprenditore di successo, si potesse  trasferire  nella buona conduzione politica del Paese, intelligente, innovativa, moderna.

Insomma fu una delusione per molti! Anche se non sappiamo esattamente per quali veri motivi il Cavaliere Silvio Berlusconi dovette al termine dell'anno 1994 mettere fine al suo governo. Non sappiamo  perché non fu messo in condizione (alcuni affermeranno - impedito) di  formarne un altro. O come in questo circostanza, il perché non si ritornò immediatamente alle urne con nuove elezioni  (si dovranno attendere quelle del 1996). Forse la "regola del due" sopra accennata a molti parassiti faceva paura.


(Nel 1998 si riparlerà molto di questo periodo,  ma di chiarezza ne verrà fuori molto poca. Soprattutto su quell'avviso di garanzia  a Napoli, recapitato in una circostanza   molto delicata per l'immagine dell'Italia nel mondo. La figuraccia non la fece solo Berlusconi, ma   tutto il Paese, amici e nemici di Berlusconi).

Una cosa è certa, Berlusconi scese nell'arena con un carattere e delle intenzioni molto diverse, poi lo scontro molto duro lo ha trasformato. Con le armi della comunicazione che aveva a disposizione, preponderanti su quelle dei concorrenti,  ci si aspettava una battaglia di media, di immagini, mentre invece venne fuori una battaglia ideologica come non si era più vista dai tempi del 1948. 
La leggeremo Più avanti


10 GENNAIO 1994

Forte accelerazione nei preparativi ad Arcore e nei tanti uffici della Fininvest in giro per l'Italia. Sta per scattare l'ora X.  Il governo Ciampi sta per dare le dimissioni. La soluzione per un nuovo governo appare difficile. Le Elezioni sono alle porte. Dunque, "si rompono gli   indugi"  tutti in prima linea; sta per suonare la tromba della carica.

Lo abbiamo già letto, non é una decisione presa per  passione politica, se Berlusconi ora non "scende in campo" e alle elezioni vince il centrosinistra, Berlusconi rischia di fallire. Le banche con le nomine "rosse" potrebbero chiedere subito - anche in 24 ore- il rientro dei 3.800 miliardi,  Che non ci sono, quindi il fallimento.

Berlusconi vuol far credere agli italiani che vuole evitare che i "cosacchi rossi" arrivino a pascolare in piazza San Pietro, ma in effetti quello che teme è che i futuri direttori "rossi" delle banche vadano a mettere le tende nel parco di Arcore, perché del tifo per Berlusconi politico (o di chiunque altro) gli istituti di credito non sanno cosa farsene: Le banche non hanno un volto, hanno i Consigli di amministrazione, e questi guardano solo i conti e non le facce di chi è simpatico o meno.
Potrebbero, gli "gnomi" della finanza, nei Consigli di amministrazione, già subito, dopo il "cambio della guardia" (che  si teme tutta vestita di rosso) chiedere al cavaliere di "rientrare" dai debiti che sono tanti. A paventare questa eventualità è una rivista della Rizzoli del 10 gennaio, che riporta due servizi  interessanti.

MEDIOBANCA ha fatto già i conti in tasca a Berlusconi e  il resoconto ce lo presenta IL MONDO

I dividendi? Alle banche"

""I punti di vista restano diversi. Per MEDIOBANCA  l'esposizione finanziaria netta della Fininvest nel 1992 era di 3428 miliardi. Per la casa del biscione la cifra giusta era di 3.333 miliardi. Ma anche rispettando la classificazione degli uomini di Alfredo Messina, direttore finanziario del gruppo, l'indebitamento netto cresce a un ritmo rilevante.
Dai 3.333 miliardi si è passati secondo quanto risulta al "Mondo" a 3.800 miliardi a fine 1993.
Quasi 500 miliardi in più. Che fanno salire nonostante il raffreddamento dei tassi, gli oneri finanziari a 400 miliardi, un vero salasso. Per Berlusconi é il conto più amaro da pagare. Si tratta di una specie di super dividendo, da versare non nelle casseforti di famiglia ma in quello delle banche creditrici"
. (Da Il Mondo, 10/17 Gennaio, 1994).

Nello staff per la "scesa in campo" sono molti a gioire - scrive Ettore Tamos, sempre sul Il Mondo citato sopra, pag. 124, "C'è chi lo fa per piaggeria. E chi per non rovinare la festa. Ma anche se si uniscono al coro degli evviva che rimbalzano dalla villa di Arcore al quartiere generale di Forza Italia, a Milano, molti fedelissimi di Silvio Berlusconi voterebbero no. No all'impegno politico di sua emittenza. ...Più che un consiglio di buon senso sembra un grido di allarme. Che rende bene l'idea di come il vertice manageriale del gruppo Fininvest, nella holding e nelle aziende operative, sta vivendo la vigilia del tanto atteso annuncio. Con la preoccupante prospettiva di gestire un conglomerato di 12 mila miliardi senza il carisma del leader. Lo sapeva bene Fedele Confalonieri, vicepresidente della Fininvest, quando mostrava segnali di evidente insofferenza ai progetti di Berlusconi in politica. E lo sa bene Franco Tatò chiamato a gestire la ristrutturazione del gruppo in un momento così delicato. Con problemi organizzativi e di politica aziendale che si sommano con la definizione dei bilanci del 1993, un esercizio pesante che impone rapide decisioni di ristrutturazione e rilancio. Con o senza il Cavaliere.
Vengono messi nel preventivo dei fattori negativi anche quelli che qualcuno chiama eufemisticamente effetti collaterali di natura diversa: attacco dagli schieramenti politici contrari a Berlusconi; caduta dell'alone di simpatia intorno ai prodotti del gruppo, dai giornali alla tv, fino ai centri commerciali; provvedimenti legislativi penalizzanti; minore interesse dei partner internazionali; pressioni delle banche creditrici allarmate!".

Timori non vaghi. Il primo luglio, a elezioni avvenute e con al governo già Berlusconi, una serie di attentati colpiscono i supermercati della Standa del gruppo Fininvest a Roma, Milano, Brescia, Trento, Modena e Firenze. Mentre la Consulta e la Corte Costituzionale inizia a vagliare, e prende tempo, per il "taglio" alle Tv private.
Inoltre cosa non  messa in conto potrebbe cadere nel mirino di alcuni magistrati contrari alla sua politica. Nessuno meglio di lui dovrebbe sapere che l'informazione vera o falsa, se strumentalizzata, o fatta esplodere ad orologeria, distrugge uomini e imperi.

(vedremo infatti, lo scalpore suscitato il 22 novembre dal Corriere della Sera, (anche questo nel pianeta Rizzoli) che pubblicò in anteprima il famoso avviso di garanzia a Berlusconi, proprio mentre lo stesso si trovava a Napoli a presiedere come Presidente del Consiglio, la conferenza ONU, contro (ironia del destino) la criminalità organizzata. Il massimo che gli poteva capitare. Insomma i rischi ci sono per questa discesa in campo, ma ci sono anche se accantona l'idea come tanti gli suggeriscono. O la padella o la brace, non esistono alternative. E restare a guardare non rientra certo nel suo carattere.  Umanamente perfino da ammirare per il coraggio di aver scelto la strada più difficile. Forse.


13-16 GENNAIO 1994

Com'era da più parti previsto, CARLO AZEGLIO CIAMPI presidente del Consiglio rimette il suo mandato nelle mani del capo dello Stato. Il giorno dopo, il Presidente della Repubblica SCALFARO avvia la procedura di scioglimento delle Camere. 
Per eleggere il nuovo Parlamento e annunciata la chiamata alle urne con le elezioni fissate per il 27-28 marzo.


19 GENNAIO 1994 - "L'ultimatum"

Berlusconi in una conferenza stampa convocata ad Arcore lancia un invito alle forze politiche a trovare un accordo. Non è un   semplice invito ma un vero e proprio "ultimatum".  "Vi concedo il tempo fino al 23 sera, poi prenderò la decisione  di scendere in campo personalmente alla testa del mio movimento che si chiamerà  FORZA ITALIA"

L'intenzione di scendere in campo c'è già, l'ultimatum è solo una abile formula per impressionare, mentre la tempestività nell'intervenire ("in soccorso del Paese, non spiegando se il "paese" era l'Italia  o quello di Arcore" -scriverà,  Enzo Biagi ) conferma che Berlusconi ha tutto pronto per l'ora X. La sua sollecitazione alle forze politiche è abbastanza singolare,  suona come un ricatto ed inoltre  la forma é tipicamente  cesarista. Mai nessun governo aveva trovato la soluzione  a una crisi in tre giorni, né mai sono stati lanciati degli "ultimatum" per costituire un governo. Salvo quello di Mussolini nel '22 parlando a Napoli pochi giorni prima della Marcia su Roma.
Berlusconi non ha proprio detto "altrimenti ce lo prenderemo" ma velatamente lo ha fatto capire dal suo tono e nell'aver usato il termine "ultimatum". Insomma a Roma dovevano "tremare"! Stava muovendosi lui!


22 GENNAIO 1994 (la sera dopo scadrà l'Ultimatum di Berlusconii)

48 ore dopo l'ultimatum  GIANFRANCO FINI tiene a battesimo la nascita di ALLEANZA NAZIONALE, la nuova formazione politica annunciata il 26 novembre scorso. Contemporaneamente, afferma,  che i possibili  interlocutori nel neonato schieramento sono la Lega di Bossi, il CCD  di Casini e Mastella, e (guarda caso a 24 ore dalla scadenza dell'Ultimatum) il movimento di Forza Italia di Silvio Berlusconi.


26 GENNAIO 1994

Con un messaggio televisivo registrato, inviato   "alla Nazione", su tutte le reti, SILVIO BERLUSCONI  "scende in campo" e annuncia ufficialmente di candidarsi per le prossime elezioni, dichiarando di volersi impegnare a costituire il POLO DELLA LIBERTà' alternativo allo schieramento delle sinistre.
Nella "discesa in campo" manca dalla coreografia solo il "cavallo bianco"! Ma l'allarmismo che suscita in alcuni ambienti,  il colore  é ben diverso, infatti quello che sta scendendo in campo viene  già nominato il  "Cavaliere Nero".
Non si é ancora insediato, ed é stato già dipinto come "fascista", "dittatore", "peronista";  il suo partito una "lobby", un "partito azienda". Non gli risparmiano nulla i nemici.

Non sono estranee in questa discesa in campo le pressioni che vengono dalla Sicilia, dove,  con le disavventure di Andreotti appena iniziate, hanno creato un vuoto nei referenti politici romani.
Ma questo fa parte di un altro discorso che affronteremo più avanti, guardando i fatti da un'altra angolazione, visto che la percentuale dei voti della Dc siciliana, il 43 per cento, passano improvvisamente al centro-destra di Berlusconi.
Ritorneranno così alla ribalta in questa circostanza molti nomi famosi che appartengono al passato.


28 FEBBRAIO 1994

ber1351g.jpg (3804 byte) (Corriere d.S. 28.2.'94)

 

Abbiamo iniziato con questo titolo e terminiamo con lo stesso.
Vale la pena, per definire il clima che si sta scatenando; anticipare questa campagna elettorale. Dove Berlusconi  é appena "sceso in campo"; le elezioni si devono ancora fare; l'esito non si conosce ancora; e i maghi della comunicazione non hanno la palla di vetro. Ma già a fine febbraio il successo di Berlusconi  è quasi sicuro per tanti motivi.

Nel servizio che curò PAOLO MARTINI sul Corriere della Sera del 28.2.'94, alcuni fra i più bravi sociologi,  nell'analizzare  le elezioni del '92 con propri interventi, o citando lo stesso Martini  alcuni  libri appena stampati a inizio gennaio, questi  esperti tiravano le somme per il futuro prossimo. Ed erano due gli scenari più considerati  nella campagna elettorale. "Trionferà la personalizzazione" rispetto alla "propaganda ideologica".
Visto che tipo di personaggio scendeva in campo, quasi tutti in coro dissero "Prenderà il sopravvento sulla political logic, la media logic. Insomma che la Tv batteva la lottizzazione. Che le  immagini ci avrebbero fatto dimenticare i discorsi passionali che si facevano nel '45, nel '48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. I grandi dibattiti, i grandi scontri di idee di Togliatti, di De Gasperi, di Nenni, Amendola,  le rabbie sacrosante di Almirante o quelle ancora piu "sante" che venivano dal "microfono di Dio" del gesuita Riccardo Lombardi che guidava con i toni di una crociata la lotta contro i "senza Dio", gli atei comunisti. Fatto dimenticare anche quelle noiose "tribune politiche" con Ugo Zatterin che moderava (e toglieva il microfono) appena uno alzava la voce. Ci si aspettava campagne elettorali all'americana, tutta impostata sullo "spettacolo" , sui lustrini e le belle donne in primo piano nelle convention.

Interventi, opinioni, servizi sui giornali e riviste erano ancora fresche di stampa, i libri ancora in bozza ed ecco che sulla scena ripiomba  la propaganda politica caratterizzata al massimo dallo scontro fra chi urla ai comunisti che fanno ancora paura e chi strilla al Cavaliere Nero. La campagna elettorale insomma ripiomba al 1948, e si svolge all'insegna della più dura ideologizzazione. I sociologi aveva parlato di media logic, ma di questa non se ne vede l'ombra, sulla scena un gatto nero e un gatto rosso ad azzuffarsi.

I sociologi si difendono: Berlusconi era assolutamente imprevedibile - confessa Giampietro Mazzoleni  che da anni studia l'incrocio fra mass media e la politica.- I mass media stavano prendendosi molto spazio rispetto alla politica, e il peso dei partiti sul sistema della comunicazione andava diminuendo. Ma con Berlusconi sono saltate tutte le logiche.  La logica dei media e andata in corto circuito. Così - concludeva Mazzoleni - fra i mass media e la politica, siamo ora quasi all'incesto".

Quindi con Berlusconi salta tutto? Vince perché ha in mano buona parte dei media? Questa è la conclusione della logica attuale   riveduta e corretta in fretta.  Ma non è affatto così. Sorge un grosso problema. - (lo abbiamo ricordato siamo al 28 febbraio - la campagna è in pieno svolgimento)  Alcuni ipotizzano che ad aiutare veramente Forza Italia ci stiano pensando gli altri media, quelli non berlusconiani, con certi eccessi di demonizzazione dell'avversario. Per effetto psicologico naturale, apparire come vittima può favorire Berlusconi. Negli Stati Uniti sono stati documentati casi in cui la demonizzazione di un politico da parte dei media e degli opionion leader, ha fatto scattare nella massa il bisogno di proteggerlo. Lo chiamano effetto underdog.

E chi meglio di Berlusconi poteva conoscere questo effetto. Da tranquillo anche se dinamico imprenditore si trasforma  - nel duro scontro propagandistico che si è scatenato - in un grande attore. Alla  strategia il Cavaliere applica l'arte . Ai primi attacchi si pone come difensore della libertà, e adotta una strategia non più in uso ma utile: attaccare gli avversari "trasformandosi" in uno sfegatato anticomunista. Rivanga il passato che   metà italiani hanno già dimenticato e l'altra metà non ha nemmeno conosciuto,  ma lui  lo riporta in superficie in un modo tale da prendere tutta la scena dei dibattiti.

Forse non si rende conto che lui - che ha quasi sessant'anni - appartiene al residuo di una generazione che sta scomparendo. Dai suoi natali, dal 1936, sono nati nel frattempo 48.450.000 cittadini su 57 milioni viventi,   cioè  l'85 per cento della popolazione  non ha conosciuto nè il fascismo nè il comunismo. Quindi discorsi vecchi e improponibili. Eppure!

Forse all'inizio Berlusconi  non aveva neppure pensato di percorrere questa strada,  perché in Italia -  e lo sapeva bene - in questo momento non solo non c'era più il comunismo (il Muro è caduto da quattro anni)  - ma era stata ammanettata quasi tutta la vecchia partitocrazia. I comunisti un po' meno, ma anche loro erano dentro al centro di quella  bufera che stava allontanando l'intero elettorato, deluso, in pieno rigetto della politica. A ragione, visto che non era mai accaduto nella storia d'Italia che una intera classe politica sfilasse dietro le sbarre, e di quelli  ancora fuori si mormorava "Non ancora, ma domani mattina chi mettono dentro?". E si narra che molti politici (di ogni colore) non dormivano nemmeno più a casa per il terrore di sentire in piena notte il campanello suonare e il  cellulare di san Vittore aspettare sul portone.

I cittadini  in questo periodo (lo abbiamo visto,  il 75% degli italiani non ha ancora le idee chiare per chi voterà (cosa anche questa mai accaduta) sembrano - e lo sono effettivamente - disorientati. Più nessuno osa - anche in cuor suo, prima che con gli altri perché rischiano di fare delle figuracce il mattino dopo con il primo arresto - avere  delle certezze,  a mettersi a predicare stantie ideologie o a fare dell'estremismo dialettico, é dunque solo una grande marea di moderatisti.
In questa particolare condizione psicologica (lo sappiamo tutti) non c'è la disposizione ad assumere atteggiamenti barricadieri. E neppure si sente la necessità di affiancarsi a chi vuole demonizzare un avversario. 
Quello poi in causa, di cui stiamo parlando, Berlusconi, meno ancora:  fino a pochi giorni prima perfino i bambini  ne erano soggiogati, mentre i padri se volevano identificarsi in un uomo di successo a lui dovevano guardare; i giovani diplomati quasi tutti alla domanda in quale azienda vorresti lavorare rispondevano "a quella di Berlusconi".
Quindi non aveva colpe gravi, non aveva un passato criminale da potergli  tirar fuori, non aveva fatto parte di bande armate, né aveva conti in sospeso con una classe operaia sfruttata. Aveva soldi, aveva aziende, una forte squadra di calcio con tanti tifosi, forse qualche intrallazzo (che nessuno, anche chi ha una piccola azienda, ne é privo) in una società con tanto liberismo disinvolto e con qualche eccesso, quindi come altri arrampicatori, anche lui esposto al bersaglio di tanta invidia.
Se scende in campo uno simile con tante carte in regola e- sempre abituato a vincere, é un pericolo. Non  per i cittadini, ma per tutta quella categoria di persone che con la politica ci vive, direttamente e indirettamente. Quelli che vi operano in prima persona e quelli che in molte attività  prosperano solo perché ci sono i primi a permetterglielo.

Insomma per tutte queste circostanze a suo favore, e i pochi appigli degli avversari per demolirlo, l'unico modo - anche se sembrava paradossale - era di attaccarlo sul piano ideologico, ritornare  alla vecchia political logic, demonizzazione dell'avversario. E i contendenti non si risparmiarono di  certo.

In prima fila la bandiera del giornale-partito di  Carlo De Benedetti: L'Espresso, seguito da La Repubblica.

Per gli eccessi di demonizzazione, gli opinion leader delle due testate, non prendono minimamente in considerazione quello che abbiamo ricordato sopra: l'effetto underdog.  Cioè l'effetto opposto di quello che si vuole ottenere; quando scatta nella massa il bisogno di proteggere  dai media  il politico demonizzato.

I più informati giurano - scriverà poi Paolo Martini sul Corriere del prossimo 28 FEBBRAIO 1994 in piena campagna denigratoria - che persino Leopoldo Pirelli abbia trovato modo di far riflettere l'Editore De Benedetti sulla delicata questione. Persino Carlo Caracciolo si è interrogato sul problema degli effetti della campagna anti-Berlusconi  condotta da Scalfari e Rinaldi, su L'Espresso e La Repubblica. Si corre il rischio - dissero ma senza essere ascoltati - di paradossalmente aiutare l'avversario.

Ci sarà anche un grande dibattito sulla questione. Il numero di King uscito il 1� marzo '94, porta un inequivocabile titolo in copertina "Calma, Italia", e dentro,  l'intero numero è tutto ma proprio tutto  contro Berlusconi.
Mentre su Micromega di Lucio Caracciolo sempre del 1� marzo '94, in un identico dibattito, interviene  dalla Francia dove lavora alla Tv pubblica, Carlo Freccero   con una singolare interpretazione a proposito della demonizzazione, che ne è sicuro, questa  aiuterà  Berlusconi a vincere.  "E' questa una specie di guerra del Golfo al rovescio. A Baghdad l'attacco non ha avuto luogo perché i media non hanno potuto rappresentarlo, al contrario Berlusconi è già presidente del Consiglio perché si è rappresentato da solo come tale".
Può farlo solo con le sue Tv? Forse, ma non è decisivo. A farlo diventare protagonista ci hanno pensato gli avversari  nel modo peggiore: questo è decisivo, ed è quello che gli permetterà di vincere.

Vince, ma il percorso non è facile. Di attacchi inizia a riceverne da ogni parte. I primi: "Quelli portati dalle opposizioni che include la maggior parte della classe dirigente, da quella imprenditoriale a quella intellettuale" (l'analisi é di Marcello Pera, su Panorama  del 30 dicembre '94) e da parte della Chiesa che non è affatto tutta schierata con il Cavaliere, infatti ci sono alti prelati  contrari, alcuni molto critici, mentre altri esprimono riserve.
L'Osservatore Romano riporta una frase del Papa "Il Santo Padre non conduce una lobby ideologica politica"; Il Cardinale Giordano da Napoli é invece critico verso il Berlusconi  politico-imprenditore "Governare non significa comandare";  La Curia ambrosiana del Cardinale Martini ha  impietosamente bollata la  Finanziaria del governo del Cavaliere  "iniqua,  ingiusta e priva  di solidarietà";  A Ivrea l'arcivescovo Bettazzi  manda a dire che "La Chiesa non sta con i vincitori";  A Foggia l'arcivescovo Casale ha tagliato corto "Su questo centro destra sento odore di credere, obbedire, combattere"; Padre Sorge   da Palermo "esprimo tanta fiducia  in Martinazzoli e Prodi" e la rivista delle suore Consacrazione e servizio, scrive "L'arrivo della rampante squadra berlusconiana ha deluso gli italiani".
Ci sono anche quelli che appoggiano il Cavaliere, ma fra i  più potenti ci sono   molte riserve. Come il presidente della Cei, cardinale Camillo Ruini,  che vede meglio  l'idea di Buttiglione, quella di recuperare i voti dei cattolici.   Far unire il suo Ppi, il Ccd di Casini, i Verdi, i Pattisti di Segni.  Insomma una bella alleanza (meglio se coalizione)  centrista a prevalenza cattolica senza An. Da non dimenticare che Ruini vanta buone amicizie oltre che nella destra anche nella sinistra cattolica.

Insomma una strada lastricata di difficoltà che solo un abilissimo politico può percorrere. In questa  strada appare evidente   non sono morte le strutture e le fittissime reti di potere della prima Repubblica,   la restaurazione delle vecchie solide strutture (sia cattoliche che di sinistra - due grandi apparati) sono sempre dietro l'angolo, quindi se si vuole rimanere a galla  si deve fare compromessi con il vecchio  moderatismo italiano,  troppo presto (é accaduto spesso) dato per morto, dimostrando così ancora una volta di non conoscere gli italiani.

Se Berlusconi dimostrerà di essere poco abile a percorrere questa difficile strada con i suoi "uomini azienda" (con la deformazione professionale del comando), Bossi non lo sarà per nulla con i suoi "uomini sempliciotti", lui seguiterà  sempre ad appoggiarsi al singolare "moderatismo  arrabbiato" dei suoi elettori,  dove  prende   voti  ma seguita a offrire  nulla in cambio. Cavalca il localismo e poi dimentica la struttura nazionale della Chiesa, dimentica i ceti produttivi emergenti che guardano fuori, ai mercati fuori provincia, fuori regione, all'estero e  perfino alla multietnicità   come necessità per seguitare a produrre. (Solo la provincia di Vicenza impiega nella produzione e nei servizi 35.000 extracomunitari!!!) 

Invece cosa ti farà Bossi a fine anno 1994? Vuole cambiare cavallo, anche se un pezzo di Lega lo frena.

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13 Dicembre 1994 (e le ideologie?)

(( Il 13 Dicembre, 1994, in un clima natalizio Bossi preannuncia  l'agonia  del governo Berlusconi. All'una di notte annuncia. "Abbattiamo Berlusconi senza aspettare l'Epifania; già a Natale". Nervosismo fra i leghisti decisi a scongiurare un'alleanza con D'Alema. Una trentina sono i dissidenti alla Camera, una ventina al Senato. Musi lunghi, disorientati e alcuni polemici. Le motivazioni Bossi le spiega così: " Berlusconi si é  alleato con noi in nome del liberismo, per far vincere la cultura federalista del Nord. E invece com'é finita?  Berlusconi si é schiacciato sul sudismo di An. Ha scelto lo statalismo, i riciclati, e noi lo mandiamo a casa".

Gli elettori leghisti non sono tanto d'accordo, il  58 per cento sono contrari, il 6% sono senza opinione, e solo il 36 per cento dicono sì. (Sondaggio pubblicato su Panorama il 30 dicembre 1994).

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Conclusione la disperazione porta alle volte anche al "suicidio".
(E' stato scritto. Ma forse dietro c'era un altro progetto, non completamente riuscito)

All'inizio Bossi aveva definito i due alleati "una porcilaia fascista"; poi aveva partecipato all'alleanza; infine dopo sei mesi ci ha ripensato e vuol cambiare alleati, progetti e andare su un'altra strada, dalla parte opposta. Mentre nessuno dei leghisti quando votò Bossi e i suoi parlamentari  pensò che potessero allearsi con i comunisti (Ma ne riparleremo in altre pagine))

Spentasi l'arrabbiatura, i suoi elettori ritorneranno chi subito e chi dopo un po' di tempo ad essere quelli che sono sempre stati: dei moderati e basta; sia a destra, sia a sinistra sia  al centro, dove  da un paio d'anni Bossi pescava voti.
I "golpe" "neri" o le Rivoluzioni "rosse" gli italiani non le hanno mai volute fare, tanto meno quelle leghiste; non hanno la predisposizione. Si arrabbiano per un po' poi c'è sempre il riflusso.

"La politica non è una scienza esatta - affermava Bismarck - come molti s'immaginano, ma un'arte".
E Napoleone aggiungeva:  "In politica bisogna guarire i mali, non vendicarli".

La prima citazione sta bene a Berlusconi (marketing, sondaggi ecc.),  la seconda a Bossi.
La psicologia di massa alle volte (in un particolare periodo) fa l'improvvisa fortuna di un uomo, ma la stessa massa per uno di quegli eventi imprevedibili  spazza via lo stesso uomo in ventiquattrore. Come diceva Mussolini "basta un titolo su un giornale e ti ritrovi subito nella polvere".
Oggi con le implacabili TV ci vuole molto meno, solo poche ore. 

Maggio 1999 - 


IL SUCCESSIVO CAPITOLO LO ABBIAMO OSCURATO - Ndr.

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