HOME PAGE
CRONOLOGIA
DA 20 MILIARDI
ALL' 1 A.C.
DALL'1 D.C. AL 2000
ANNO X ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

110 e - IL CONFLITTO REGIONALE - GUERRA DI SECESSIONE

 

Abbiamo appena accennato in fondo al precedente capitolo che gli stessi osservatori europei che sbarcavano negli Usa a studiare il "miracolo americano", sotto tutti gli aspetti, economico e politico in primo luogo, si rendevano conto ben presto che in effetti esistevano due Americhe: quella del nord e quella del sud. Progredivano entrambe vertiginosamente, ma presentavano un latente pericolo per il mantenimento della buona armonia fra le due parti; all'inizio entrambe intraprendenti, poi in competizione, infine accanite rivali.
Le cause di queste rivalità
che maturarono nei primi decenni dell'Ottocento fino a sfociare nella guerra civile, nascevano principalmente dalle diverse situazioni geografiche in cui si trovavano gli Stati che costituirono la prima Unione, e le conseguenti diverse strade che presero le rispettive economie.

Gli stati meridionali si distinguevano per la ricchezza del suolo, per il clima caldo con la sua lunga stagione favorevole alle coltivazioni, e per il bassopiano costiero penetrato da fiumi soggetti alle maree. Erano tutti questi elementi favorevoli alla coltivazione intensa di prodotti, principalmente tabacco e riso, ampiamente superiori al fabbisogno interno e che quindi determinarono un grosso movimento di esportazione non solo negli Stati del nord, ma soprattutto verso l'estero.
Viceversa, gli Stati del Nord, che per condizioni ambientali potevano dedicarsi solo ad una coltura di sussistenza, ben presto indirizzarono le loro forze sull'industria, sulla pesca e sull'attività commerciale.

Questi diversi modelli di sviluppo economico portarono alla costituzione di due tipi di società che, con tutti i limiti di ogni schematismo, possiamo definire quella del Sud come patriarcale con una ben articolata definizione di classi sociali, quella del Nord come mercantile .
Nel Sud la mano d'opera composta principalmente di schiavi (a basso prezzo, o del tutto gratuita dopo averlo acquistato) era una necessità imprescindibile, dato il gran numero di lavoratori necessari per le colture. Al Nord invece le cui attività richiedevano numericamente meno personale si andava affermando la figura dell'operaio che era sì libero ma era un salariato, cioè costava.
Il tasso di profitto tratto dalla schiavitù nell'agricoltura del sud era del 10%, ma anche quella industriale del Nord (con i bassi salari distribuiti) era del 10,1% .
Alcuni analisti affermano che lo sfruttamento degli schiavi e lo sfruttamento degli operai, erano due facce della stessa medaglia del capitalismo.
Pubblicisti del Sud insistevano nell'affermare che le relazioni fra capitale e lavoro erano molto più umane sotto questo sistema, che sotto quello salariale del Nord.
Infine che l' economia del Nord industriale era indirettamente sostenuta dal Sud schiavista a valori altissimi, del 50%.
Vale la pena riportare senza ricorrere a statistiche oziose, la frase di un sudista: "Noi per muoverci, o per fare qualsiasi cosa dobbiamo acquistare sempre e quasi tutto al Nord. Dalla culla quando nasciamo alla zappa che ci serve per scavarci la fossa quando moriamo; noi abbiamo solo l'agricoltura, ma noi incrementiamo la loro produzione industriale; quelli del nord per continuare a produrre devono vendere a noi perchè fanno solo produzione industriale e non hanno fra l'altro a sufficienza materie prime. Quindi quelli del Nord che non facciano gli ipocriti".
Erano dunque queste le rivalità che portarono alla guerra civile.

 

Verso la metà del diciannovesimo secolo, nessun paese al mondo suscitava tanto interesse presso gli altri popoli, e richiamava tanti visitatori, quanto gli Stati Uniti. Il libro Democracy in America (La democrazia in America), dello scrittore politico francese Alexis de Tocqueville, riscosse una cordiale accoglienza nel continente europeo, mentre giudizi sempre più favorevoli si andavano formando nei confronti del nuovo paese. I visitatori arrivavano e trovavano belle la città e la baia di Boston; si meravigliavano del modo in cui dal deserto erano sorte, «una dopo l'altra, fiorenti città come Utica, Syracuse e Auburn »; viaggiando per le regioni settentrionali riscontravano, « ovunque le prove più inconfutabili di prosperità e di rapido progresso nell'agricoltura, nel commercio e nelle grandiose opere pubbliche ».
In effetti, la nazione godeva in pieno di un saldo benessere. Sia che gli stranieri sbarcassero a New York, a Filadelfia, o a Boston, essi rimanevano impressionati dalla operosità, dallo spirito di iniziativa e dalla serenità della gente. Un aspetto vivace e luminoso distingueva New York, con i suoi alti edifici e le abbaglianti vetrine dei negozi; Filadel
fia si faceva ammirare per la bellezza delle sue piazze, i bei viali ombrosi e le linde case a mattoni rossi, con i nitidi scalini bianchi sulle soglie.

Il territorio della nazione si estendeva ora per tutta l'ampiezza del continente abbracciando le montagne, le foreste é le grandi pianure. Entro questi immensi confini vivevano ventitré milioni di persone, in una Unione che comprendeva trentuno Stati. Mai come ora la terra promessa si era dimostrata la terra delle realizzazioni. A oriente, tutti i rami dell'industria erano in rigoglioso sviluppo. Al sud ed al centro l'agricoltura elargiva lauti guadagni. Le ferrovie andavano stendendo una rete sempre più fitta su quella parte del territorio che era stata colonizzata, e le miniere della California immettevano nei traffici il loro filone d'oro.

Ma come abbiamo detto all'inizio, al tempo stesso, tutti i visitatori si rendevano conto ben presto del fatto che in effetti esistevano due Americhe: quella del nord e quella del sud. La Nuova Inghilterra e gli Stati centrali della costa atlantica erano i centri più importanti dell'industria, del commercio e della finanza. Prodotti principali della zona erano la farina, le calzature, i tessili di cotone, il legname, i generi di abbigliamento, i macchinari, i prodotti del cuoio e della lana. Contemporaneamente, la navigazione aveva raggiunto il culmine della sua prosperità, e le navi statunitensi portavano la bandiera stellata sui sette mari, recando merci di tutte le nazioni.

Nel sud fioriva invece l'agricoltura. La fonte principale di ricchezza era il cotone, sebbene lungo le coste si coltivasse il riso, nella Louisiana lo zucchero, negli Stati di confine prevalessero le colture agricole, tra cui quella del tabacco, e vi fossero poche industrie sparse qua e là. Nel decennio 1850-1860, con una migliore messa a coltura delle ricche terre delle pianure del Golfo, la produzione del cotone venne quasi raddoppiata : questo prodotto confezionato in pesanti balle, bastava da solo ad alimentare il traffico dei carri, dei battelli e della ferrovia tanto verso nord quanto verso sud; esso rappresentava infatti oltre la metà delle esportazioni della nazione e forniva al tempo stesso, materia prima agli industriali tessili ed ai commercianti del nord. (quel 50% che abbiamo citato già sopra)

La zona del centro, con le sue praterie sconfinate e la popolazione in rapido aumento, non rimaneva indietro in questa impegnativa gara per la prosperità. Il suo grano ed i prodotti dei suoi allevamenti di bestiame venivano richiesti tanto dell'Europa, quanto dalle altre province americane che avevano già raggiunto una più complessa struttura economica.
La produzione veniva al tempo stesso incrementata in una maniera senza precedenti dalla introduzione di perfezionamenti tecnici. Tra le nuove macchine, la più importante fu la mietitrice McCormick, della quale vennero impiegati 500 esemplari nell'estate-del 1848, ed erano già 100.000 nel 1860.

Nello stesso tempo, il raccolto di grano del paese salì da circa 28 milioni di ettolitri nel 1850, a circa 49 milioni di ettolitri nel 1860; più della metà di questo quantitativo venne prodotto negli Stati del centro. Forte stimolo allo sviluppo delle zone occidentali fu il grande miglioramento dei mezzi di trasporto: fra il 1850 ed il 1857, la barriera dei Monti Appalachiani venne perforata da cinque linee ferroviarie. Il nord e l'ovest vennero così uniti da queste rapide vie di comunicazione che favorirono l'affermarsi di scambi vantaggiosi ad entrambi.

Aumentando inoltre l'interdipendenza economica delle due regioni, questi legami ebbero al tempo stesso l'effetto di favorire l'armonia dei rapporti anche sul terreno politico. Il sud partecipò assai meno a questo sviluppo delle comunicazioni ferroviarie, e fu solo verso la fine del decennio che una strada ferrata ininterrotta riunì, attraverso le montagne, il basso corso del Mississipì con gli Stati meridionali della costa atlantica.

Col passare degli anni, si andò manifestando in forma sempre più aperta il conflitto di interessi fra il nord ed il sud. Gelosi dei lauti guadagni realizzati dai commercianti del nord nello smercio della produzione cotoniera, quelli del sud. trovarono la spiegazione del minore sviluppo delle loro regioni con la preponderanza dei settentrionali. Questi ultimi, a loro volta, dichiaravano che la colpa di questa situazione ricadeva interamente sul sistema schiavista, la «peculiare istituzione» che invece il sud affermava essere essenziale per il proprio sistema economico.

Già fin dal 1830 questo senso di regionalismo si era gravemente acuito per la questione degli schiavi. Negli Stati del nord l'idea abolizionista guadagnava sempre più terreno, mentre si sviluppava al tempo stesso un movimento liberista che si opponeva energicamente a permettere l'estensione della schiavitù a quelle regioni che non si erano ancora organizzate a Stati. Per gli abitanti del sud la schiavitù era invece un'eredità per la quale non erano più responsabili di quanto non fossero per le altre loro eredità più antiche: la lingua inglese, la forma rappresentativa di governo, le idee ed i costumi.

In alcune zone costiere, la schiavitù aveva superato, nel 1850, i due secoli di vita, e costituiva quindi una parte integrante della struttura sociale del paese. Alcuni negri, che vivevano sul suolo americano già da cinque o sei generazioni, avevano acquisito non solo la lingua, ma le abilità, i pregiudizi, le idee religiose e sociali dei bianchi. Mentre nel nord la popolazione negra costituiva una percentuale insignificante, in quindici degli Stati meridionali e costieri essa era circa la metà di quella bianca.

A partire dagli anni intorno al 1845, la questione degli schiavi fu di gran lunga la più importante nella vita politica americana. Il Sud, dall'Atlantico al Mississippì ed oltre, costituiva una unità politica relativamente compatta, in perfetto accordo su tutti i punti fondamentali relativi alle piantagioni di cotone ed agli schiavi. La maggior parte dei coltivatori di cotone del Sud finirono in effetti per considerare gli schiavi come un elemento essenziale del loro sistema economico. La coltivazione del cotone si prestava assai bene al loro impiego: essa veniva effettuata con mezzi primitivi, dava lavoro per nove mesi dell'anno e consentiva anche l'uso delle donne e dei bambini nonché quello di «mano d'opera esperta».

Nel Sud, la classe politica, i professionisti e la maggior parte del clero, quando polemizzavano con le opinioni professate nel Nord, non si limitavano più a scusarsi per il fatto che si avvalevano di schiavi, ma erano addirittura convinti assertori del sistema. Si sosteneva che i negri ne ritraevano grandi vantaggi, ed i pubblicisti del Sud insistevano nell'affermare che le relazioni fra capitale e lavoro erano molto più umane sotto questo sistema, che sotto quello salariale del Nord.

Fino al 1830 era tradizionale il vecchio principio patriarcale delle piantagioni, fondato sul semplice sistema della direzione e del controllo degli schiavi da parte degli stessi padroni; ma dopo quell'anno si cominciò a manifestare un cambiamento deciso. Con l'introduzione dei metodi di produzione del cotone su larga scala nelle regioni più meridionali, assai spesso i padroni cessarono di esercitare personalmente il controllo sugli schiavi e ricorsero all'assunzione di gente di professione, la cui abilità veniva giudicata dalla capacità che essi dimostravano nello spremere dagli schiavi il maggiore rendimento possibile nel lavoro.
Anche se molti dei proprietari continuarono a trattare con benevolenza i loro schiavi, d'altra parte si ebbero anche dei casi di spietata crudeltà, senza contare che il sistema spesso imponeva di spezzare i vincoli familiari. I più spietati attacchi contro il sistema della schiavitù non si fondavano tuttavia sulla ferocia dei sorveglianti, quanto sulla violazione del fondamentale diritto di ciascun essere umano di essere libero e sul fatto che qualsiasi tipo di schiavismo potenzialmente offriva l'occasione di ricorrere a metodi brutali di repressione.

Oltre a ciò, secondo F. L. Olmsted, uno studioso del nord che compì in quel periodo un acuto esame delle condizioni esistenti nelle regioni meridionali, lo stato servile «privava il lavoratore di ogni stimolo a migliorare le sue capacità e la sua perizia, distruggeva il suo amor proprio, avviliva e fuorviava ogni sua attività e sopprimeva le doti di natura che inducono l'uomo ad adoperarsi per migliorare le sue capacità e per aumentare il suo rendimento verso la Patria e la società».

Col passare degli anni, la coltivazione del cotone e la organizzazione di lavoro ad essa inerente finirono col rappresentare un cospicuo investimento di capitale. Da un raccolto di entità trascurabile, si passò repentinamente nel 1800 ad una produzione di circa 16.000 tonnellate, ad una di 73.000 nel 1820 e si raggiunse nel 1840 un totale di oltre 303.000 tonnellate. Nel 1850, i sette ottavi del fabbisogno mondiale di cotone erano forniti dalle piantagioni dell'America meridionale. Di pari passò aumentò il numero degli schiavi, e al tempo stesso la protezione ed il potenziamento del sistema economico basato sul binomio cotone schiavismo divenne il principale obiettivo dei rappresentanti del Sud nella politica nazionale. Così, una delle loro mire principali era quella di estendere la coltura del cotone oltre le zone a cui era rimasta circoscritta. Tale espansione era imposta dal fatto che il malaccorto sistema di coltivare una sola pianta, il cotone, esauriva rapidamente il terreno; di conseguenza, si cominciava a sentire, nel sud, il bisogno di nuove terre fertili. Oltre a ciò, per ragioni di prestigio politico, i meridionali avevano bisogno di nuovi territori con i quali costituire degli altri Stati schiavisti, che neutralizzassero il peso dei nuovi Stati antischiavisti che si venivano aggiungendo all'Unione.

Gli anti-schiavisti del nord si resero ben presto conto di questa manovra in atto nella politica nazionale e cominciarono a considerarla una malvagia coalizione mirante a consolidare l'idea schiavista.

Nel nord, la reazione al movimento schiavista entrò in fase particolarmente attiva negli anni successivi al 1830. Un precedente movimento anti-schiavista, che era un portato diretto della Rivoluzione americana, aveva conseguito una prima e limitata vittoria nel 1808, quando il Congresso aveva decretato l'abolizione del commercio di schiavi con l'Africa. Dopo di allora l'opposizione era rimasta principalmente limitata ai Quacqueri, i quali continuarono ad elevare moderate ed inefficaci proteste; e tutto questo mentre l'introduzione della macchina sgranatrice del cotone creava una sempre crescente richiesta di schiavi.

Negli anni intercorsi fra il 1820 ed il 1830 si pervenne ad una nuova fase delle agitazioni, dovuta in gran parte al dinamismo idealista della democrazia del tempo ed al grande interesse che tutte le categorie cominciavano a prendere alla causa della giustizia sociale.
Nelle sue fasi acute, il movimento propugnatore dell'abolizione della schiavitù in America fu combattivo ed inflessibile, noncurante di tutte le garanzie costituzionali e giuridiche che proteggevano il sistema schiavista e fermamente deciso ad ottenerne la immediata soppressione. La parte estremista di questo movimento trovò un capo fervente in William Lloyd Garrison, un giovane del Massachusetts il quale assommava in sé l'eroismo fanatico del martire e l'abilità combattiva di un capace demagogo.

Il primo gennaio del 1831 apparve il primo numero del suo giornale The Liberator (Il Liberatore), che recava il seguente annuncio: «Lotterò strenuamente per l'immediata liberazione della nostra popolazione schiava... A questo riguardo, non desidero pensare, esprimermi o scrivere con moderazione... Sono impegnato sino in fondo... Non userò mezzi termini... Non accetterò scuse... Non indietreggerò di un palmo... e sarò ascoltato! ».

I metodi drammatici di Garrison fecero aprire gli occhi di molti settentrionali sul carattere indegno di una istituzione che da molto tempo essi avevano finito per accettare come ormai acquisita e non modificabile. Il suo sistema consisteva nel porre sotto gli occhi del pubblico gli episodi più eccezionali e disgustosi a cui il sistema servile dava origine, e nel biasimare come aguzzini e trafficanti di carne umana i padroni degli schiavi e tutti quelli che li difendevano.
Egli non ammetteva alcun diritto dei padroni, non accettava alcun compromesso, non tollerava alcun indugio. I meno violenti fra gli abitanti del nord non sottoscrivevano tuttavia il suo fare sprezzante della legalità, e sostenevano che la riforma avrebbe dovuto attuarsi con mezzi pacifici e nell'ambito della legge.

Un aspetto del movimento antischiavista consisteva nell'aiutare, con il favore delle tenebre, i negri che scappavano per cercare riparo al Nord oppure oltre i confini del Canadà. Nel decennio successivo al 1830 era stata ottimamente organizzata in tutte le regioni del nord, per dare aiuto ai fuggiaschi, una complicata rete di itinerari clandestini nota come «la ferrovia sotterranea». I «colpi» più riusciti erano quelli che venivano effettuati nei territori di nord-ovest. Si calcola che fra il 1830 ed il 1860 solo nell'Ohio non meno di 40.000 schiavi fuggiaschi vennero aiutati a conquistare la libertà. Il numero delle società antischiaviste locali crebbe con tale rapidità, che nel 1840 ve ne erano circa 2.000, con forse 200.000 affiliati.

Malgrado il fatto che i vari sostenitori del principio abolizionista mirassero principalmente a fare appello alla coscienza di ciascun cittadino, la popolazione
del nord rimase nel complesso estranea al movimento. Assorbita dai propri affari, essa ritenne in genere che la schiavitù fosse un problema che i meridionali dovevano risolvere con provvedimenti di natura locale.
Sembrava ad essi che lo zelo sfrenato degli antischiavisti potesse minacciare la compattezza dell'Unione, elemento questo che era per loro assai più importante dell'abolizione della schiavitù.

Tuttavia, nel 1845, con l'acquisto del Texas - e, poco dopo, con gli ingrandimenti territoriali nel sud-ovest, che furono conseguenza della guerra contro il Messico - il problema si trasformò da questione morale in argomento di scottante attualità politica. Fino allora era sembrato che lo schiavismo dovesse rimanere circoscritto alle zone nelle quali era esistito. I suoi limiti erano stati fissati con il cosiddetto Compromesso del Missouri, del 1820, e non c'erano stati motivi per violarlo.

Ora, col fatto che l'Unione aveva acquistato nuovi territori, che potevano prestarsi ad un sistema economico basato sullo schiavismo, sembrò probabile un ulteriore sviluppo della « peculiare istituzione ».
Molti, nel nord, ritenevano che, simile istituzione, se fosse rimasta circoscritta entro limiti ben definiti, avrebbe finito per disintegrarsi e scomparire. La loro opposizione all'accettazione di nuovi Stati schiavisti trovava legittimazione nel pensiero di Washington e di Jefferson e nella Ordinanza del 1787, che vietava l'estensione della schiavitù ai territori di nord-ovest: elementi, questi, ritenuti vincolanti.
Dato che il Texas era già uno Stato schiavista, era naturale che, entrando a far parte dell'Unione, esso conservasse questa sua caratteristica. Ma la schiavitù non esisteva nella California, nel Nuovo Messico e nell'Utah; sicché, quando nel 1846 gli Stati Uniti si prepararono ad estendere la loro giurisdizione su questi territori, si crearono quattro gruppi principali, che sostenevano tesi opposte circa le misure da adottare.

Gli estremisti del Sud insistevano perché fossero aperti al sistema economico schiavista tutti i territori acquistati dal Messico. I più accesi antischiavisti del nord volevano invece che tutte le nuove regioni rimanessero ad esso precluse. Un gruppo moderato proponeva che la « linea del compromesso » del Missouri fosse estesa sino al Pacifico, lasciandosi a nord gli Stati anti-schiavisti ed al sud quelli che ammettevano la schiavitù. Ed infine un altro gruppo moderato suggeriva che la soluzione fosse trovata in base al principio della « sovranità popolare », cioè a dire che il governo acconsentisse ai coloni di spingersi nelle nuove terre con o senza schiavi, a loro piacimento, e che poi, quando fosse venuto il momento di dare struttura amministrativa ai nuovi Stati, fosse la stessa popolazione a decidere.

L'opinione pubblica nel Sud inclinava sempre più verso la tesi che bisognava riconoscere giuridicamente la schiavitù in tutti i territori. La tesi opposta andava prevalendo con la stessa intensità nel Nord. Nel 1848, quasi 300.000 voti andarono al « Free Soil Party », (Partito della Terra Libera) il quale sosteneva che il metodo migliore era quello di « limitare, circoscrivere e scoraggiare la schiavitù ».

La scoperta dell'oro in California, avvenuta nel gennaio del 1848, fece sì che da tutte le parti del mondo una fiumana di cercatori si precipitasse verso quello Stato; soltanto nel 1849 se ne ebbero oltre 80.000. La California divenne un problema importante, poiché il Congresso, prima di potervi introdurre un governo organizzato, doveva determinare la posizione di questa nuova regione nei confronti della questione schiavista. Le speranze del paese si rivolsero al senatore Henry Clay, il quale già per due volte, in periodi critici, aveva trovato brillanti soluzioni di compromesso.
Anche questa volta, con un progetto ben congegnato, egli seppe arrestare a tempo una pericolosa controversia. Fra l'altro, la sua proposta di compromesso prevedeva (nei termini in cui venne poi modificata dal Congresso) che la California venisse ammessa come stato « libero » (cioè in cui la schiavitù era proibita) mentre le altre nuove annessioni venissero raggruppate nelle due regioni del Nuovo Messico e dell'Utah, ed organizzate senza far menzione del problema; che l'aspirazione del Texas ad una parte del Nuovo Messico venisse tacitata con il pagamento di dieci milioni di dollari; che fosse istituito un più vigile controllo per arrestare gli schiavi fuggiaschi e riconsegnarli ai loro padroni, e che nel Distretto di Columbia venisse abolito il commercio degli schiavi (ma non la schiavitù). Approvate queste misure - che sono passate alla storia americana come « il compromesso del 1850 » - tutto il paese tirò un respiro di sollievo.

Per il breve spazio di tre anni sembrò che questa soluzione di compromesso avesse liquidato quasi tutte le divergenze. La tensione però non solo rimase, ma, sotto una apparente tranquillità superficiale, andò crescendo. La nuova legge contro gli schiavi fuggiaschi urtò profondamente la suscettibilità degli abolizionisti, che si rifiutarono comunque di prender parte alla cattura degli schiavi; anzi, li aiutarono a fuggire. La « ferrovia sotterranea » si organizzò meglio e lasciò da parte ogni ritegno nell'apprestare soccorso ai fuggitivi.

E' questo il periodo in cui entra in campo la letteratura, che mette ancora più in luce la discordia che divide gli americani e dà colore emotivo ed umanitario agli elementi che circondano quella istituzione che minaccia la loro unione. Coloro i quali erano interessati al fatto che si parlasse il meno possibile della schiavitù, pensavano che l'ostacolo da superare fossero gli uomini politici ed i giornalisti; essi non avrebbero potuto mai immaginare che un romanzo potesse esercitare un'influenza di gran lunga superiore a quella dei legislatori o della stampa quotidiana.
I poeti Whittier, Lowell, Bryant, Emersone Longfellow avevano già espresso con efficacia il loro disgusto per lo schiavismo. Tuttavia, pochi credevano, nel 1851, che si potesse scrivere su questo argomento un'opera narrativa a carattere popolare.

Ma fu appunto in quell'anno che apparve sul periodico popolare National Era (L'Era della Nazione) un articolo in cui veniva descritta la morte di uno schiavo chiamato « zio Tom ». Esso suscitò un così profondo interesse, che Enrichetta Beecher Stowe pubblicò più tardi, a puntate settimanali, il racconto La capanna dello zio Tom, lo spunto del quale le era stato fornito dal precedente articolo. Il fatto che « Hatty » Beecher, figlia del famoso sermonista Lyman Beecher, possedesse del talento letterario, era cosa nota fino allora soltanto al marito di lei; difatti, quando essa si accinse a scrivere il romanzo era ancora, come scrittrice, alle prime armi. Più preparata, invece, era dal punto di vista della maturità morale, e fu la legge contro gli schiavi fuggitivi che destò in lei il bisogno di esprimersi.

La storia di questo libro é una delle più sorprendenti, nel campo delle lettere. Quando l'autrice cominciò a scriverlo, essa stessa riteneva che ne sarebbe venuto fuori un'opera di secondaria importanza; invece, molto prima che ne venisse pubblicata l'ultima puntata, il romanzo aveva suscitato un enorme rumore. Stampato nel 1852, se ne erano vendute più di 300.000 copie prima della fine dell'anno, mentre otto macchine stampatrici elettriche lavoravano giorno e notte per soddisfare le richieste.
La Capanna dello Zio Tom rese giustizia ai numerosi proprietari di schiavi che erano umani e generosi; l'unico brutale schiavista che vi figura é Simon Legree, che proviene dal nord. Ma la signora Stowe dimostrò come schiavitù e crudeltà siano inseparabili, e quale profondo e insanabile dissidio esistesse fra una società libera ed una società schiavista. Il suo libro eccitò contro lo schiavismo le giovani generazioni di cittadini da poco divenuti elettori e raggiunse il suo scopo non soltanto in America, ma anche in Inghilterra, in Francia e in altre nazioni, essendo stato tradotto in quasi tutte le principali lingue del mondo.

Ovunque esso suscitò un grande entusiasmo per la causa abolizionista, giacché faceva leva sui più elementari sentimenti dell'uomo e sulla giusta indignazione e pietà per quanti erano inermi di fronte ad una spietata crudeltà.
Da allora la questione della schiavitù non poté più essere messa a tacere. Quella crosta sottile che il Compromesso del 1850 aveva posto su tale incandescente materia mostrava ormai le sue crepe. Nel 1854 l'antica questione della schiavitù nei territori di recente acquisizione - in questo caso il vasto territorio del Nebraska - venne riaperta; ma stavolta la polemica fu ancora più aspra. I radicali del sud erano decisi a stracciare il Compromesso del Missouri, che aveva precluso alla schiavitù l'intera vallata superiore del Missouri; ma quando cominciarono a muoversi in questo senso, i settentrionali si svegliarono.

Numerosi coloni venivano attirati dalle fertili regioni che costituiscono ora gli Stati del Kansas e del Nebraska e che promettevano, con la istituzione di un governo stabile, di progredire rapidamente. Gli abitanti del Nord ritenevano che, se si fosse proceduto ad organizzare quella regione, i colonizzatori vi si sarebbero riversati numerosi e si sarebbe potuto costruire una ferrovia da Chicago sino al Pacifico. In base al Compromesso del Missouri, in tutta questa regione la schiavitù era proibita; i maggiori proprietari di schiavi nel Missouri si opponevano però a che la schiavitù fosse abolita nel Kansas, il quale si stendeva ai loro confini occidentali, poiché in questo modo essi si sarebbero venuti a trovare circondati da tre territori dai quali la schiavitù era bandita, ed avrebbero potuto essere costretti a cedere ed a rinunciare anch'essi a quella istituzione.

Per un certo tempo i rappresentanti del Missouri al Congresso, appoggiati da quelli di altri Stati meridionali, riuscirono a bloccare tutti i tentativi di condurre l'ordine in quella regione.
Fu allora che Stephen A. Douglas, senatore anziano dell'Illinois, spuntò nel 1854 le armi dell'opposizione, affermando che con il Compromesso del 1850, con il quale il Nuovo Messico e l'Utah erano stati lasciati liberi di decidere da sé la questione della schiavitù, il Compromesso del Missouri era stato da un pezzo superato. Il suo progetto prevedeva l'organizzazione dei due territori, il Kansas ed il Nebraska, e consentiva ai coloni di portare con sè degli schiavi. Gli abitanti avrebbero poi dovuto decidere da sé, al momento di entrare a far parte dell'Unione come Stati, se dovevano ammettere o bandire la schiavitù.

I settentrionali accusarono Douglas di favorire quelli del Sud per ottenere nel 1856 l'elezione a Presidente; non c'é dubbio, infatti, che egli fosse molto ambizioso. Ma se si illudeva che il suo progetto sarebbe stato docilmente accettato al Nord, dovette ben presto disilludersi. L'idea di aprire alla schiavitù le ricche praterie dell'occidente apparve a milioni di persone come un errore imperdonabile, e dispute violentissime accompagnarono la discussione del progetto di legge.
La stampa liberista lo avversò violentemente; pure contrario fu il clero del Nord che lo assalì da migliaia di pulpiti, mentre molti commercianti che sino allora erano stati in cordiali rapporti con quelli del Sud fecero un rapido voltafaccia. Eppure, una bella mattinata di maggio il progetto venne approvato dal Senato, fra le salve di gioia di quelli del Sud.

In quella circostanza Salmon P. Chase, uno dei capi dell'opposizione antischiavista, profetizzava: «Essi si rallegrano della vittoria di oggi, ma l'eco che essi suscitano non si spegnerà sino a che la schiavitù non sia estirpata». Quando più tardi Douglas si recò a Chicago per parlare in sua difesa, le navi nel porto abbassarono la bandiera a mezz'asta, le campane delle chiese suonarono a morto per un'ora, ed una folla di diecimila persone cominciò a urlare così forte, che egli non riuscì a farsi ascoltare.

I risultati immediati dello sconsigliato provvedimento di Douglas furono di grandi proporzioni. Il partito dei Whig, che non aveva preso posizione nella questione della estensione della schiavitù, venne sommerso sino a scomparire, ed al suo posto sorse una nuova e potente organizzazione, il Partito Repubblicano.

La sua prima richiesta fu che la schiavitù venisse esclusa da tutti i territori. Nel 1856 esso designò come candidato alla presidenza il dinamico John Frémont, che si era guadagnato una meritata fama con le sue cinque spedizioni per l'esplorazione del Far West. Sebbene egli perdesse alle elezioni, tuttavia il nuovo partito si affermò in gran parte del nord. Leaders del movimento liberista, come Chase e William Seward, guadagnarono maggiore influenza che non avessero mai goduto, ed insieme con essi apparve un alto e magro avvocato dell'Illinois, Abraham Lincoln, il quale mostrava una logica sorprendente nel discutere sui nuovi problemi.

Il confluire nel Kansas di proprietari di schiavi del Sud e di antischiavisti del Nord produsse un violento antagonismo, che ben presto degenerò in una serie di conflitti armati, ciò che valse a quel territorio la denominazione popolare di «Kansas insanguinato».
«Ogni nazione che reca nel suo seno grandi e non riparate ingiustizie » - aveva scritto la signora Stowe - «si trova di fronte all'eventualità di un tremendo sconvolgimento».

Difatti, a misura che gli anni trascorrevano, gli avvenimenti portavano la nazione sempre più vicino all'inevitabile esplosione. Nel 1857 venne resa nota la famosa decisione della Corte Suprema concernente il caso di Dred Scott; questi era uno schiavo del Missouri che una ventina di anni prima era stato dal suo padrone portato a vivere nei territori dell'Illinois e del Wisconsin, dove la schiavitù era proibita. Ritornato nel Missouri ed essendo insoddisfatto delle sue nuove condizioni di vita, Scott chiese alla Corte di essere considerato libero, in ragione del fatto che egli aveva acquistato la residenza di un territorio che non ammetteva la schiavitù.
La Corte, in seno alla quale predominavano gli elementi del Sud, decise invece in questo senso: primo, che Scott, essendo ritornato di sua volontà in uno Stato schiavista, aveva perduto ogni e qualsiasi diritto alla libertà; secondo, che qualunque tentativo il Congresso avesse compiuto per proibire la schiavitù nei territori, sarebbe stato incostituzionale.

In tutto il Nord, questa decisione sollevò un fiero sdegno. Mai prima d'allora il potere giudiziario si era lasciato andare ad una condanna così crudele! Per i democratici del Sud, invece, la decisione costituiva una grande vittoria, in quanto dava la sanzione giuridica alla loro tesi sulla questione della schiavitù nei territori. Sino a questo momento Abraham Lincoln era rimasto si può dire confuso nella massa di centinaia di altri avvocati del Nord che si interessavano di politica. Da tempo egli considerava la schiavitù come una iattura; infatti, in un discorso pronunciato a Peoria, nell'Illinois, nel 1854, aveva sostenuto la tesi che tutta la legislazione del paese avrebbe dovuto essere basata sul principio adottato dai fondatori della repubblica, e che cioè la schiavitù era una istituzione che andava circoscritta ed alla fine abolita.
Sosteneva anche che l'esistenza dello schiavismo nei territori occidentali non riguardava soltanto gli abitanti dei posto, ma tutti gli Stati Uniti, e che quindi era errato fare ricorso al principio della sovranità popolare per decidere la questione.

Questo discorso lo rese popolare in tutto l'Ovest, che si andava allora sviluppando, e quattro anni dopo egli entrò in lizza con Stephen A. Douglas per il posto di Senatore dell'Illinois.
Iniziando il discorso con cui, il 17 maggio 1858, apriva la sua campagna elettorale, egli pronunciò alcune parole che avrebbero costituito poi la nota dominante della storia americana nei sette anni successivi:

« ... Una casa in discordia non può resistere a lungo! Ritengo che il nostro paese non possa per sempre restare metà schiavo è metà libero. Non mi attendo che l'Unione debba dissolversi. Non mi attendo che la casa debba crollare, ma prevedo che cesserà di essere divisa ».

Lincoln e Douglas si impegnarono, per tutta l'estate e l'autunno del 1858, in una serie di sette dibattiti. Nelle piccole, riarse città dell'Illinois, adagiate fra i campi ove stormisce il granturco, contadini in maniche di camicia, sui loro carri agricoli, sui carrozzini o in piedi, stavano ad ascoltarli insieme alle loro famiglie. Il senatore Douglas, scortato dai membri della locale sezione democratica, si presentava su di una carrozza aperta e saliva su di un palco.

Alto poco più di un metro e cinquanta, robusto, pieno di elasticità e di portamento, era chiamato « il piccolo gigante » e godeva di grande reputazione come oratore. Ogni suo lineamento spirava padronanza e sicurezza; ogni suo gesto, energia e spirito combattivo.

Per quanto riguarda «Abe» Lincoln, era invece molto più facile che si presentasse a piedi, e sovrastava la folla con il suo volto solcato e con il suo lungo collo. Quando si rivolgeva al popolo, la sua espressione era soffusa di malinconia. A lui toccava di muovere all'attacco e non solo egli disputava a Douglas il diritto di rimanere al Senato, ma egli era anche il portavoce di un nuovo partito.
Nessun discorso in inglese aveva mai avuto maggiore acutezza, chiarezza e luminosità di quelli pronunciati dai due contendenti. E anche se ancora una volta Douglas venne rieletto senatore, Lincoln si era guadagnata una fama nazionale.

Non passò molto che la lotta regionalistica tornò ad acutizzarsi. John Brown, un fanatico della lotta antischiavista, il quale tre anni prima, nel Kansas, aveva inferto un colpo sanguinoso alla schiavitù, continuava a covare il suo odio per quella istituzione. Con l'aiuto di pochi estremisti nella Nuova Inghilterra, maturò ben presto un colpo ancora più audace. Raccolta una banda di diciotto seguaci, cinque dei quali negri, si impadronì, nella notte del 16 ottobre 1859, dell'arsenale federale di Harpes Ferry, in Virginia.
Quando spuntò l'alba, i cittadini di Harpes Ferry, dato mano ad armi di ogni sorta, si riversarono nel villaggio e iniziarono il contrattacco, con l'aiuto di alcune compagnie della milizia, Brown e quelli del suo gruppo che sopravvissero vennero fatti prigionieri.

Un senso di allarme si diffuse per tutto il paese. Per molti di quelli del Sud, il tentativo di Brown era una conferma dei loro più gravi timori. Dall'altra parte, invece, gli estremisti dell'abolizionismo salutarono Brown come una nobile figura di martire per una grande causa. La maggior parte dei settentrionali tuttavia non approvarono quel gesto, vedendo in esso non un attacco al Sud, ma al principio stesso della società organizzata ed ai metodi democratici dí conseguire il progresso sociale. Brown venne processato per ribellione, tradimento e assassinio ed il 2 dicembre 1859 venne impiccato. Fino alla fine egli proclamò di non essere che uno strumento nelle mani di Dio.

Questo incidente servì solo ad intensificare quelle differenze fra Il Nord e il Sud che erano esistite sin dai primi tempi, e che andavano consolidandosi a misura che la nazione prendeva il suo aspetto definitivo. Il Sud era quasi interamente rurale. Gran parte del Nord aveva assunto carattere urbano. Il Nord sosteneva la necessità delle tariffe protezioniste sui prodotti della nascente industria; il Sud agricolo le detestava. Il Nord era favorevole ad una rapida distribuzione delle terre demaniali a piccoli proprietari, tanto più che si andava sviluppando una forte richiesta di appezzamenti gratuiti di terreno. « Votate per farvi dare le terre! » era il motto che correva sulla bocca di tutti.

Il Sud voleva invece che il patrimonio demaniale fosse mantenuto, e che le terre fossero vendute soltanto dietro congruo compenso.
Il Nord chiedeva un efficiente sistema bancario nazionale; il Sud era ostile ad un accentramento bancario.
Infine, dal punto di vista dei rapporti sociali, il Nord, dove si era creata una compatta classe media, era più democratico del Sud, dove qui la maggior parte della ricchezza e del potere erano detenuti da una oligarchia costituita dai proprietari di schiavi.

Nelle elezioni presidenziali del 1860 queste differenze fra il Nord e Sud trovarono la loro espressione politica. Il partito repubblicano si presentava perfettamente compatto. In un entusiastico Congresso tenuto a Chicago, esso nominò come candidato Abraham Lincoln, che nelle regioni del centro era la più popolare figura del partito. Lo spirito agonistico raggiunse il culmine; una ferma volontà animava quei milioni di elettori, i quali proclamavano che non avrebbero permesso che la schiavitù si diffondesse ulteriormente.
Il partito prometteva inoltre l'introduzione di tariffe protettive dell'industria e si guadagnava le simpatie degli abitanti del nord affamati di terre, con l'impegno di emanare una legge per la concessione gratuita di terreno ai coloni. Dall'altro lato, gli oppositori erano disuniti. Il giorno delle elezioni, Lincoln ed i repubblicani vennero portati in trionfo.

Era una conseguenza prevista che la Carolina del Sud si sarebbe staccata dall'Unione se fosse stato eletto Lincoln, tanto più che questo Stato attendeva da tempo l'occasione per creare una Confederazione che unisse gli Stati del meridione. Non appena i risultati definitivi delle elezioni furono noti, un Congresso appositamente convocato dalla Carolina del Sud dichiarò che «da quel momento era sciolta l'Unione esistente fra la Carolina del Sud e gli altri Stati sotto la denominazione di Stati Uniti d'America».

Gli Stati più meridionali ne seguirono immediatamente l'esempio, e l'8 febbraio del 1861 costituirono la "Confederazione degli Stati Americani".

Prima che un mese fosse trascorso, il 4 marzo dello stesso anno, Abraham Lincoln venne insediato Presidente degli Stati Uniti. Nel discorso pronunciato per l'occasione, si rifiutò di riconoscere la secessione, considerandola «priva di qualsiasi fondamento giuridico».

Il suo discorso si concluse con un eloquente e commovente appello per il ritorno agli antichi vincoli di affetto. Ma il Sud rimase sordo a questo appello ed il 12 aprile i cannoni aprirono il fuoco su Forte Sumter nel porto di Charleston, nella Carolina del Sud (nell'immagine di apertura).
Ogni indugio venne allora messo da parte dai settentrionali: i tamburi fecero sentire il loro rullare in ogni città e villaggio, e i giovani correvano ovunque alle armi. Al tempo stesso, e con eguale fervore, il popolo dei sette Stati secessionisti rispose all'appello del suo Presidente Jefferson Davis.

Pochi ebbero allora la visione degli orrori e delle proporzioni del conflitto che si era acceso; eppure, prima che la guerra fosse terminata, vi avevano preso parte circa 800.000 individui per il Sud ed un numero fra il doppio ed il triplo per il Nord; fra questi ultimi vi erano 50.000 bianchi e 100.000 negri reclutati negli Stati del Sud.
Le due parti erano ansiose di conoscere quale atteggiamento avrebbero preso quegli Stati schiavisti i quali non si erano ancora uniti ai secessionisti. La decisione fatale venne presa dalla Virginia il 17 aprile, e ben presto l'Arkansas e la Carolina del Nord ne seguirono l'esempio. Nessuno Stato lasciava l'Unione con maggiore riluttanza della Virginia; i suoi uomini politici avevano avuto una parte insopprimibile nella guerra di indipendenza e nella creazione della Costituzione, ed avevano data alla nazione cinque Presidenti.

Per rimanere fedele al suo Stato, seguì la decisione della Virginia anche il colonnello Robert E. Lee, al quale era stato offerto il comando dell'esercito del Nord. Gli Stati di confine, che non appartenevano né alla Confederazione così ingrandita né al movimento antischiavista, diedero prova di un inaspettato sentimento nazionale e rimasero fedeli all'Unione.

Le popolazioni di entrambe le parti entrarono in guerra con grandi speranze di una rapida vittoria. In fatto di risorse materiali, però, il Nord godeva di una indiscutibile superiorità. Ventitrè Stati, con una popolazione di 22 milioni di abitanti, si trovavano schierati contro undici, con una popolazione di 9.000.000. La supremazia industriale dei Nord era persino maggiore, in proporzione, alla sua superiorità numerica. A differenza degli Stati del Sud, che erano agricoli, quelli del Nord avevano in abbondanza attrezzature per la produzione di armi, munizioni, vestiario ed altre forniture.
Al successo militare delle forze federali contribuiva del pari il rapido sviluppo delle linee ferroviarie. Dall'altro lato, la Confederazione rappresentava un territorio compatto, ricco di corsi d'acqua; dato che i combattimenti si svolgevano sul proprio suolo, essa poteva proteggere il proprio fronte con un sforzo minimo e con uno spesa minore che non il Nord.

Si ebbero tre principali teatri di guerra: il mare, la vallata del Mississippi e gli Stati della costa orientale. All'inizio del conflitto, tutta la Marina si trovava praticamente nelle mani dell'Unione, anche se debole e sparsa. Un capace Ministro della Marina, Gideon Welles, seppe rapidamente riorganizzarla e potenziarla. Lincoln proclamò il blocco delle coste meridionali. Dapprima il suo effetto fu trascurabile, ma verso il 1863 esso era in grado di impedire quasi completamente la spedizione del cotone all'Europa e la importazione di munizioni, generi di vestiario, forniture mediche, di cui il Sud aveva estremo bisogno.

Nel frattempo, un brillante comandante di flotta, David Farragut, si era affermato con due eccellenti operazioni. In una di esse egli guidò una flotta dell'Unione alla foce del Mississippi e costrinse alla resa la maggiore città del Sud, Nuova Orleans; nell'altra, forzò le fortificazioni all'ingresso della Baia di Mobile, catturò una nave corazzata dei Confederati e bloccò il porto. Nel complesso, la Marina rese al Nord segnalati servizi nello sconfiggere il Sud.
Nella vallata del Mississippi, le forze federali ottennero una serie quasi ininterrotta di vittorie. Cominciarono con lo sfondare un lungo schieramento dei Confederati nel Tennessee, rendendo così possibile l'occupazione di quasi tutta la parte occidentale di quello Stato. Quando venne preso l'importante porto di Memphis, sul Mississippì, le truppe dell'Unione poterono avanzare circa 320 chilometri nel cuore della Confederazione.

Comandava le truppe il generale Ulysses S. Grant, un tenace e volitivo comandante, che aveva una chiara visione dei principi essenziali della strategia. Attaccato improvvisamente a Shiloh, sulle alture che guardano il fiume Tennessee, egli tenne con tenacia la posizione fino a che l'arrivo di rinforzi lo misero in condizioni di respingere il nemico. Quindi le sue forze avanzarono lentamente ma decisamente verso il sud, con l'ambizioso obiettivo di ottenere il completo controllo del Mississippi, le cui sponde meridionali erano state tolte ai Confederati con la cattura, di Nuova Orleans, operata da Farragut.

Per qualche tempo Grant rimase bloccato a Vicksburg, dove i Confederati si erano ben fortificati su alture troppo, elevate perché potessero essere attaccati dal mare. Ma con la brillante campagna del 1863, egli portò le sue forze al sud ed attorno a Vicksburg, sottoponendo la posizione ad un assedio di sei settimane; il 4 luglio catturò la città, insieme con il più forte esercito confederato dell'ovest. Il fiume era ora interamente nelle mani dell'Unione, la Confederazione era spezzata in due parti ed era quasi impossibile portare verso est, attraverso il fiume, i rifornimenti provenienti dai ricchi territori del Texas e dell'Arkansas.

In Virginia, dall'altro lato, le truppe dell'Unione avevano nel frattempo sofferto una sconfitta dopo l'altra. Vi fu una lunga serie di campagne sanguinose, nelle quali gli eserciti del Nord, nel tentativo di catturare Richmond, nella Virginia, che era la capitale della Confederazione, e di distruggere le forze del Sud, vennero ripetutamente respinti. La distanza fra Washington e Richmond è di appena 160 chilometri, ma la zona è interessata da numerosi corsi d'acqua che offrono forti posizioni difensive. Inoltre, i Confederati avevano due generali, Robert E. Lee e Thomas J. Jackson, detto « Muro di pietra », le cui brillanti doti di comandanti superavano di gran lunga quelle dei primi capi militari del Nord. Il generale McClellan, dell'Unione, compì un disperato tentativo di espugnare Richmond. Vi fu un momento in cui le sue truppe potevano udire i rintocchi delle campane della capitale confederata. Ma nella Battaglia dei Sette Giorni, dal 25 giugno al 1° luglio del 1862, le truppe dell'Unione vennero respinte sempre più indietro, con terribili perdite da entrambe le parti.

La campagna del 1863 cominciò male per il Nord. Ma il primo dell'anno si verificò un fatto importante: in quel giorno il Presidente Lincoln emanò il Proclama di Emancipazione, che liberava gli schiavi e li invitava a raggiungere le forze armate della nazione. Fino a quel momento, la ragione ufficiale della guerra era stata quella di mantenere l'unità nazionale; ad essa ora veniva ad aggiungersi il divieto permanente della schiavitù entro i confini dell'Unione. L'avanzata per via di terra su Richmond era ancora ostacolata : una sanguinosa battaglia svoltasi a Chancellorsville ebbe come conseguenza che i settentrionali vennero duramente respinti. Anche i confederati però pagarono cara la vittoria, che costò loro la vita di « Muro di pietra », cioè del generale Jackson che, dopo Lee, era il più capace comandante del Sud.

Nessuna però di queste vittorie confederate fu decisiva. Il governo dell'Unione non faceva che radunare nuove armate e ritentare, finché nel luglio del 1863 si giunse alla fase decisiva della guerra. Pensando che, dopo la grave sconfitta inflitta a Chancellorsville, fosse venuto per lui il momento buono, Lee si spinse a nord ed invase la Pennsylvania. Le sue forze quasi raggiunsero la capitale di quello Stato, e le grandi città del nord vissero giornate di grande allarme. Ma una forte armata dell'Unione fermò la sua avanzata a Gettysburg, dove, in una battaglia durata tre giorni, i Confederati fallirono nel loro eroico sforzo di spazzare le linee dell'Unione, ed i veterani di Lee, dopo aver subìto perdite da cui non avrebbero potuto riprendersi, dovettero ripiegare sul Potomac.
Era ormai chiaro che la « marea crescente » di Gettysburg era stato il momento di massima euforia di tutti i Confederati. L'esercito di Grant si impadronì allora di Vicksburg sul Mississippi. Il blocco delle coste meridionali era divenuto una cintura di ferro che solo poche navi potevano oltrepassare: i confederati erano vicini all'esaurimento di tutte le loro risorse. Gli Stati del nord, invece, sembravano più fiorenti che mai; le loro fabbriche e i loro impianti industriali lavoravano a pieno ritmo, le loro fattorie esportavano verso l'Europa raccolti opulentissimi; la mano d'opera veniva rinsanguata con le immigrazioni.

La lenta ma inesorabile avanzata su Richmond compiuta nel 1864 da Grant fece prevedere la fine: le truppe del Nord incalzavano da tutte le parti e, il 1° febbraio 1865, l'armata occidentale del generale Sherman cominciò dalla Georgia la marcia verso nord. Ovunque il nemico cercava disperatamente di fermarlo. Il 17 febbraio i Confederati abbandonarono Columbia, capitale della Carolina del Sud, e Charleston cadde senza combattimento ad opera della flotta dell'Unione, quando venne tagliato il suo collegamento ferroviario con l'interno. Contemporaneamente le posizioni confederate a Petersburg e Richmond si dimostrarono insostenibili ed il 2 aprile Lee le abbandonò. Una settimana dopo egli si trovava ad Appomattox, in Virginia, circondato da tutte le parti e senza alcuna altra soluzione che la resa.


I termini di questa furono generosi, ed al suo ritorno dall'incontro in cui erano stati fissati, Grant sedò le rumorose dimostrazioni dei suoi soldati, ricordando loro: «I ribelli sono nuovamente nostri connazionali». La guerra per l'indipendenza del Sud era divenuta la « Causa perduta ».

Questa « Causa perduta » ebbe indubbiamente un eroe, che fu Robert E. Lee. La sua capacità organizzativa, la sua scrupolosa attenzione per tutti i particolari, la cura affettuosa per i suoi uomini, il suo coraggio, la sua prestanza fisica, tutto contribuiva ad ispirare fiducia e a guadagnargli la stima delle sue truppe. Le sue brillanti doti di comando, il senso di umanità dimostrato per tutta la durata del conflitto e la sua grandezza nella sconfitta suscitarono grande ammirazione. Come di George Washington, si poté dire di lui che era stato grande in pace come in guerra.
Nel quinquennio di vita che gli rimase dopo il conflitto, si dedicò alla ricostruzione del Sud nel campo economico, culturale e politico, sempre invitando il popolo ad unirsi lealmente a quelli che erano stati prima i suoi nemici.

Nel Nord, la guerra produsse un eroe ancora più grande in Abraham Lincoln. Nei primi mesi, pochi si resero conto della grandezza di questo goffo avvocato proveniente dall'ovest; a poco a poco, però, la nazione cominciò a comprendere la sua accorta sagacia, frutto di attento esame e di profonda meditazione; il suo intenso amore per la verità; la sua inesauribile pazienza; la sconfinata generosità del suo spirito. Se a volte sembrava che egli esitasse o vacillasse, il tempo finì sempre per dimostrare che egli sapeva aspettare per il bene del Paese e sapeva abbinare il tatto alla forza. Quello che soprattutto gli stava a cuore era la fusione del Paese in una Unione che non fosse fondata sulla forza e sulla repressione, ma sulla genuinità e sull'afflato dei sentimenti. La sua politica estera era improntata a dignità, integrità e fermezza, e anche se egli fu costretto ad avvalersi di poteri senza precedenti, credeva tuttavia fermamente nel principio democratico dell'autogoverno e godeva l'assoluta fiducia del popolo, che lo rielesse nel 1864.

Il secondo discorso di Lincoln, pronunciato in occasione della cerimonia dell'insediamento, si concluse con queste parole:
« ... Con malanimo verso nessuno; con amore per tutti, con intransigenza nel buon diritto, come Dio ci consente di vederlo, lottiamo per portare a termine l'opera iniziata; per sanare le ferite del paese; per aver cura di chi sostenne il peso della lotta, della sua vedova e dei suoi orfani...; per fare tutto quello che può assicurarci e mantenere una pace giusta e durevole fra noi e con tutte le nazioni ».

Tre settimane più tardi, due giorni dopo la resa di Lee, Lincoln pronunciò il suo ultimo discorso in pubblico, nel quale illustrò la sua politica di ricostruzione nei termini più generosi che un vincitore abbia mai offerto ad un avversario sconfitto. Giacché Lincoln non si considerava un conquistatore: sin dal 1861, egli era stato ed era il Presidente degli Stati Uniti.
Bisognava dimenticare che vi era stata una ribellione e tutti gli Stati del Sud dovevano essere riammessi all'Unione con perfetta parità di diritti. La notte di giovedì 13 aprile, la città di Washington era illuminata per festeggiare la resa di Lee ed una folla esultante si accalcava per le strade. II giorno dopo, 14 aprile, il Presidente tenne la sua ultima riunione di gabinetto: venne deciso di togliere ii blocco ed egli invitò i ministri a rivolgere il loro pensiero alla pace, ad astenersi da ogni persecuzione e da ogni spargimento di sangue.

La stessa notte egli venne assassinato da un pazzo fanatico, mentre sedeva in un palco, al teatro. Come scrisse il poeta James Russell Lowell:
«Mai prima di quel pauroso mattino di aprile moltitudini così vaste di popolo avevano versato lacrime per la morte di uno che non avevano mai visto, come se con la scomparsa forse uscita dalla loro vita la presenza di un amico lasciandoli più tristi e addolorati. Nessun necrologio fu mai più eloquente dello sguardo di mestizia che quel giorno tutti, anche senza conoscersi, si scambiavano incontrandosi. Gli uomini si sentivano come fratelli che avessero perduto uno di loro ».

La nazione si trovava ora a dovere affrontare i gravi problemi della ricostruzione e del riassetto sotto la guida di un uomo nuovo, non sperimentato e non egualmente dotato, Andrew Johnson. La guerra aveva lasciato un retaggio commisto di bene e di male: aveva salvato l'Unione conferendole un carattere indistruttibile, ma il paese non era certamente uscito senza danno dalla bufera.
Il problema politico più importante che il Nord vittorioso doveva risolvere era quello di definire la posizione degli Stati secessionisti. Non era chiaro se a questo riguardo la competenza fosse del Congresso o del Presidente. Lincoln aveva sostenuto la tesi che gli Stati del Sud non si erano mai legalmente distaccati, ma che le loro popolazioni erano state fuorviate da alcuni cittadini sleali e indotte a ribellarsi al potere costituito.
Secondo Lincoln, la guerra era stata un gesto che si doveva attribuire soltanto ad alcuni individui, ed era con essi, non con gli Stati, che il governo federale doveva avere a che fare. Lincoln riteneva che a trattare la cosa fosse completamente competente il Presidente, quale comandante supremo dell'Esercito e della Marina e detentore del potere di grazia.

Basandosi su questa tesi, con il proclama del 1863 egli aveva affermato che se in ciascuno degli Stati il 10 per cento degli elettori del 1860 avesse formato un governo che dichiarava fedeltà alla Costituzione, ed obbedienza alle leggi del Congresso ed ai proclami del Presidente, egli avrebbe riconosciuto il governo così costituito come il governo legale dello Stato.
Il Congresso aveva però respinto questo progetto e negato il diritto di Lincoln di decidere sulla questione senza consultarlo, dichiarando che si trattava di una illegale usurpazione di potere legislativo. D'altra parte, Lincoln si era rifiutato di firmare una legge assai più dura, che il Congresso aveva approvato nel 1864, e prima ancora che la guerra fosse definitivamente conclusa, aveva costituito governi nella Virginia, nel Tennessee, nell'Arkansas e nella Louisiana.
Alcuni membri del Congresso desiderosi di infliggere gravi punizioni a tutti gli Stati confederati, disapprovarono questo gesto.

Uno di loro, Thaddeus Stevens, capo del partito repubblicano alla Camera dei Deputati, riteneva infatti che gli agrari del Sud dovessero essere tenuti sotto disciplina militare e vigilati per un certo tempo. Altri erano decisi a dare immediatamente ai negri il diritto di voto. In effetti, il problema principale del Congresso, in quel momento, non era quello della riammissione degli Stati meridionali in seno all'Unione, ma piuttosto la condizione dei negri emancipati, per i quali nel marzo del 1865, venne istituito un apposito ufficio detto di Emancipazione. A questo ufficio spettava di assumere la funzione di tutore ci confronti della gente di colore, e di dirigerla nei primi passi verso la libertà. Inoltre il Congresso volle dare veste giuridica alla libertà dei Negri, proponendo il tredicesimo emendamento alla Costituzione, che aboliva la schiavitù e che venne ratificato nel dicembre 1865.

Da tempo Lincoln aveva percepito la prossima lotta fra il potere esecutivo e quello legislativo sui problemi della ricostruzione, ma la soluzione di questi problemi fu un compito che venne a gravare sulle spalle del suo successore, Andrew Johnson. Egli aveva una lunga esperienza della vita pubblica, era dotato di coraggiosa intelligenza e di inflessibilità di propositi, ma purtroppo la situazione imponeva anche tatto e pazienza, qualità che erano assolutamente estranee al suo carattere.
Per tutta l'estate del 1865, senza consultare il Congresso, dato che questo non era in sessione, Johnson procedette nell'applicazione dei progetti di ricostruzione di Lincoln, salvo qualche piccola modifica.
Con proclama presidenziale egli nominò un governatore per ciascuno degli Stati meridionali e si avvalse con larghezza del suo potere di grazia, per restituire i diritti politici a molti dei Confederati. Nel Sud vennero tenute delle assemblee che revocarono gli editti di secessione, ripudiarono il debito di guerra e tracciarono lo schema di nuove costituzioni.
Al momento opportuno, il popolo di ciascuno Stato elesse il governatore e gli organi legislativi, e quando questi approvarono il tredicesimo emendamento, Johnson concesse il riconoscimento ai poteri civili così ricostituiti e considerò gli Stati riammessi all'Unione. Salvo pochi casi, tutto ciò era stato già effettuato, quando il Congresso federale tornò a riunirsi nel dicembre del 1865. Ma gli Stati meridionali non avevano ancora ripreso in pieno il loro posto in seno all'Unione, in quanto non erano stati insediati al Congresso i loro senatori ed i loro deputati, i quali però si recarono egualmente a Washington, per prendere nuovamente parte all'attività legislativa degli Stati Uniti.

Come Lincoln, anche Johnson ammetteva che il Congresso avrebbe avuto il diritto di negare ai rappresentanti del Sud di sedere in quella assemblea in base a quella norma della Costituzione, secondo cui «entrambe le Camere hanno diritto di decidere sui... requisiti dei propri membri». Sotto l'ifluenza di Thaddeus Stevens, della Pennsylvania, quelli che intendevano punire il Sud si opposero a che fossero ammessi al Congresso i delegati meridionali, e nei mesi successavi elaborarono un piano parlamentare di ricostruzione interamente diverso da quello che era stato abbozzato da Lincoln e completato da Johnson.

A far respingere il piano di Johnson concorse tutto un complesso di motivi. Nel corso di una guerra, i poteri ed il prestigio del Presidente sono, per la forza stessa delle cose, molto ampi, ma dopo la guerra il Congresso cerca di ristabilire la sua autorità. Nel 1865 si aveva l'impressione che fosse ormai giunto il momento perché il Congresso limitasse l'esercizio del potere da parte dell'esecutivo, che era stato tollerato per le esigenze belliche. Inoltre, nel Nord prevaleva l'opinione che il Sud dovesse essere severamente punito: opinione rinfocolata dagli estremisti del Congresso. Anzitutto questi approfittarono del fatto che molti di quelli che ora nel Sud si presentavano candidati alle cariche pubbliche, non più di dieci mesi prima avevano preso parte attiva al conflitto che aveva tentato di distruggere l'Unione.
Il vice Presidente dei Confederati, per esempio, si presentava ora candidato come senatore della Georgia. Nell'opinione delle popolazioni meridionali, l'elezione ai pubblici uffici dei loro capi era ben naturale, ma per quelli dei Nord si trattava di una pillola particolarmente amara ad inghiottirsi.

Si affermava, inoltre, che bisognava proteggere i negri. Prevalse, col passare del tempo, l'idea che questi avrebbero dovuto godere di completa uguaglianza civile e politica con i bianchi, compreso il diritto di voto e quello di poter essere eletti alle cariche pubbliche. Altri, com'era stato Lincoln, erano favorevoli ad una emanazione più graduale, con la concessione, in un primo tempo, di tutti i diritti ai soli negri istruiti, ed a quelli che avevano combattuto nell'esercito del Nord. Gli organi legislativi degli Stati del Sud, invece, crearono tutta una serie di leggi, ispirate al piano di Johnson, che intendevano disciplinare i diritti ed i vantaggi derivanti dalla emancipazione.
I meridionali, che si trovavano a dover affrontare il problema di tre milioni e mezzo di negri liberati solo da poco tempo, ritenevano che i vari Stati avrebbero dovuto regolare con molta cura le attività della gente di colore, e perciò emanarono dei « codici neri » a carattere restrittivo. Ai settentrionali sembrava che ciò equivalesse ad annullare i vantaggi di aver vinto la guerra, ed i più accesi si avvalsero dei passi più severi di questi codici per dimostrare che gli Stati meridionali cercavano di ripristinare la schiavitù.

Si andò a poco o poco creando, nel nord, la convinzione che il Presidente era stato troppo generoso, e si sviluppò una forte corrente di simpatia per gli estremisti del Congresso. Quest'organo procedette, nell'aprile del 1866, alla emanazione di una legge dei diritti Civili, e nel luglio dello stesso anno, invalidando il veto presidenziale, approvò una nuova legge sull'Ufficio di Emancipazione: entrambe queste leggi impedivano praticamente agli Stati dei Sud di adottare norme che consentissero discriminazioni razziali. Infine il Congresso propose il quattordicesimo emendamento alla Costituzione, il quale stabilisce che "... tutti gli individui nati negli Stati Uniti o che ne abbiano acquistato la cittadinanza, e che siano soggetti alle loro leggi, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui hanno la residenza".

L'intenzione immediata di quelli che formularono questo emendamento era, naturalmente, di assicurare il diritto di cittadinanza ai negri.
Tutti i corpi legislativi degli Stati meridionali, ad eccezione del Tennessee, si rifiutarono di ratificare questo emendamento. Alcuni di essi votarono contro all'unanimità. A certi gruppi questo fatto parve sufficiente perché si ricorresse ad una grave punizione, e perché il Nord intervenisse per proteggere il diritto degli schiavi liberati. I radicali del Congresso misero in atto il loro progetto di imporsi sugli Stati del Sud, e nel marzo del 1867 approvarono una Legge per la Ricostruzione, che ignorava i governi civili istituiti nel Sud.
Questa legge divideva il Sud in cinque distretti, sottoponendoli ad amministrazione militare; l'unica possibilità lasciata agli Stati di sfuggire al governo militare permanente era quella di prestare giuramento di fedeltà, ratificare il quattordicesimo emendamento e concedere ai negri i diritti elettorali; solo in questo caso gli Stati confederati avrebbero potuto ricostituire i loro governi civili e rientrare nell'Unione.

Nel luglio del 1868 il quattordicesimo emendamento venne ratificato e l'anno successivo, allo scopo di far sì che in avvenire non potesse essere più abrogato il diritto elettorale dei negri, venne approvato dal Congresso il quindicesimo emendamento, ratificato dai parlamenti degli Stati nel 1870. Esso stabiliva che « il diritto al voto dei cittadini degli Stati Uniti non potrà essere negato o limitato dagli Stati Uniti né da alcuno degli Stati per ragioni di razza, di colore o di precedente condizione servile ».

Una delle principali ragioni per cui il Congresso aveva approvato con tanto impegno la Legge per la Ricostruzione era che essa intendeva essere una sconfitta ed una umiliazione del Presidente Johnson. L'antipatia del Congresso per Johnson era infatti così grave, che il suo fu il primo caso, in tutta la storia degli Stati Uniti, di un procedimento iniziato per rimuovere dalla carica il Presidente.
L'unica sua colpa era la sua opposizione alle direttive del Congresso, come ministro della Guerra egli aveva agito, dal punto di vista tecnico-giuridico, nel suo buon diritto, e quello che più importava, che l'esonero di un Presidente per il suo disaccordo con il Congresso, ad opera del Congresso stesso, avrebbe costituito un precedente assai pericoloso.
Il tentativo di esonerare Johnson dalla carica non raggiunse dunque il suo scopo, ed egli rimase alla presidenza sino alla fine del suo mandato.

Nell'estate del 1868, il Congresso riammise all'Unione in base alla Legge per la Ricostruzione, e malgrado l'opposizione del Presidente, i seguenti Stati: Arkansas, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Louisiana, Georgia Alabama e Florida. Quanto poco rappresentativi fossero i governi di questi sette Stati «ricostruiti», si può desumere dal fatto che la maggior parte dei governatori, dei senatori e dei deputati eletti erano cittadini dei Nord recatisi nei Sud dopo la guerra, per farvi la loro fortuna politica.
I negri ebbero il completo controllo degli organi legislativi della Louisiana, della Carolina del Sud e del Mississippi; in altri Stati, pur essendo in minoranza negli organi legislativi, rappresentavano tuttavia una forte massa elettorale Naturalmente i pochi parlamentari bianchi del Sud non erano in grado di tenere a freno quella combinazione di settentrionali e di negri appena liberati, che anche se intrapresero una encomiabile azione per la costruzione di strade e ponti, e si fecero promotori di buone leggi relative alla pubblica istruzione ed alla beneficenza - erano, nel complesso, incompetenti, e sperperavano denaro.

Spinti alla disperazione, i bianchi del Sud, i quali vedevano minacciata la loro vecchia civiltà e non avevano alcun mezzo legale per porre un freno a questi nuovi regimi, ricorsero a mezzi extra-legali. Col passare del tempo divenne più frequente il ricorso alla violenza, ed il ripetersi dei disordini e degli eccessi fece sì che venisse approvata nel 1870, la «Legge di Applicazione» (Enforcement Act) che comminava gravi punizioni per coloro che avessero in qualsiasi modo cercato di privare i negri dei loro diritti civili.

La crescente severità di leggi del genere, e la continua ingerenza del Congresso sui poteri di polizia dei singoli Stati, costituì un ostacolo allo svilupparsi di quello spirito di riconcilazione con il Nord, che sarebbe stato necessario perché tutti i cittadini si unissero nel comune amore per la loro patria. Ciò fece sì che anche i bianchi del Sud si schierassero in massa contro il partito repubblicano, considerato il partito dei negri, e cementò in quelle zone i vincoli degli appartenenti al partito democratico. Col passare del tempo, ci si rese anche conto che l'adozione di dure leggi ed il mantenimento del rancore per quelli che erano stati i Confederati non costituivano la maniera migliore per risolvere il problema meridionale.

Nel maggio del 1872 il Congresso approvò una Legge generale di amnistia, che restituiva il godimento dei diritti politici a tutti, salvo a cinquecento confederati privati a suo tempo del diritto elettorale attivo e passivo. A poco a poco, uno Stato dopo l'altro elesse ai pubblici uffici membri del partito democratico. Verso il 1876, i repubblicani erano rimasti al potere solo in tre degli Stati meridionali. Le elezioni di quell'anno, che furono fra le più accanite e tumultuose di tutta la storia americana, fecero comprendere che il Sud non avrebbe avuto pace, fino a tanto che non fossero state ritirate le truppe. Perciò l'anno successivo il Presidente Rutherford B. Hayes dispose per il loro rientro, ammettendo il fallimento della politica di ricostruzione dei « radicali », che era stata seguita principalmente dagli idealisti del partito per il desiderio di proteggere i negri, e dagli opportunisti politici per mantenere la loro supremazia sul Sud, da dove traevano voti, potere e uffici pubblici.

Era così finito il predominio del Nord sul Sud. Ma questo, ora, era una regione minorata per le devastazioni della guerra, oberata di debiti che erano frutto del malgoverno, e demoralizzata da un decennio di lotta razziale. Solo dopo dodici anni, - gli anni della « falsa » ricostruzione, dal 1865 al 1877 - ebbe inizio il vero sforzo ricostruttivo del Sud. Si sarebbe visto poi quali enormi difficoltà comportava il risanare le rovine portate dalla guerra e dagli eventi caotici che ad essa erano seguiti. Giacché la Guerra Civile ed i rancori a cui essa diede luogo costituirono una delle grandi tragedie della storia americana: è solo attraverso una conoscenza di questa guerra, delle sue cause e delle sue conseguenze, che si può avere una percezione esatta di alcuni problemi ancora insoluti di una delle più importanti regioni americane: la parte meridionale degli Stati Uniti.

Nel successivo cinquantennio e fino alla prima guerra mondiale
gli Stati Uniti raggiunsero la maggiore età;
e si trasformò da repubblica rurale ad uno Stato urbano.

IL PERIODO DELLO SVILUPPO E DELLE RIFORME > >

PAGINA INIZIO - PAGINA INDICE