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65. PAPATO E CHIESA

Da Pietro alle "Decretali"
Qui sopra Nicola I, con la sua "arma" in mano, che acquistò sotto di lui una forza irresistibile.
(Miniatura del Chartularum Prumienze, IX sec., Bibl. Civica di Treveri)

Il titolo Papa (dal greco pappas = nel suo originale significato il termine indica l'infantile papà) venne dapprima usato in oriente riferendosi alla paternità spirituale dei vescovi, abati e metropoliti. Nel V secolo si diffuse via via anche in occidente come titolo riservato al vescovo di Roma; indicato in questa sede come successore di Pietro, godendo così di quel primato derivato da quello attribuitogli da Cristo allo stesso Pietro in seno al collegio degli apostoli; ma poi anche fondatore della prima chiesa cristiana in Roma.

Sui limiti di questo primato nel corso dei primi secoli si è andato determinando attraverso un lunghissimo processo, in stretta connessione con le condizioni storico-politiche in cui la sede romana si è venuta a trovare.

lnfatti nel primo periodo non esiste una elaborazione a livello dottrinale di tale primato, pur godendo il vescovo di Roma un grande prestigio. Solo con papa LEONE I (440-461) si elabora una dottrina del primato e conia il termine "plenitudo potestatis" per indicare che nella chiesa ogni potere viene dal papa, diretto successore di Pietro, e non esiste al mondo autorità a lui superiore.

Nei primi concili ecumenici convocati in oriente, è però l'imperatore a determinare il ruolo del papa e dei patriarchi, perfino imponendo un suo proprio credo, e il papa di Roma come il patriarca, alla convocazione imperiale con i propri rappresentanti esprimono il proprio assenso (abbiamo visto nelle pagine precedenti, un "totale assenso" a Nicea davanti alle direttive di Costantino, divenuto così cesaro-papista).

Ma se a Costantinopoli avviene questo, in occidente la figura del vescovo di Roma acquista un proprio prestigio che via via passa da un ambito pastorale a uno giuridico percorrendo una evoluzione in senso verticistico. Per sfuggire alle interferenze religiose dell'imperatore bizantino questo prestigio papale - con la sua grande autorità morale - si espande con i propri apostolati, evangelizzazioni, missioni verso il mondo barbarico. E questo ha il suo culmine nel nascente regno Franco-Germanico. Un prestigio e una autorità che diventa un fatto positivo per la propria affermazione nei confronti dell'impero d'oriente, e la ottiene in maggior misura quando - come leggeremo più avanti - lo stesso papato poggerà sul capo di Carlo Magno lo scettro imperiale.
A rendere possibile questa progressiva radicale trasformazione contribuì lo scisma che si andò consumando principalmente intorno alla diversa interpretazione del Cristo e dello stesso primato papale. Che si rafforza definitivamente a Roma quando alla figura di papa universale si affianca anche il ruolo di monarca. Possiede un territorio, e rispolverando delle pretese donazioni di Costantino, ha in mano un territorio piuttosto vasto. E se Costantino aveva rilanciato il potere imperiale e nell'esercitarlo era diventato "cesaro-papista". ora era il papa a lanciare il potere della chiesa e a comportarsi come "papista-cesare".

Da questo momento il papa anche se limitatamente all'area occidentale non incontra più ostacoli consistenti al progressivo e rapido accentramento nelle proprie mani di tutte le funzioni e i poteri di governo della chiesa cattolica romana, che d'altra parte la teologia occidentale tendeva sempre più a identificare con la chiesa sic et simpliciter.

Così - e più sotto ne vedremo la genesi - il papato diventa uno dei più grandiosi e singolari fenomeni che la storia conosca. Istituzione religiosa e quindi istituzione essenzialmente spirituale, immagine d'una chiesa aliena dal mondo e schiva degli interessi temporali; ma poi, proprio con questi ultimi, ha invece dominato il mondo per lo spazio di secoli.
D'indole aristocratica, anzi teocratica, esso in grazia delle personalità che lo rappresentarono fu una potenza democratica, e per un certo tempo l'unica potenza democratica. Esso trasse i suoi rappresentanti (preti, vescovi e perfino papi) dal popolo per affermarsi come un potere superiore a tutti i popoli. Sorto da modesti inizi e da diverse radici, esso fu favorito nello sviluppo da fortunate circostanze e si consolidò per innata energia.

Il mondo antico era venuto a trovarsi riunito in un impero universale e Roma ne era la capitale. Quando questo impero si sfasciò, non cessò l'influenza della storica grandezza di Roma, tenuta in vita dal diritto romano, dalle istituzioni e dalle creazioni dell'incivilimento romano, glorificata dalle testimonianze esteriori di questa grandezza, i suoi splendidi monumenti. Con fede inalterabile i Quiriti continuarono a ritenere che Roma fosse tuttora la capitale del mondo; ed il mondo non potè sottrarsi al suo fascino.
Poi poco alla volta il mondo divenne cristiano, ed anche Roma si trasformò in una città di carattere ieratico. Nessun'altra città dell'occidente conservava tracce così splendide delle prime origini cristiane, poteva cioè mostrare le vestigia lasciatevi dal piede dei principi degli apostoli, nessuna seppe come Roma fare delle sue catacombe una miniera inesauribile di reliquie dei santi, nessuna offriva una eguale quantità di templi venerati nei secoli precedenti e nobilitati dall'arte, nessuna incarnava esteriormente in maniera così tangibile la vittoria del cristianesimo sul paganesimo.

Nell'antichità ebbe il predominio l'idea dello Stato; ma essa si esaurì sotto la pressione dei tempi dolorosi e fu oscurata dalla chiesa, l'istituzione nel cui seno si trovava la salute dell'anima. La chiesa all'inizio si era organizzata con forme repubblicane, ma poi imitò l'organizzazione dell'impero e l'ordinamento gerarchico di esso. E fu naturale il mettere in cima al vertice di questa scala gerarchica il potere di uno solo.
Roma e la Chiesa: sono queste le due pietre angolari su cui si è elevato l'edificio del papato. All'inizio il vescovo in Roma fu semplicemente una personalità tollerata, poi divenne un funzionario imperiale di poca importanza; ma acquistò sempre maggiore influenza morale sulla popolazione della città e gradualmente anche sulla corona. Egli cominciò ad influire sulle nomine dei magistrati cittadini ed a sorvegliarne l'opera, poi divenne egli stesso il supremo magistrato cittadino, all'inizio informale, poi in veste ufficiale, divenne signore della città e del territorio circostante.

Una accorta politica finanziaria ed una oculata amministrazione patrimoniale conferirono ad accrescere la sua potenza. Il successore di S. Pietro divenne il più ricco latifondista d'Italia, il che aveva tanto più importanza in quanto dappertutto regnava penuria e miseria. Eventi politici e cause spirituali ecclesiastiche concorsero ad elevare ancor più la sua posizione.
Mentre i due fatti che costituirono per Roma la
massima sciagura il trasferimento della capitale a Costantinopoli e la caduta dell'impero d'occidente, tornarono invece a tutto vantaggio del papato, perché a suo riguardo significarono un passo decisivo verso l'indipendenza.

Come era naturale, il papa quale il più alto dignitario permanente presente a Roma si sostituì all'imperatore assente, sinché via via si staccò dall'oriente e si trasformò in sovrano occidentale. Analogo, ma incomparabilmente più grandioso, fu il progresso del papato nel campo spirituale. Il vescovo di Roma salì al grado di metropolita della media e bassa Italia ed acquistò forte influenza sulla Francia meridionale.
Quale preminente sede apostolica Roma godeva una naturale prerogativa morale rispetto agli altri vescovadi d'occidente. Successore degli apostoli era il papa, specialmente di S. Pietro, i cui titoli all'impero su tutta la chiesa apparvero quindi trasmessi in retaggio all'investito di questa dignità. Qual pastore spirituale della città santificata dagli apostoli il successore di Pietro si arrogò la funzione direttiva spirituale dell'impero romano idealmente permanente.

E per questo scopo fu perseguito con accorta prudenza ma con ferrea tenacia. Senza inutili controversie dogmatiche il papato cercò di mantenere integro il patrimonio di dottrine esistente e di adattarlo ai propri interessi. Gli avversari caddero l'uno dopo l'altro. In misura sempre crescente, gli occhi di tutta la cristianità occidentale si appuntarono su Roma.
È ben vero che l'imperatore Costantino si attribuì il titolo di vescovo e considerò sua prerogativa la direzione della chiesa; ma i suoi successori, per quanto teoricamente mantenessero lo stesso principio, nei fatti se ne discostarono, tanto in senso intensivo quanto ben presto anche in senso estensivo, di modo che lasciarono prodursi una lacuna, un vuoto nel quale a poco a poco si installò e crebbe il successore degli apostoli.

Così il papato universale venne naturalmente a sostituirsi all'impero universale, salvo che percorse la via inversa: mosse dall'autorità spirituale per poi arrogarsi il potere temporale. Già nel 445 Valentiniano III designa la sedia apostolica come il supremo potere legislativo e giudiziario della Chiesa. Politicamente il papa si fece rappresentante della tradizione romana di fronte all'invasione ariano-germanica ed alla reazione greco-orientale.
In mezzo al generale disfacimento resse salda e superba la rocca di S. Pietro. E quando l'occidente si spezzò in una molteplicità di Stati, l'unità la si trovò più soltanto nel regno che non é di questo mondo.

Il più antico papa di importanza storica universale è LEONE I (440-461). Scrupoloso nell'adempimento del proprio ufficio, zelante, versato nelle dottrine teologiche, perspicace ed ardito, egli seppe utilizzare intelligentemente le circostanze per l'incremento della sua dignità, per consolidarla ed estenderla. E la sua epoca fu per l'appunto una delle epoche più torbide ed inquietanti. L'impero romano si sfasciava sotto la pressione dei barbari conquistatori, ai confini si affollavano gli Unni irrequieti e a Ravenna sedevano sul trono una donna ed un incapace; lotte confessionali agitavano gli spiriti. Solertamente Leone intervenne dovunque, conciliando, mettendo l'ordine, imponendo la sua volontà. Ma ciò facendo provocò due scissioni che sotto diverse forme si trascinarono per secoli; un dissidio con i vescovi gallici ed uno con i patriarchi di Costantinopoli.
In Gallia il vescovo d'Arles pretese arrogarsi i diritti di metropolita sui vescovadi della Francia meridionale; ma questi si opposero e si appellarono al papa. Leone adunò un sinodo che trattò severamente il tracotante Ilario di Arles; ma in seguito il papa cambiò tono e gli assegnò una importante provincia ecclesiastica con i diritti e doveri di vicario pontificio. In tale qualità il vescovo di Arles riuscì a mantenere la compagine della chiesa sud-gallicana contro l'arianesimo che ormai invadeva dovunque ed a riunirla alla sedia apostolica.

Assai più violenta fu la lotta in Oriente. Qui nel 451 si adunò il concilio di Calcedone le cui decisioni diedero in sostanza la vittoria al vescovo di Roma. Con ciò le cose si avviarono verso la riunione dell'Oriente e dell'Occidente e verso l'estensione dell'autorità del seggio pontificio anche sull'Oriente. Ma a questo punto si pose in mezzo l'imperatore ed ottenne che alla chiesa della Nuova Roma (Costantinopoli) fosse riconosciuto lo stesso rango spettante a quella della vecchia Roma. I legati papali reclamarono, anche Leone fece sentire la sua voce, ed il patriarca per evitare la rottura inviò una risposta umile. Ma il decreto del sinodo rimase e con esso il dissidio.

Più fortunato fu Leone in Italia, dove gli riuscì di far tornare indietro Attila acquistandosi la gloria di salvatore della fede dal flagello pagano imminente. E quando i Vandali piombarono su Roma, il solo papa osò aspettarli a pié fermo per implorare che risparmiassero la città e dopo la loro partenza provvide a riordinarla. La chiesa riconoscente ne ha fatto un santo e gli ha dato il nome di Grande, erigendogli, come al primo dei papi, una statua sotto il portico di S. Pietro.

L'opera di Leone fu come un raggio di luce in un cielo tempestoso; ma ben presto il cielo si oscurò nuovamente. Roma soccombette alle orde di Ricimero, l'impero cadde e re germanici vi dominarono nei vari Stati. Ciò ebbe certamente il vantaggio di far convergere ancora di più gli sguardi dei fedeli verso il papato, ma il vantaggio fu controbilanciato in gran parte da una nuova rottura con l'Oriente dove gli imperatori vollero assolutamente mettere Costantinopoli al primo posto.

Papa FELICE III (483-492) convocò un sinodo che depose e scomunicò il patriarca Acacio; questi allora vendicandosi a suo modo fece cancellare il suo avversario dalla lista di coloro per i quali si doveva pregare. Altre questioni vennero sempre più ad imbrogliare la situazione, soprattutto quando assunse il pontificato Gelasio I, un focoso africano, che sostenne la sua autorità anche contro l'imperatore, senza tuttavia riuscire a superare le difficoltà. Ciò malgrado egli non arretrò, ed ancora alla fine della sua vita radunò un sinodo a Roma che fissò i principi fondamentali della fede cattolica e dell'ordinamento ecclesiastico. Il canonista Dionisio Esiguo lo dice un uomo di mente elevata, di condotta immacolata, di aspetto che imponeva venerazione.

L'inizio del pontificato successivo fu rallegrato da un fatto d'importanza decisiva: la conversione di Clodoveo al cristianesimo. Giubilante gli scrisse ANASTASIO II (496-498) : «Letifica tua madre, la Chiesa, e sii per lei una ferrea colonna». Con la corte di Costantinopoli furono intavolate trattative in senso conciliante. Ma a quel punto la morte colse Anastasio, e per l'elezione del successore si accese la lotta tra due aspiranti: Simmaco e Laurenzio. Ne derivarono così aspre contese che re Teodorico dovette intervenire. Egli si decise per SIMMACO (498-515). Per evitare inconvenienti dello stesso genere in avvenire il nuovo papa fece stabilire da un sinodo regole precise per l'elezione dei pontefici; esse mirarono ad escludere al possibile l'ingerenza del re. Ma questi se ne diede poco pensiero ed intervenne in Roma ugualmente quando lo credette necessario. Anzi fu obbligato ad intervenire quando i fautori di Laurenzio tentarono di abbattere Simmaco. Ne seguirono inchieste, sinodi, violenze, sinché il sinodo delle Palme del 501 si dichiarò per Simmaco. Laurenzio continuo a contrastarlo ancora per molti anni e anche i suoi seguaci pagarono caro l'appoggio che gli diedero.
Simmaco fece dichiarare vietato ogni atto d'impero dei laici sul clero e si ricorse a falsificazioni per stabilire il principio che un papa non poteva
essere giudicato da nessuno.

Venticinque anni più tardi l'abate romano Dionisio Esiguo compilò una collezione di canoni in cui ai decreti pontifici era dato lo stesso valore delle deliberazioni dei sinodi, mentre un altro scritto affermava che la Chiesa governava le cose divine, l'imperatore le cose mondane.
La vittoria di Simmaco celava in sé anche la vittoria di Roma sull'Oriente. Le speranze di conciliazione erano tramontate; il papa scomunicò l'imperatore e questi rispose con dileggi. Ma chi ne ebbe vantaggio fu il papa, perché in Oriente infuriarono le lotte confessionali. Alla fine l'esercito costrinse l'imperatore a mutar tono. Egli scrisse al papa invitandolo a partecipare ad un concilio.
Questi, che ormai era il papa ORMISDA (514-23) si dichiarò pronto ad andare a condizione che fosse posta fuori discussione l'unità della persona di Cristo. Ma il progettato concilio fallì e ben presto i rapporti con la corte di Bisanzio ridivennero tesi al pari di prima.

Le cose però mutarono quando salì sul trono bizantino GIUSTINO I (uscito da una famiglia di contadini della Tracia). Egli si mostrò desideroso di pace e convocò un sinodo per ricondurre l'unità nella chiesa. I suoi legati vi si recarono ed ottennero che fosse votata la formula di Ormisda. La gioia fu grande e l'imperatore annunziò al papa di avere dato ordine che ovunque si seguisse il decreto del sinodo. All'inizio incontrò molte opposizioni, ma sotto la pressione del papa e dell'imperatore furono vinti lo scisma e le eterodossie.

Roma aveva riportato una grande vittoria, ma essa peraltro comportò un capovolgimento dei suoi rapporti politici con l'imperatore e col re. Il papa cioè, se si conciliò con l'imperatore che con lui si era posto a capo dell'ortodossia, si inimicò con il sovrano d'Italia che era ariano. Ma Teodorico non aveva intenzione di tollerare opposizioni da pari a pari, egli vedeva nel papa un semplice suddito e costrinse quindi l'attuale pontefice GIOVANNI I (523-526) a recarsi a Costantinopoli per ottenere la cessazione delle persecuzioni degli ariani. Ritornato Giovanni senza aver raggiunto lo scopo, egli lo gettò in prigione dove rimase sino alla morte. Senza esitare Teodorico gli nominò a successore di propria autorità FELICE IV (III, 526-30), il quale si tenne lontano dalla corte bizantina e designò a proprio successore Bonifacio, di origine germanica. Contro di lui si levò un rappresentante del partito bizantino, ma improvvisamente morì, di modo che BONIFACIO II (530-532) rimase padrone del campo, anche se per breve tempo.
Sotto il suo pontificato il senato romano emanò un decreto circa l'elezione dei papi: l'ultimo decreto di questa assemblea, un tempo padrona del mondo. La Roma antica si era ormai sottomessa alla Roma cristiana, ed il rappresentante di questa nuova Roma, il papa, era divenuto il signore assoluto della città.

Nuovi disordini si verificarono al momento dell'elezione del nuovo papa, finché in ultimo il seggio fu occupato da GIOVANNI II (532-535). Il suo pontificato segna una fase importante, perché sotto di esso il regno degli Ostrogoti cominciò a sfasciarsi e Giustiniano cominciò ad architettare i suoi disegni di conquista. L'imperatore corteggiò ossequiosamente la santa sede e trasse dalla sua il papa. Poco prima della sua morte questi ricevette da Bisanzio l'assicurazione che l'antica Roma sarebbe stata «capo del pontificato, la patria delle leggi, la fonte del sacerdozio».

Ed i papi governarono il loro timone nello stesso senso. Tuttavia re Teodato inviò il papa AGAPITO I (535-36) all'imperatore per protestare contro l'attacco di Belisario. Ma Giustiniano non abbandonò la sua politica, che realmente era anche la politica della chiesa romana, alla quale in compenso egli lasciò ampia libertà d'azione nelle questioni ecclesiastiche.
Già era stato redatto un memoriale «al santo padre dei padri» per l'espulsione dei monofisiti, quando Agapito morì a Costantinopoli. La sua opera ebbe tale successo che il patriarca dichiarò che egli non avrebbe avuto nulla in comune se non con coloro che agivano come lui seggio apostolico. Persino nella letteratura romano-cristiana si ebbe un risveglio.
Insieme con Cassiodoro Agapito aveva tentato di istituire a Roma una scuola teologica; fallito questo progetto, collaborò con Cassiodoro scrivendo una Historia tripartita e facendo tradurre in latino una serie di opere ecclesiastiche greche. Con lui cooperò il suo dotto amico, l'abate Dionisio, soprannominato Esiguo (m. circa il 550) che si rese benemerito per la sua collezione di canoni. Egli ha pure fissato la nostra attuale cronologia, benché a dire il vero si sia sbagliato di parecchi anni.

A quest'epoca si diffuse una istituzione che doveva esercitare una grandissima influenza sui destini del papato e della chiesa: il monachesimo. Esso germogliò da quel concetto etico del cristianesimo, la rinunzia al mondo, che da Tertulliano in poi costituì una delle principali sue tendenze. In Oriente, e sopra tutto in Egitto, questa tendenza si tradusse in fatto, nel senso che gli «anacoreti» (rinunzianti) si isolarono e già nel terzo secolo formarono delle comunità. In maggioranza costoro abitavano delle case nelle città e nei villaggi, ma molti erravano senza posa da un luogo all'altro o si celavano, schivando ogni contatto umano, nella solitudine.
Come campione di questo genere di solitari la leggenda ricorda S. Antonio. Inoltre sorsero dei chiostri. Favorito da una istituzione analoga del culto di Serapide, il monachesimo assunse uno sviluppo immenso, si diffuse rapidamente in tutto il mondo orientale e fu salutato con giubilo da influenti padri della chiesa.

All'inizio queste comunità erano formate in sostanza di laici, alla cui testa ben presto si pose un ecclesiastico, in qualità di abate. Vennero introdotte determinate rigide regole monastiche, cui doveva assoggettarsi chiunque entrasse nella comunità. I chiostri si isolarono dai centri abitati e si imposero un grado maggiore di devozione, portata spesso sino ad eccessi tali da portare anche al suicidio o alla pazzia.
Nell'occidente, meno eccitabile, l'ascetismo non prese piede che lentamente. Qui emerge la figura di S. Martino di Tours, la cui vita ci vien dipinta come una continua preghiera. Ad ogni modo però il movimento monastico fece progressi anche in occidente, favorito dalla tristezza dei tempi, dalle relazioni con l'Oriente più incivilito, e dalla sempre maggiore tendenza a raccogliersi nei chiostri. Già S. Martino ne fondò uno verso il 360 presso Poitiers, ed un altro presso Tours, dove mori nell'anno 400. La via era aperta; i chiostri crebbero di numero e di importanza, sopra tutto nella Francia meridionale ed in Irlanda.


Da principio si imitarono le regole monastiche orientali, ma l'ambiente e l'indole degli occidentali completamente diversa non vi si adattò sempre completamente. Di qui l'importanza dell'opera di Benedetto da Norcia, il quale adunò sul monte Cassino una comunità di monaci (529) e diede loro una regola più mite benché rigorosa.
Questa regola si diffuse in tutti i paesi neolatini, e ne nacque il primo ordine monastico, quello dei Benedettini; era cioè un consorzio di molti chiostri con regola comune. In uno di questi si ritirò Cassiodoro per spiegarvi una notevole attività letteraria ed incitare i fratelli ad analoga operosità. Messi su questa via i Benedettini si resero benemeriti della conservazione delle opere dell'antichità, dell'educazione e dell'istruzione; essi trasformarono aree del tutto aride in campi fruttiferi. Però, a differenza di quanto avveniva in Oriente, essi entrarono nel clero e rimasero sottoposti al vescovo della loro diocesi. Come gruppo organizzato unitariamente e ramificato su vaste estensioni essi poterono divenire una potenza nelle mani della Chiesa.

Dal 535 al 537 tenne il pastorale SILVERIO. Benchè salito all'alta dignità con l'aiuto dei Goti, egli passò dalla parte di Belisario. Ciò lo coinvolse nelle intricate questioni religiose bizantine, giacché Teodora desiderava il riconoscimento dei monofisiti; e quando vide che egli si opponeva e tornava a schierarsi dalla parte dei Goti, lo abbattè e fece salire al suo posto una propria creatura, VIGILIO (537-55).
La corte bizantina a quel punto si considerò padrona di Roma e del papa.

Continuava intanto l'epoca tempestosa della guerra goto-bizantina. Roma si spopolò ed il successore di S. Pietro rimaneva lì impotente, vincolato come era dalle precedenti promesse fatte all'imperatrice. Con una bolla segreta egli condannò la dottrina della doppia natura di Cristo, e quando Giustiniano reclamò una conferma dell'anatema contro i monofisiti, Vigilio non osò negarla.
In seguito il papa fu coinvolto nella controversia circa l'editto dei tre capitoli. Dopo aver molto esitato egli dichiarò che l'imperatore non aveva diritto di decidere questioni dogmatiche, e che in questa materia la parola spettava soltanto alle sacre scritture ed ai concili generali.

Adirato, Giustiniano lo chiamò a Costantinopoli. Vigilio vi andò, tenne come sempre un contegno equivoco, cosicchè fu gettato in prigione ed umiliato finché si decise a promettere di accettare i tre capitoli. Ma dalle file ortodosse si levò una tempesta; il papa virò di bordo ed indusse l'imperatore ad abolire quanto aveva decretato circa i tre capitoli e a convocare un nuovo concilio. Prima ancora però che questo si radunasse Vigilio venne a completa rottura con l'imperatore e si rifugiò nella chiesa di S. Eufemia a Calcedone, dove era stato tenuto il famoso concilio. Qui assediato e maltrattato, mise finalmente da parte ogni riguardo e si dichiarò contro l'imperatore.
Questi non osò arrivare agli estremi, ma convocò di propria autorità e contro il volere del papa il quinto concilio ecumenico a Costantinopoli. Il concilio condannò i tre capitoli e lodò l'imperatore per gli sforzi che faceva a favore dell'unità della Chiesa.
Invano Vigilio cercò di opporsi; a poco a poco poi cedette ed accettò le deliberazioni del concilio. Con ciò egli riacquistò il favore di Giustiniano e se ne potè tornare in Italia dopo dieci anni di assenza. Ma prima di arrivare a Roma morì in Sicilia.
Sotto Vigilio l'autorità e l'ascendente della chiesa romana decaddero gravemente. L'imperatore si era sostituito al papa e lo aveva costretto con la forza ad obbedire. Dal 550 anche gli atti pontifici recano la data degli anni di regno de "cesaro-papista" Giustiniano.
Tuttavia la sconfitta celava il seme di una nuova esaltazione del papato; fu infatti proprio Vigilio che nel 550 annodò i primi rapporti col re dei Franchi.

Giustiniano tenne ben ferme nella sua mano le redini. Con la sua prammatica sanzione trasformò per l'Italia i vescovi e primati in pubbliche autorità cui deferì la nomina dei funzionari inferiori e la vigilanza su di essi. A misura che intensificava le sue relazioni politiche con la Chiesa, gli interessava sempre più di padroneggiarne il capo, tanto più ora che l'Occidente era completamente ligio alle decisioni del concilio di Calcedone. Infatti ottenne che salisse al pontificato il docile PELAGIO I (555-60), il quale si dedicò a far accogliere con le buone e con le cattive in Occidente le decisioni del quinto concilio.

Una parte della Chiesa si staccò addirittura da Roma; il papa non ottenne nulla, mentre riconobbe apertamente la propria schiavitù all'imperatore; però perseverò nelle relazioni iniziate con i Franchi. Così pure si adoperò a risollevare le condizioni economiche disastrose di Roma e dell'Italia ed a proteggere il clero di fronte ai laici.
L'autorità e l'influenza del papato era caduta così in basso che del suo successore, GIOVANNI III (560-73), malgrado il suo lungo pontificato, sappiamo ben poco. Roma rimase estranea alle controversie ecclesiastiche dell'Oriente, e l'Italia venne inondata dai Longobardi pagani.

Dopo la morte di Giovanni il seggio apostolico rimase per quasi un anno vacante, e sotto il pontificato di BENEDETTO I (574-78) la situazione delle cose non cambiò. Solo con PELAGIO II (578-90) cominciò ad arrestarsi questo terribile movimento in senso regressivo. Il nuovo papa era un Goto nato a Roma ed era stato elevato al pontificato dall'elezione del clero e del popolo e politicamente non aveva in sostanza tutori.
La contesa ecclesiastica relativa ai tre capitoli fece sì che Aquileja dovette, cedendo dinanzi all'invasione longobarda, spostare la propria sede trasportandosi sulla piccola isola bizantina di Grado, e si staccò da Roma. In Oriente il papa sembrò addirittura dimenticato, tanto che venne l'abitudine di designare il patriarca di Costantinopoli col titolo di «vescovo ecumenico».
Un sinodo fu convocato sul Bosforo senza interpellare il papa. È ben vero che Pelagio cancellò gli atti del sinodo e trattò la chiesa illirica come soggetta a Roma; ma invano! il patriarca mantenne il titolo incriminato in un secondo sinodo, e con ciò volle indicare che a lui, vescovo della vera e propria chiesa principale dell'impero, spettava pure il governo della chiesa universale.

A Roma, minacciata d'ogni lato dall'invasione ariana, Pelagio governò facendo il suo meglio; domiciliando presso il Laterano un certo numero di monaci fuggiti da Monte Cassino egli pose le basi di una più stretta alleanza con l'ordine dei Benedettini.

Nel corso del sesto secolo i popoli germanici avevano distrutto l'edificio dello Stato romano e la fede si era disgregata nella sua sostanza spirituale. Da ultimo apparve un nuovo papa, l'ultimo padre della Chiesa che raccolse quasi tutto l'Occidente in seno al cattolicesimo. Ed intorno alla stessa epoca nella lontana Arabia un mercante si levava e proclamava: Non vi è altro Dio fuori di Dio e Maometto è il suo profeta. I suoi discepoli e seguaci radunarono i popoli dell'Oriente sotto la bandiera della conquista.
Due gerarchie illuminarono le rovine dell'antichità e la loro inimicizia decise delle sorti del mondo. Roma e la Mecca, il duomo di S. Pietro e la Kaaba divennero i due simboli della nuova civiltà. Sulla fine del secolo il papato quasi si trovava sull'orlo dell'abisso, ma proprio in questo momento prese il pastorale GREGORIO I (590.604) che la storia ha insignito del titolo di «Grande» (Magno).

Uscito da una nobile famiglia senatoria Gregorio Magno era stato prima pretore, ma poi d'un tratto aveva trasformato il suo palazzo in un chiostro. Esteriormente gracile ed infermo egli celava una mente poderosa, il talento di un organizzatore ed amministratore, l'accortezza di un uomo di Stato, la sapienza di un dotto, il carattere di un gentiluomo e la tenacia di un monaco. Mite e pratico, al disopra delle piccolezze, egli seppe essere tuttavia intollerante sino ad ogni estremo quando lo riteneva necessario. Egli pretese molto; ma diede anche molto.

Tempera di dominatore nato, Gregorio Magno fu il primo papa che iniziò le sue lettere con la formula d'umiltà, quella formula che più tardi doveva esprimere tanto orgoglio: «servo dei servi di Dio». Accortamente egli si coprì prima le spalle contro la nemica Bisanzio, poi si dedicò a farsi una salda base nell'ambiente che gli era più vicino. In tutta Italia le sue cure e i suoi sforzi si spiegarono per restaurare la disciplina ecclesiastica scaduta, per riordinare l'amministrazione dei beni della chiesa e degli istituti di carità; ma non riuscì ad eliminare lo scisma d'Aquileja.
Tutti questi compiti dovettero cedere dinanzi alla necessità di difendersi contro i Longobardi che ripetutamente portarono la guerra fin sotto le mura di Roma. Instancabile nell'organizzare la difesa, il papa dispose che persino ai preti non fosse lecito sottrarsi all'obbligo di lottare contro il nemico comune. La salvezza di Roma fu in sostanza dovuta alla sua avvedutezza e pensò pure di sostenere e favorire l'autorità dell'imperatore; ma il conflitto, date le questioni di preminenza rimaste insolute, non poté cessare.

A quale dei due seggi vescovili spettava il primato? Da ultimo le cose avevano preso, una piega favorevole a Costantinopoli; Gregorio protestò dignitosamente ma il patriarca continuò senza curarsene a portare il titolo di «vescovo ecumenico», dal quale Gregorio invece si astenne.
Il dissidio si trascinò alla lunga, i rapporti con l'impero, complicati dalle questioni longobarde, peggiorarono e si rivelò impossibile mantenere le pretese dei papi precedenti con speranza di successo.
Il papa doveva esser lieto se gli riusciva di toglier di mezzo le pretese di Costantinopoli al primato su tutta la chiesa. Perciò Gregorio dichiarò che nessun vescovo doveva pretendere il primato universale che anzi un simile primato distruggeva le basi fondamentali dell'organizzazione della Chiesa.

Così egli, costretto dalle necessità del momento, sconfessò gli ideali del suo grande predecessore Leone. Per lui i quattro patriarcati di Roma, di Costantinopoli, di Antiochia e di Alessandria, erano a parità di grado a capo della chiesa. Egli rinunziò all'egemonia su tutta la chiesa per salvare più sicuramente l'occidente alla sede apostolica. Ma la certezza assoluta non arrivò ad ottenerla; la spinosa questione del titolo rimase pendente.
Anche Roma destava le preoccupazioni del papato per le sue velleità di indipendenza; più minaccioso ancora apparve lo scisma istriano, e più fiera di tutte si svolse la lotta in Illiria, dove però il papa con l'energia e la moderazione riuscì ad ottenere il suo intento.

Minor successo ebbe Gregorio nell'Europa occidentale. Il cattolicesimo visigoto prese un atteggiamento di decisa indipendenza, di modo che egli non fu in grado di esercitare in quei paesi alcuna supremazia. In compenso Gregorio si accostò ai Franchi, servendosi come base di operazione dei possedimenti della chiesa romana nella Gallia meridionale. Egli vi installò un proprio governatore che in certo modo doveva fungere da legato pontificio. In modo particolare cercò di cattivarsi la benevolenza di Brunilde. E realmente si conquistò il rispetto e la venerazione della famiglia reale, ma non arrivò a conseguire una influenza più profonda. L'appoggio franco era per lui di grande importanza per quello che costituiva il campo più promettente della sua attività; la predicazione di propaganda in Inghilterra. Qui il pagano Etelberto di Kent sposò la figlia del franco Cariberto col patto che quest'ultima avrebbe potuto conservare la propria religione e condurre con sé un vescovo.

Ben presto la chiesa di S. Martino a Canterbury risorse dalle sue rovine. Nel 596 Gregorio inviò a Canterbury il proposto Agostino del convento romano di S. Andrra con due compagni, ed essi entrarono nella città preceduti dalla croce e dall'effigie di Cristo. E già nel 597 il re aveva preso il battesimo, fatto che portò alla conversione al cristianesimo di migliaia di altri suoi sudditi.
Altri predicatori vennero e recarono all'apostolo principale il pallio. Ininterrottamente Gregorio indicò la strada da battere alla mente monastica alquanto gretta di Agostino; bisognava, gli diceva, convincere, agire blandamente per ottenere il passaggio da una fede all'altra. Il 22 giugno il papa con una mossa ardita, che anticipava l'avvenire e forse derivava da valutazione esagerata dei risultati già ottenuti, emanò uno schema di ordinamento ecclesiastico per la Britannia. In virtù di esso Londra e York dovevano assumere il grado di metropoli, avendo sotto di sé ciascuna dodici vescovadi suffraganei. Ma per il momento tutto ciò rimase allo stato di semplice progetto, giacché occorreva prima scardinare non solo il paganesimo, ma anche la vecchia dottrina britannica che allora dominava in tutta la sua forza. E con essa la chiesa romana venne a rottura per la questione del computo della Pasqua; solo dopo secoli l'ultima resistenza britannica fu soffocata dalla prevalenza degli Inglesi.

L'autorità universale che Gregorio si era a poco a poco acquistata, si ripercosse sulla sua posizione in Italia, dove egli apparve come il baluardo dell'ortodossia e del cattolicesimo romano. In tutta Italia egli seppe influire sull'elezione dei vescovi, organizzò a forma di provincia i vasti possedimenti fondiari di Sicilia e li ampliò. Anche gli altri possedimenti vennero da lui oculatamente governati. Ben presto il seggio apostolico poté disporre di considerevoli mezzi finanziari; Gregorio li utilizzò abilmente, si rese di fatto signore di Roma e superò in autorità lo stesso esarca di Ravenna.
È naturale che egli cercasse di guadagnare all'ortodossia anche i Longobardi. Il suo occhio acuto vide bene quanto per raggiungere il suo scopo potevano giovargli i monaci. Quale immenso acquisto se gli riusciva trasformarli da un esercito di Cristo in un esercito di satelliti del papa! E quindi egli li privilegiò con una serie di disposizioni favorevoli e li rese al possibile indipendenti, vietando ai vescovi di ingerirsi senza autorizzazione negli affari riguardanti i chiostri.
Volenterosi i monaci allora si fecero difensori dell'autorità del papa; essi avevano interesse a sostenere l'autorità che li tutelava. Nè con ciò può dirsi esaurito il quadro della meravigliosa attività spiegata da Gregorio; egli scrisse circa 1000 lettere, compose una pastorale contenente ottime massime per l'esercizio di una diligente cura di anime, scrisse dei dialoghi nella forma pomposa tradizionale. Egli fece opera fondamentale nei riguardi della patristica e del culto. Istituendo una scuola di cantori perfezionò il canto ecclesiastico, conferì al rito romano quella solenne pompa misteriosa che contribuì così considerevolmente alla sua diffusione, diede alla comunione la forma di sacrificio della messa, introdusse l'idea del purgatorio nella fantasia dei credenti e stabilì la massima che in seno alla chiesa vi era esuberanza di buone opere che potevano utilizzarsi a vantaggio delle anime dei defunti mediante la celebrazione di messe.

Si può dire che Gregorio portò l'ultimo mattone all'edificio della dogmatica patristica, che fuse abilmente ed in forma adatta all'Occidente quanto l'Oriente aveva prodotto in materia di dogmi cristiani e l'Africa in materia di libero arbitro e di grazia divina. Egli è l'ultimo padre della chiesa, ed uno dei padri della Chiesa dotato di talento più versatile, è il fondatore della sovranità temporale del pontificato romano e della sua indipendenza politica, il fondatore del papato medioevale. Egli morì il 12 marzo 604.

La figura di Gregorio campeggia, come quella di Carlo Magno, nella storia per la stessa ragione; perché alla grandezza raggiunta dal papato sotto di lui seguì la decadenza. Esso perdette di vista gli interessi politici immergendosi nel vortice delle controversie dogmatiche sulle nature e sulle volontà di Cristo. Soltanto all'epoca degli imperatori iconoclasti la chiesa romana si liberò dal giogo bizantino, e quando dall'Inghilterra convertita cominciarono ad affluire a Roma ecclesiastici pieni di ardente zelo, quando il regno franco aumentò in potenza ed il pericolo longobardo divenne più urgente, i successori del primo Gregorio compresero che dovevano tornare a battere la via da lui indicata e coltivare gli scopi cui egli aveva mirato. I primi papi succeduti a Gregorio ebbero pontificati brevissimi inframmezzati da lunghi periodi di sede vacante, e sotto di loro la potenza e l'autorità della cattedra apostolica subirono una precipitosa decadenza.
SABINIANO campò nemmeno due anni, il suo successore BONIFACIO III nemmeno uno. Fra sede vacante e ritardi del benestare dell'Imperatore se ne andarono via quattro anni.

Sotto BONIFACIO IV (608-15) si fece particolarmente animato il movimento di opposizione all'autorità pontificia nel vescovado di Grado e nell'antica chiesa irlandese. In compenso il papa ricevette la visita del primo vescovo di Londra e conferì al vescovo di Arles il pallio in seguito al desiderio espresso dal re dei Franchi.

Seguì papa DIODATO (o ADEODATO - 615-618) fu un breve pontificato ma lasciò anche lui una traccia. Appena eletto constatò che le più alte cariche ecclesiastiche rimanevano in mano a monaci, così come del resto stabilito da Gregorio Magno (590-604) e questo non poteva essere in linea con quanto determinato dal potere politico e temporale.
Pertanto, con uno dei suoi primi editti ristabilì la distribuzione delle cariche eclesiastiche in maniera tale da anteporre il clero secolare a quello monacale.
Nel 618 imperversò in Italia, epidemie mortali di lebbra e di scabbia e per finire, nell'agosto dello stesso anno vi fu un forte terremoto. Questo pontefice fu riconosciuta per la grande forza e coraggio nel sopperire a tante disgrazie e nonostante la sua veste, portò di persona soccorso agli ammalati. Così esponendosi
l'8 novembre dello stesso anno morì pure lui di peste.
Fu in ogni caso il primo pontefice ad avere un proprio sigillo pontificale a testimonianza dell'autorevolezza della Chiesa cristiana. Il sigillo di piombo recava inciso l'effige del buon pastore con le sue pecorelle, nonchè la simbologia greca dell' alfa e dell' omega, rappresentanti dell'inizio e della fine nel nome di Cristo.
Da qui in poi il sigillo diventerà "bulla" (Bolla), con la quale i pontefici imprimeranno tutti gli atti ufficiali della Chiesa.


Sul soglio salì BONIFACIO V (619-25) che diede molto da fare alla chiesa inglese; stabilì che Canterbury doveva essere e rimanere la metropoli della chiesa inglese.
Solo col nobile ed attivo ONORIO I (625-38) si ebbe un pontificato di una certa durata. Egli abbellì Roma e costruì una chiesa dedicata a S. Pietro dal tetto di bronzo; rilasciò al monastero di Bobbio un diploma che lo metteva alla diretta dipendenza della sede apostolica, documento questo della massima importanza perché con esso si inaugura la serie dei privilegi dei chiostri.

Onorio mantenne attive relazioni con l'Inghilterra e rivolse le sue cure anche all'Irlanda ed alla Spagna. Ma egli dovette principalmente concentrare la sua attenzione sull'Oriente, ove malgrado la minacciosa avanzata dei Persiani prima, e dei Maomettani poi, continuava ad infierire incrollabile la contesa sull'unica natura e sull'unica volontà da ammettersi in Cristo. Il patriarca Sergio di Costantinopoli cercò di placare i monofisiti con una formula di conciliazione: che cioè in Cristo vi erano bensì due facoltà volitive, ma una sola attività volitiva. Il papa si lasciò guidare da criteri pratici e perciò si mantenne neutrale nel dibattito, ma non ne ricavò che maledizioni dal clero.
Alla fine l'imperatore non seppe trovare altra via di uscita che quella di emanare una legge, la così detta ectesi, con cui proibiva di usare le frasi «unica o duplice attività volitiva».

Quando il documento arrivò a Roma sedeva sulla cattedra di S. Pietro papa Sergio; questi ora ammise il dogma delle due volontà in Cristo, in contraddizione a quanto aveva ritenuto il suo predecessore immediato. Dopo la sua morte tornarono a passare molti mesi prima che fosse eletto e confermato SEVERINO che morì due mesi dopo, poi venne GIOVANNI IV (640-42) che seguì l'indirizzo di Severio.
L'imperatore Eraclio rinunziò a mantenere l'ectesi per non alienarsi l'occidente. Il successore di Giovanni, papa TEODORO I (642-49) venne a conflitto col patriarca Paolo che era seguace del monoteletismo e lo colpì di anatema. Il patriarca fece una dichiarazione di mezza rinunzia alle sue idee, ma il papa non si accontentò. La contesa divenne tesa sempre più, finché l'imperatore Costanzo II, stanco di queste miserabili controversie, ordinò con la sua costituzione «Typos» che le dispute circa l'esistenza di una o più volontà in Cristo cessassero.

Ma non se ne diede cura papa MARTINO I (649-53, 655), il quale invece insieme con 105 vescovi tenne il primo grande concilio Laterano e fece adottare la deliberazione che dovessero ammettersi in Cristo due facoltà volitive.
Una grandine di anatemi piombò su coloro che insegnavano diversamente. L'imperatore non intese però di tollerare tutto ciò; fece prendere prigioniero
il papa, lo fece condurre a Costantinopoli, dove fu sottoposto a giudizio e condannato a morte. Ottenuta salva la vita per intercessione del patriarca egli venne esiliato in Crimea dove finì miseramente i suoi giorni.

La deposizione di un papa ad opera di un tribunale laico bizantino era una enormità; ma ciò malgrado, ancor vivo Martino, papa EUGENIO I (654-657) poté salire sulla cattedra di S. Pietro. Egli però si trovò circondato da ogni lato da ostacoli e difficoltà, e soltanto una morte precoce lo salvò dall'andare incontro a seri guai, e finire come Martino.
Il nuovo papa VITALIANO (657-72), mostrandosi arrendevole, ripristinò la pace in seno alla chiesa. Il momento era grave e pericoloso per gli attacchi dei Maomettani e Longobardi. Per combatterli giunse a Roma nel 663 l'imperatore Costante; ebbe una splendida accoglienza, ma in contraccambio portò via una quantità di opere d'arte e di oggetti preziosi e cercò di sobillare contro il pontefice l'esarcato di Ravenna.
Il vescovo Mauro di Ravenna si dichiarò infatti indipendente, il papa lo scomunicò, ma egli - sentendosi papa - gli ricambiò la scomunica.

Molto meglio andarono le cose in Inghilterra, dove il cattolicesimo dopo dure lotte prese il sopravvento e ben presto si alleò più strettamente con Roma. Il papa elevò Teodoro di Tarso ad arcivescovo di Canterbury ed a primate d'Inghilterra. Per opera sua e dell'abate Adriano suo coadiutore cominciò l'epoca della maggior fioritura della chiesa inglese.

Nel frattempo in Oriente il pericolo maomettano si era fatto più grave. L'imperatore mutò rotta, anche a costo di sconfessare il suo «Typos», che pure era tuttora in vigore, ordinò all'arcivescovo di Ravenna di andare a farsi consacrare a Roma e scrisse in termini concilianti al «papa universale», allora AGATO ( o Agantone 678-81).
Questi convocò nel 680 un grande sinodo a Roma senza che si riuscisse a decidere la questione del monoteletismo; in seguito lo stesso concilio generale si adunò a Costantinopoli e vi intervennero i quattro patriarchi. Questo concilio condannò il monoteletismo e riconobbe l'esistenza di due volontà in Cristo. La dottrina romana aveva trionfato e papa Onorio fu condannato per le sue dottrine monoteletiche.
Papa LEONE II (681 83) aderì a questo deliberato e dichiarò Onorio traditore della chiesa apostolica. I posteri non seppero poi capacitarsi come un successore di S. Pietro fosse stato condannato come eretico e perciò cercarono di dare alla cosa un'altra spiegazione.

La consacrazione del nuovo papa BENEDETTO II (683-85) si fece aspettare quasi un anno. Si dice che per questo fatto l'imperatore abbia rinunziato a confermare personalmente i papi, affidandone la facoltà all'esarca che si trovava più vicino e che infatti esercitò tale diritto fino al 731. Ne derivò una singolare lotta partigiana che condusse alla cattedra di San Pietro una serie di stranieri, persone per lo più oscure, le quali vi si avvicendarono con rapida successione: fra altri tre Siriaci, un Trace, un Siciliano, due Greci, prova evidente della forte influenza orientale.
In questa stessa epoca ricominciò il vecchio conflitto con Costantinopoli; ebbero inizio i pellegrinaggi dei re anglo-sassoni a Roma, e la missione iro-scozzese in Germania ad opera dei vescovo Kilian, come pure la missione anglo-sassone, entrarono in relazione col papato. Particolare importanza acquistò l'intesa con la missione anglo-sassone. Nel 692 Willibrod si recò a Roma volendo proseguire col permesso e con la benedizione del papa, allora SERGIO I (687-701), la sua opera di conversione dei Frisi. E quattro anni dopo il papa lo consacrò arcivescovo.

Le cose andarono ben diversamente nell'occidente europeo ed in Oriente:
in occidente il papato venne in discordia con la chiesa spagnola pure questa indipendente, e gli Spagnoli tennero un sinodo che si dichiarò sotto molti riguardi contrario alla tradizione romana;
mentre in oriente, al vescovo di Costantinopoli furono concesse prerogative e rango uguali a quelle del vescovo romano. Alla protesta elevata dal papa, l'imperatore volle farlo arrestare, ma non riuscì ad ottenere l'intento. L'inviato bizantino dovette dichiararsi lieto di uscirne salva la vita.

Anche il vescovo di Aquileja mutò contegno accostandosi al papa. Il distacco dall'oriente si delineò sempre più chiaramente. Tutti i tentativi dell'imperatore di indurre a maggior condiscendenza i papi successivi (3 di breve durata) fallirono, finché finalmente papa COSTANTINO (708-15) acconsentì a recarsi a Costantinopoli, l'ultimo papa che abbia fatto simile viaggio.
Egli s'intese con l'imperatore, ma invano perché l'imperatore venne abbattuto da Filippico Bardane, il quale tentò di introdurre nuovamente il monoteletismo. Ma ben presto l'usurpatore fu sopraffatto ed il suo successore obbligò il patriarca a mandare al papa una lettera di sottomissione.

Dal 715 al 731 tenne il pontificato GREGORIO II, un uomo che cercò di esser simile al suo grande predecessore non soltanto nel nome. Durante il suo pontificato si verificò a Bisanzio un mutamento decisivo; con Leone Isaurico prese il predominio una nuova eresia, quella degli iconoclasti. Ed il succedersi di vari papi ortodossi energici a di vari energici imperatori iconoclasti provocò il compimento di quel processo di separazione da tempo iniziato, provocò la grande conversione della politica romana dall'oriente verso l'occidente.
Da esso derivò la formazione di uno Stato pontificio, la quale venne favorita dalla caduta del regno dei Longobardi e dall'alleanza con i Franchi.
L'attività del primo papa sovrano temporale, di Gregorio, si concentrò principalmente nel parare gli attacchi dei Longobardi, nello scuotere il giogo bizantino e nell'organizzare la predicazione degli anglo-sassoni.

Nel 718 venne a Roma l'anglo-sassone Bonifazio ed instaurò col papa quel vincolo spirituale e gerarchico che era destinato a poco a poco ad estendersi a tutta la chiesa occidentale. Ma se da questo lato le cose prendevano una piega favorevole, lo stesso non si può dire che avvenisse altrove.
Nella Spagna i Saraceni avevano abbattuto il regno dei Goti ed il loro condottiero si era millantato che avrebbe fatto risuonare il nome di Maometto nel Vaticano.

In Oriente l'imperatore Leone emanò nel 726 un editto con cui in forza del suo supremo potere spirituale vietava il culto delle immagini come una idolatria. Il papa protestò contro questo editto e dichiarò che il capo dello Stato non poteva ordinar nulla in materia di religione. E per rinsaldare il suo atto di ribellione Gregorio vietò dentro il territorio della sua giurisdizione il pagamento delle imposte all'impero. Invano l'imperatore tentò di abbattere il suo avversario. Le cose non fecero che imbrogliarsi sempre più; a Ravenna si ordirono delle congiure ad opera di ambiziosi che stesero la mano alla corona.
Nel 730 Leone rinnovò sotto più rigide sanzioni il divieto del culto delle immagini, depose il patriarca ricalcitrante e lo sostituì con un altro più obbediente. Gregorio censurò quest'atto, ma non visse tanto da vedere la fine della controversia. Egli si adoperò pure a rompere l'oppressione fiscale e burocratica bizantina. Il luogotenente imperiale fu cacciato da Roma ed il papa avocò a sé i suoi poteri.
Re Liutprando lo considerò come un sovrano indipendente. Lo Stato della chiesa cominciò a svilupparsi; esso abbracciò da principio la costa da Corneto a Gaeta, fu comunemente chiamato col nome di ducato romano e guardato come patrimonio di S. Pietro.

La politica papale prese sotto Gregorio II uno slancio così considerevole da far credere che l'intero occidente (e principalmente la chiesa occidentale) si sarebbe nuovamente riunito sotto la guida di Roma.
Il successore di Gregorio, che assunse lo stesso nome GREGORIO III (731-41), fu l'ultimo papa che si fece confermare dall'imperatore. Seguendo le norme del suo predecessore, egli inviò una lettera di protesta a Costantinopoli e poi convocò un sinodo italiano che scomunicò tutti gli iconoclasti. L'imperatore comprese che l'Italia cominciava a svincolarsi dall'impero e mandò una flotta per riassoggettarla, ma la flotta fu distrutta dalla tempesta; inoltre egli subordinò l'Illiria orientale al patriarcato di Costantinopoli.
Molto probabilmente se il papato andò esente da ulteriori molestie da parte dell'Oriente lo dovette soltanto ai ripetuti attacchi dei Saraceni contro l'impero. Nel frattempo però i Longobardi avanzarono ancora una volta fin sotto Roma e navi maomettane devastarono le coste.
Così in Spagna, in massa i seguaci del profeta passarono i Pirenei e procedettero oltre finché furono sconfitti dall'agguerrito esercito franco di Franco Martello.

Questo fatto, queste vittorie, richiamò ancora di più l'attenzione del papato verso l'occidente. I Franchi brillavano di un doppio trionfo: la sconfitta dell'Islam e la conversione delle popolazioni germaniche della riva destra del Reno, mentre Bisanzio non portava altro che oneri e soggezione ed in compenso nessuna difesa.
Una solenne missione del papa si recò presso Carlo Martello e gli recò delle chiavi che provenivano dalla tomba di S. Pietro. Gregorio coltivò i rapporti così iniziati facendo pervenire al franco commoventi richieste di aiuto contro i Longobardi, ma per il momento senza risultato, anche perchè i rapporti dei Franchi con i Longobardi non erano di inimicizia.
Inoltre poi il papa ebbe molto da fare con le rivalità degli arcivescovi di Canterbury e di York e degli arcivescovi di Grado e di Aquileja e nei riguardi della missione tedesca. Portò inoltre a termine la ricostruzione delle mura di Roma.

Gregorio III ebbe in papa ZACCARIA (741-52), un greco italiano, un successore d'indole più arrendevole che fece pace ed alleanza con i Longobardi in funzione antibizantina, ampliando così nel tempo stesso e con il loro aiuto il suo territorio a spese dell'impero.
In compenso di ulteriori cessioni territoriali egli si fece mediatore solerte fra re Liutprando e l'imperatore Costantino ridotto in situazione pericolosa dai Longobardi, tanto più che gli era necessario non sottrarre forze all'impero mentre era impegnato nella lotta contro l'invasione dell'Islam.

Della tranquillità così procuratasi in Italia il papa approfittò per accrescere la sua autorità in Germania. Ma le cose cambiarono quando salì al trono re Astolfo e riprese i disegni di conquista sempre vagheggiati dai Longobardi, fino a pensare di riunire in un unico regno l'intera penisola.
Questi progetti già si delinearono in forma minacciosa per Roma, allorché apparve sul Tevere quella memorabile missione franca che preparò il passaggio della corona dai Merovingi ai Carolingi.
Il semplice fatto che sia stato implorato il consiglio della sede apostolica dimostra quanto fosse aumentata la sua influenza, ed è caratteristico che doveva essere riservata proprio ad un bizantino (Zaccaria era greco) la sorte di fare il passo decisivo di conversione politica verso l'occidente. Egli tuttavia non ne raccolse i frutti, ma poté raccoglierli soltanto il suo successore STEFANO II (752-57) e non senza aver superato gravi tempeste.

Astolfo dunque assediò Roma; il papa supplicò l'imperatore perché venisse in suo aiuto, ma visto che questo aiuto non gli fu concesso, si mise in viaggio verso il regno dei Franchi. Un plebiscito di venerazione segnò il passaggio di quest'uomo, il primo papa che poneva piede sul suolo della Gallia. Ricevuto solennemente dal re, a inizio gennaio 754 egli fece il suo ingresso nella reggia di Ponthion. Qui Pipino gli promise protezione e difesa contro i Longobardi e la concessione o la restituzione dell'esarcato con tutte le località del ducato spettanti al patrimonio di S. Pietro.
Una assemblea dei grandi del regno franco confermò a Chiersy tutto questo, dopo di che il re ed i suoi figli Carlo e Carlomanno rilasciarono al papa un atto concepito nel senso anzidetto. Questa donazione, mentre formò in seguito oggetto di una famosa ed interminabile controversia, costituì uno dei cardini fondamentali del dominio temporale dei papi. Per lungo tempo si è ritenuto che la donazione di Pipino, di cui non ci è conservato il testo, fosse una riconferma di una pretesa concessione precedente, di quella falsificazione cioè che va sotto il nome di "donazione di Costantino", la quale accordava al papa tutta l'Italia e molte altre cose ancora.
In realtà Pipino promise solo di sgombrare il territorio romano e l'esercato a vantaggio del papa. In compenso il successore di S. Pietro incoronò re dei Franchi nella chiesa di S. Dionigi il suo protettore e con ciò pose tutta la sua autorità in servizio della nuova dinastia (Carolingia).

Con l'ira nel cuore i Longobardi si videro costretti a rendere Ravenna ed altre città, ed il papa se ne poté tornare a Roma vittorioso sotto la protezione di una scorta di Franchi. Ma non appena partiti questi ultimi Astolfo si scagliò su Roma. Egli sapeva che si trattava dell'ultimo sforzo del suo popolo. Sforzo vano. Le mura della città eterna resistettero finché chiesto il pattuito aiuti di Pipino, il re Franco calò in Italia e vinse senza fatica.
A questo punto giunsero inviati dell'imperatore e chiesero al re dei Franchi la restituzione dell'Esarcato. Ma Pipino confermò nuovamente che l'Esarcato e la Pentapoli spettavano a S. Pietro e fece esigere la consegna delle chiavi delle relative città per depositarle sulla tomba del principe degli apostoli.

Ormai il papa era subentrato al posto dell'imperatore quale sovrano italiano. Lo Stato della Chiesa fu bagnato dalle acque del Mediterraneo, dell'Adriatico e del Po, mentre la dominazione imperiale non riuscì ancora a reggersi faticosamente se non in alcune lontane regioni costiere solo grazie ai suoi muniti porti. Da modesti inizi il papato era così assurto ad alto grado. In forza della sua sovranità temporale e come rappresentante del popolo romano il papa nominò Pipino ed i suoi figli patrizi, anche se nominalmente la signoria imperiale sussisteva ancora.

Protettore della Chiesa divenne ora il re franco. Dell'importantissimo pontificato di Stefano II resta a ricordare ancora un dissidio con Bonifazio che venne appianato; è inoltre sotto di lui che si delineò la rivalità tra Magonza e Colonia per il primato ecclesiastico, rivalità che durò per secoli.
Invece il metropolita di Ravenna - non avendo aiuti dal suo imperatore - dovette abbassare ogni pretesa; egli era divenuto suddito del seggio apostolico.

Anche il successivo papa PAOLO I (757-67) si tenne dalla parte dei Franchi, accattivandosi il più possibile il favore della famiglia reale con la sottomissione, con doni e col comparatico. Ma per tale contegno si deteriorò il rapporto col re dei Longobardi, Desiderio, col quale ebbe talora conflitti armati e talora questioni e dispute; un dissidio che si fece molto pericoloso quando i Longobardi ed i Bizantini accennarono ad allearsi mentre il papa non poté ottenere aiuti da Pipino.

Se non che i Bizantini erano più buoni a negoziare che non ad agire. L'imperatore non mandò né flotta né esercito ed anche diplomaticamente subì uno scacco nell'assemblea franca di Gentilly.
Desiderio si recò a Roma; in tutto dominò l'intrigo e la doppiezza. Essendosi il papa ammalato gravemente, una parte della potente nobiltà romana con la forza delle armi elevò alla tiara Costantino, un laico; contro di lui intervennero i Longobardi; ma alla fine un monaco benedettino salì sulla cattedra di S. Pietro sotto il nome di STEFANO III (768-72).
Costantino fu maltrattato, accecato, chiamato a render conto dinanzi ad un sinodo adunato in Laterano e qui bastonato e cacciato fuori della porta. Oltre a ciò il sinodo escluse i laici dall'elezione dei papi riservandola ai prelati ed al clero romano, sanzionò il culto delle immagini e scomunicò i Greci iconoclasti.

Ad un certo punto le buone relazioni tra i Franchi ed il papato sembrarono dover compromettersi perché il nuovo re dei Franchi, il figlio di Pipino, Carlo, sposò la figlia del re dei Longobardi. Questo rapporto parentale pregiudicava l'intera costruzione messa in piedi da Stefano e da tutti i papi precedenti.

Nell'anno 771 Desiderio comparve improvvisamente dinanzi a Roma e vi abbatté i potentati che si erano impadroniti del governo. Il papa si trovò in una situazione imbarazzante; egli piegò dalla parte dei Longobardi, ma non ne ottenne nulla, allorché le cose presero un andamento improvviso e provvidenziale: Carlo ripudiò la figlia di Desiderio e minacciò il regno longobardo.
Con queste nuove prospettive ora favorevoli al papato, assunse il pontificato ADRIANO I (772-95), un nobile romano di ottime capacità.
Adriano era tutto compreso della sua romanità e dell'elevatezza della sua carica, e malgrado la sua educazione ecclesiastica era una testa essenzialmente politica. Naturalmente prima d'ogni altra cosa il suo pensiero era rivolto ai Longobardi, dinuovo minacciosi.
Infatti Desiderio marciò un'altra volta su Roma, ma non riuscì a prenderla e ben presto si vide minacciato dal suo ex-genero. Carlo, mentre assediava la forte Pavia, si recò nel 774 con uno splendido seguito a Roma per passarvi la Pasqua. Egli vi ebbe solenni accoglienze e si dice che avvia ampliato la donazione di Pipino, ma probabilmente tale circostanza è dovuta ad una falsificazione posteriore.
Alla fine Desiderio dovette arrendersi, ed allora il franco si fece cingere la corona lombarda. Evidentemente di tale questione era già stato discusso a Roma, perché si trattava di un fatto che mutava fondamentalmente la posizione del re dei Franchi. Oltre che essere un lontano protettore ora diveniva un vicino temibile, era l'erede delle pretese longobarde sull'Italia.

Che così fosse infatti lo si vide quando l'arcivescovo Leone di Ravenna imprese a fondare una specie di Stato ecclesiastico separato; cosa che non era possibile avvenisse all'insaputa di Carlo. Solo nel 777 per la morte di Leone il pericolo poté dirsi passato, ma il re dei Franchi reclamò ora di concorrere alla nomina del titolare di quell'importante vescovado.
Come Ravenna, così anche Spoleto volle rendersi autonoma dal papa che cercò di correre ai ripari protestando i titoli ch'egli aveva sulla Media Italia e sulla Corsica. A tal proposito ci troviamo di fronte a varie falsificazioni posteriori ovvero dovute alla politica papale, quali sono principalmente la donazione di Chiersy e la donazione di Costantino, che associava l'antico imperium romanum al possesso di Roma ed in certo modo costruiva un'Italia papale con un papa-imperatore.
Ad onta di questi contrasti il buon accordo tra il papa ed il re dei Franchi continuò alla meglio. In occasione della Pasqua del 781 Carlo si recò con la sua famiglia a Roma, vi fece battezzare il suo ultimo figlio Pipino, fece ungere ed incoronare re tanto Pipino quanto il figlio maggiore Ludovico, e solennizzò il matrimonio di sua figlia col giovane Costantino. Il papa ed il re vennero d'accordo che il primo avrebbe dato l'appoggio della sua autorità al secondo e che il re avrebbe esaudito le aspirazioni temporale del pontefice senza peraltro accettarne le esagerazioni. A questo modo sorse uno Stato pontificio di estensione bensì minore, ma fondato su base contrattuale internazionale.

Oltre che nelle questioni di politica temporale l'attività di papa Adriano fu impegnata pure in questione d'ordine spirituale. In Spagna sorse una nuova eresia, il dogma adozianico, consistente nel ritenere che, date le due nature (divina ed umana) di Cristo, quest'ultimo soltanto per la sua natura divina era figlio di Dio, come uomo invece era figlio adottiva di Dio. Di fronte al nuovo dogma Adriano si mostrò fermo nel reclamare che non si derogasse alla dottrina di San Pietro.
Bisanzio sotto l'imperatrice vedova Irene iniziò una politica di conciliazione col papato, che condusse nel 787 alla convocazione del concilio di Nicea, il primo concilio generale che si sia radunato in Oriente dopo i grandi mutamenti avvenute nell'impero.
Vi fu riconosciuto il primato del papa e sempre con la disponibile Irene restaurato il culto dei santi e delle immagini. Roma poté dunque registrare ancora una volta una vittoria in Oriente.

Negli ultimi anni del suo pontificato peraltro la posizione di Adriano si dimostrò molto pericolante. La preponderanza di re Carlo cominciò a delinearsi in modo sempre più chiaro. Sorse una specie di partito teologico di corte, capitanato come tutto fa credere da Alcuino ed Angilberto, l'abate de S. Riquier; la sua influenza se rivelò già in occasione della lotta contro l'adozianismo, lotta che in sostanza fu decisa in seno a sinodi nazionali franchi.

Ma ben più grave furono le decisioni prese nella dieta de Francoforte, anch'essa d'indole nazionale franca, in opposizione ai deliberati dell'ultimo concilio di Nicea. Il papa non seppe fare di meglio che sostenere quanto più poté dal punto di vista dogmatico la propria preponderanza, pur non cessando dall'appoggiare politicamente i Franchi. Ma risultati concreti non ne raggiunse, perché per lungo tempo ancora i sinodi franche si rifiutarono di accettare il culto delle immagini.
Le cose giunsero a tal punto che corse voce che il re inglese Offa avesse consigliato Carlo di deporre Adriano e di mettere sul seggio pontificale un papa d'origine franca. E improbabile però che una cosa di questo genere fosse nelle mire di Carlo. Il giorno de Natale del 795 Adriano poté chiudere gli occhi nel pieno possesso della sua autorità. Alcuino compose per ordine del re una iscrizione sepolcrale che, incisa nel marmo in lettere d'oro, venne inviata a Roma.
Il lungo pontificato (23 anni) di Adriano I per importanza può paragonarsi a quello di Gregorio Magno.

In Oriente ed in Occidente venne ripristinata la pace in seno alla Chiesa, a Nord ulteriori territori furono acquistati al cristianesimo ed in Italia fu fondato uno Stato di notevole estensione, il maggiore accanto allo Stato franco-longobardo. Roma in seguito a ciò riprese il grado di capitale ed il papa l'abbellì con sontuose costruzioni. Il Laterano divenne il vero e proprio centro del governo spirituale e temporale; qui già sotto Stefano III era sorto il collegio dei sette cardinali e sorse ora verosimilmente l'ordo romanus, diretto a regolare il rito romano.
Accanto alla chiesa se levò il palazzo del Laterano, la dimora dei papi, ricca di colonne e di marmi. Qui fu organizzata una vera e propria corte con dignitari distinti per rango. A ciò che in realtà mancava rimediò idealmente la donazione di Costantino.

Alteramente Adriano scrisse a Carlo che la cattedra di S. Pietro poteva sciogliere e legare, che essa era caput mundi. Mentre sinora la cancelleria pontificia aveva datato i suoi atti dagli anni di regno degli imperatori, ora vi sostituì la santa trinità con gli anni del pontificato del papa. Era questa una dichiarazione ufficiale che il successore di S. Pietro ormai non riconosceva sopra di sé altro padrone all'infuori di Dio.

Nonostabnte ciò, Adriano, si era con grande difficoltà dibattuto nei suoi ultimi anni sotto il peso sempre più preoccupante dell'immensa superiorità dell'impero carolingio, e sotto il suo successore LEONE III (795-816) questo sbilancio di forze produsse i suoi effetti.
Nel sentimento della propria debolezza il papa riconobbe di fatto Carlo quale suo sovrano, e di ciò recano una espressione formale anche le sue bolle. Ma questa sua attitudine gli suscitò molte nemici in Roma dove si erano sognate ben più eccelsi destini, la restaurazione di una repubblica romana. Si formò infatti un partito avverso al papa che d'improvviso lo prese e lo gettò in prigione. Ma Leone con chissà quali appoggi e mezzi, riuscì a fuggire e si recò oltralpe presso Carlo per implorare protezione.

Tutto questo avveniva in un'epoca in cui a Costantinopoli le redini del governo imperiale erano tenute da una donna, Irene; poco considerata dal papato proprio perchè donna, nonostante il suo riavvicinamento, e quindi dentro i palazzi del Laterano si era fatta sempre più strada l'idea di trasferire nelle mani del re dei Franchi la dignità imperiale. Leone, dopo il viaggio in Francia, tornò a Roma con una scorta franca ed a Natale dell'anno 800 con un accorto "colpo di teatro" incoronò imperatore Carlo in S. Pietro.
Fu il primo passo di un avvenimento che unificava l'Occidente e lo collocava accanto all'Oriente sul piede di eguaglianza, un avvenimento cui effetti si dovevano ripercuotere in tutti i tempi a venire.
Per Roma esso significò per il momento la riduzione sotto l'autorità imperiale che fino allora era esercitata da un procuratore imperiale permanente. Lo stesso papa Leone non dissimulò mai questo stato di soggezione e cercò invano di sottrarsi al giogo dell'inviato imperiale.
Appena tentò di reagire a proprio arbitrio, Carlo mandò Bernardo suo nipote per fare una inchiesta sulla sua condotta.

Ma prima che Bernardo arrivasse, Leone morì e fu sostituito da STEFANO IV (816-817), un nobile romano che fece prestare alla città il giuramento di fedeltà all'imperatore, e si recò nel regno franco per consacrare ed incoronare a Reims il nuovo re Ludovico il Pio.
Carlo aveva voluto che suo figlio si incoronasse da sé ad Aquisgrana, prendendo dall'altare la corona che lui sì gli dava ma come semplice intercessore di Dio. Ma l'intervento papale cancellava ora quest'atto di indipendenza e costituiva un nuovo passo su quella via che doveva stabilire il principio che l'incoronazione ad imperatore non potesse avvenire se non a Roma, capitale del mondo, e solo per mano del papa.
Stefano non tenne la tiara neppure un anno, ed anche i tre successivi pontificati coprirono appena lo spazio di dieci anni.

Il più importante fatto di quest'epoca è l'inizio della missione nordica. Già Carlo Magno l'aveva progettata; ora essa venne attuata invece dalla chiesa, a mezzo dell'arcivescovo Ebo di Reims. Come a suo tempo Bonifazio, così ora Ebo ricevette a Roma l'incarico di predicare ai popoli nordici l'evangelo.
Egli si recò in Danimarca e vi ebbe successo; persino re Araldo si fece battezzare, per quanto vi abbia acconsentito non tanto per convinzione ma per procurarsi l'appoggio dell'impero.
Ansgar, un monaco di Corvey, gli fu posto accanto come consigliere spirituale. Era l'uomo che ci voleva; tenace ed ardito, egli non arretrò dinanzi ad alcuna difficoltà e ad alcun pericolo, non temette neppure di fare una puntata in Svezia per saggiare il terreno per una nuova propaganda.

Mentre la chiesa conquistava un vasto territorio a Nord, sedettero sulla cattedra apostolica papi di scarso valore. Così l'imperatore si arrogò una partecipazione sempre maggiore nell'elezione dei papi e fu regolato con precisione il giuramento da prestarsi dal popolo.
Morto Carlo nel 814, nell'817 Ludovico il Pio emanò ancora una volta una pretesa donazione a favore di S. Pietro, con documento che ha dato luogo a controversie non minori delle precedenti.
Quando salì sul soglio GREGORIO IV (827-44) questo papa nei suoi 17 anni di pontificato, si trovò coinvolto nel dramma delle lotte intestine del regno franco. Egli dichiarò non vincolativo il voto dell'imperatrice Giuditta, poi passò dalla parte di Lotario e si recò nel regno franco per metter pace. Tentò di impedire lo spargimento di sangue a Kolmar; ma mentre negoziava con Ludovico, i figli di costui spinsero al tradimento l'esercito paterno. Afflitto, e con poco onore, come dice l'arcivescovo Incmaro, il papa se ne tornò a Roma.

Le sue intenzioni erano state buone, ma non aveva saputo dominare la situazione ed era stato sfruttato invece di raggiungere lo scopo. Indispettito per questo fatto si staccò da Lotario e passò dalle parti del padre quando questi, tornato sul trono dopo le spiacevoli lotte in famiglia, gli promise la ricostituzione dei possedimenti della S. Sede.
Ma siccome in Italia regnava Lotario, il papa si creò solo delle noie, e ciò in un'epoca in cui si aveva urgente bisogno proiprio dell'aiuto del potere temporale.

Dall'827 i Saraceni avevano messo un piede saldo in Sicilia e minacciavano tutta la costa occidentale dell'Italia; perciò il papa fece sbarrare come meglio poté le foci del Tevere.
Morto Ludovico, il papa cercò di intervenire ancora in senso pacifico, ma la sua mediazione fallì completamente. L'autorità del successore di S. Pietro era profondamente scaduta, tuttavia proprio allora gli si aprirono grandi aspettative per l'avvenire.

Ad Amburgo sorse un arcivescovado, a coprire il quale la chiesa franca elesse il campione della fede Ansgar. Questi si recò a Roma, Gregorio lo confermò, lo rivestì del pallio e lo nominò suo legato. Ben presto Amburgo ebbe sotto di sé una giurisdizione ecclesiastica che uguagliava quasi per estensione quella di Roma. Non meno vantaggioso fu per il papato il fatto che il trattato di Verdun (843) nel nuovo assetto, e con le divisioni avvenute, distrusse la predominanza della potestà imperiale, e da allora in poi non è più nell'imperatore, ma nel papato, che s'incarna l'unità dell'occidente cristiano. Tale condizione mise in grado a far levare alta la testa al papato e doveva rivelarsi subito sotto il successore di Gregorio, SERGIO II (844-47).

Questi si fece consacrare senza il consenso imperiale, e quando Lotario inviò a Roma suo figlio Ludovico, il papa reclamò garanzie che egli venisse per il bene del regno e della città. L'inesperto Ludovico accondiscese e fece quella solenne promessa che tutti i futuri imperatori furono poi costretti a ripetere sui gradini di S. Pietro. Dopo ciò il papa incoronò Ludovico re d'Italia, ma il giuramento di fedeltà dei Romani non si riferì che all'imperatore. Con tutto ciò fa uno stridente contrasto l'impotenza del papato in casa propria.

Nell'estate del 846 una flotta saracena comparve improvvisamente nel foci del Tevere; vi sbarcarono si diressero su Roma, la presero e saccheggiarono la chiesa di S. Pietro, producendo perdite irreparabili, giacché da secoli i doni votivi di tutto il mondo erabo confluiti in quel tempio.
La cripta del principe degli apostoli fu devastata e fu portato via persino l'altare aureo. Sorte non migliore toccò all'altra chiesa principale, quella di S. Paolo. Soltanto il marchese Guido di Spoleto, accorso in aiuto di Roma, riuscì a far sloggiare gli invasori dopo una sanguinosa battaglia.
La terribile lezione fu efficace a scuotere abbastabza i Romani dal loro torpore. Alla morte di Sergio essi elevarono alla tiara un uomo che possedeva le qualità di cui era stato privo il suo predecessore, il valore ed il sentimento del dovere di un soldato: LEONE IV (847-55).

Il nuovo papa si impegnò subito a provvedere alla difesa di Roma. Alle foci del Tevere vennero edificate due forti torri che, unite da catene, sbarravano l'ingresso alle navi, poi furono ricostruite le mura della città entro le quali venne ora inclusa la chiesa di S. Pietro.
Ne risultò la formazione di un nuovo quartiere cittadino che porta il suo nome: la «città Leonina». La grande opera fu compiuta con il concorso dell'imperatore Lotario e di molte città italiane.
Fatto questo, dalla difensiva si passò all'offensiva: si radunò ad Ostia una flotta, e un esercito cui il papa aggirandosi fra i vari reparti, impartì la sua benedizione.
Nei rapporti con l'estero Leone attese con accortezza che gli eventi venissero a lui, ed anche qui ottenne dei successi. In mezzo al frastuono delle armi erano germogliate nel regno dei Franchi delle controversie teologiche. Fra queste ebbe particolare importanza il conflitto provocato dal monaco Godescalco di Fulda che proclamava in forma anche più accentuata il dogma della predestinazione di S. Agostino.
Contro di lui entrarono in campo i due più intelligenti vescovi del tempo, l'arcivescovo Hraban di Magonza ed Incmaro di Reims. Soffocato dalla loro strapotenza Godescalco finì scomunicato ed in ceppi. Ma uno dei suoi avversari, Incmaro, non doveva a lungo godere della vittoria. Egli era subentrato al posto di Ebo, dopo la sua deposizione.
Molti sacerdoti consacrati da Ebo e privati della carica da Incmaro si lamentarono dinanzi al sinodo di Soissons, ed avendo il sinodo deciso a loro disfavore, si appellarono al papa.
Incmaro, che non aveva affatto la coscienza del tutto pulita in questa faccenda, si rivolse anche lui a Roma pregando di confermare le decisioni del sinodo. Nel farlo riconosceva nel papa un diritto di sindacato che Leone non si lasciò sfuggire e volle subito sfruttare.
Egli rifiutò di confermare il decreto del sinodo e mandò in Gallia un legato con l'incarico di riesaminare la questione convocando un nuovo concilio. Ma prima che il legato potesse venire a termine della sua missione Leone morì ed ebbe in BENEDETTO III (855-58) un successore meno combattivo che confermò - nel suo breve pontificato - 3 anni scarsi) sotto certe condizioni i deliberati del sinodo.

Il diritto canonico non aveva sinora conosciuto un appello dei chierici al papa ed un diritto corrispondente di quest'ultimo. L'avvenimento ora accennato aprì una nuova era di dominazione della chiesa che si basò sulla più famosa delle falsificazioni del Medio-Evo, le decretali del Pseudo-Isidoro.
Il loro scopo fu essenzialmente quello di garantire l'indipendenza del clero di fronte all'autorità laica e quindi di esaltare il potere dei vescovi ma soprattutto del papa, il vescovo della chiesa universale.

Mentre i falsari la cui intenzione era forse quella garantire sé stessi ed i vescovi, posero invece le basi dell'assolutismo papale. Se Benedetto avesse avuto dei successori insignificanti, forse le false decretali non sarebbero riuscite ad acquistare tanta autorità.

Ma avvenne il contrario; ci fu l'elezione il 24 aprile 858 di papa NICOLA I (o Niccolò - 858-867). Assunse il pontificato uno degli uomini più forti ed energici che mai avesse vestito l'abito sacerdotale, guadagnandosi il titolo di "Magno". Quando fecero il suo nome, lui di nobile discendenza romana, fu perfino schivo alla candidatura, anche perchè era in corso una disputa, Lotario II, avrebbe inizialmente preferito l'elezione di Adriano cardinale in San Marco, ma di parere opposto era il fratello Lodovico. La riluttanza di Nicola, la sua modestia, colpì favorevolmente e mise d'accordo i due; al suo insediamento fecero a gara a prendere le briglie del suo cavallo.

Ma una volta consacrato,
il modesto come papa non lo fece proprio per nulla, nelle mani di Nicola, la nuova arma delle decretali acquistò una forza irresistibile.
Questo papa in effetti, rappresentò la grande rivincita del potere religioso e temporale su quello puramente temporale e politico, ponendo così come un grande punto esclamativo, valido per tutta la comunità mondiale del mondo fino ad allora conosciuto.

Uno dei suoi consiglieri più preziosi nell'opera di affermazione del suo pontificato fu Anastasio, già cardinale deposto da Leone IV, congiurato contro Benedetto III, abate del monastero di Santa Maria Maggiore in Transtevere, poi bibbliotecario vaticano ed infine consigliere pontificio. Ad Anastasio, Nicola dovette la riaffermazione dei principi Decretali pseudo-isidoriane (Decretali = lettere) successivamente chiamate "Bolle" mediante le quali il pontefice affermava un diritto oppure una legge, che doveva essere osservata in tutti i territori sottomessi, rivendicando il proprio diritto "ex Domini" di INFALLIBILITA').

Pseudo-decretali o Decretali pseudo-isidoriane, nome dato a una collezione di decretali e di documenti falsamente attribuiti a Isidoro di Siviglia. La raccolta fu composta in Francia, forse a Reims (secondo altri a Tours e a Le Mans), intorno all'850. Essa contiene: lettere apocrife di papi anteniceni; canoni di concili, per lo più autentici; lettere di papi, da Silvestro I (m. 335) a Gregorio u (m. 731), 35 delle quali sono apocrife. Gli autori, che rivelano una eccezionale abilità nel falsificare, erano mossi dall'intento di proteggere la chiesa dalle intromissioni dei signori temporali e di affermare la disciplina canonica contro la mentalità e le tendenze del cristianesimo celtico; essi miravano anche a difendere i diritti dei vescovi diocesani contro i metropoliti. Benché la curia romana non avesse contribuito alla redazione dell'opera, questa fu poi abbondantemente utilizzata, soprattutto a partire dall'epoca della riforma gregoriana, confluendo quindi nel Decretum Gratiani. Nel medioevo le Pseudo-decretali furono generalmente ritenute autentiche: gli stessi Tommaso Moro e Giovanni Fisher se ne servirono per difendere il papato. La loro falsità fu asserita (1558) dai compilatori delle Centurie di Magdeburgo e definitivamente provata nel secolo scorso dal loro editore P. Hinschius(1863).
(Da Enciclopedia Europea, Garzanti ed.)

"Le decretali false, insieme con documenti tolti di peso alle precedenti raccolte, furono dal così detto Isidoro inserite nella sua Hispana dando così origine alla nuova collezione.
Anche la falsificazione è stata fatta molto abilmente. II compilatore si è servito di notizie che trovava in fonti storiche - sopra tutto il Liber pontificalis e l'Historia tripartita - inventando le lettere e i decreti di cui trovava una vaga notizia. Inoltre, egli non ha completamente inventato i suoi testi, ma li ha messi insieme unendo frasi tolte da altri autori, ecclesiastici e laici in un mosaico, nel quale è stato assai arduo scoprire la provenienza di ciascuna delle tessere ond'è composto. Per di più, egli ha inserito nella collezione testi che non riguardano la riforma ecclesiastica, la quale rappresentava la sua preoccupazione più viva. Sostenere questa, e soprattutto l'autorità e le ragioni dei vescovi contro il potere laico, per emancipare la chiesa e il clero dalle sempre maggiori ingerenze laiche che si andavano manifestando, è infatti lo scopo principale della collezione. La quale fu compilata certamente tra l'847 - perché utilizza Benedetto levita la cui opera fu terminata dopo il 21 aprile di quell'anno - e l'852, anno in cui Incmaro cita una falsa decretale di Stefano I, e certamente in Francia: solo si è incerti se nella diocesi di Reims (A. Tardif, E. Seckel, F. Lot) o in quella di Tours e più precisamente nella regione di Le Mans (L. Saltet, J. Havet, L. Dochesne, P. Foornier). È contenuta in una settantina di codici (uno, torinese, descritto da F. Patetta, è perito nell'incendio della Biblioteca di Torino), ed ebbe grandissima fortuna e fu ritenuta autentica per tutto il Medioevo. Dell'autenticità cominciarono a dubitare uomini dell'umanesimo, quali i cardinali Giovanni di Torqoemada e Niccolò Cosano; poi Erasmo e altri umanisti, cattolici e protestanti. Ma questi ultimi attaccarono la collezione anche in quanto ravvisarono in essa un tentativo di affermare soprattutto l'autorità pontificia su quella di metropolitani e vescovi: scopo, in realtà, solo secondario. Così le false decretali furono considerate ancora autentiche nell'edizione ufficiale del Corpus iuris canonici, del 1580-82; e anche A. Agostín, pur dubitando, non ritenne del tutto provata l'inautenticità. Questa fu messa in luce da D. Blondel (Pseudoisidorus et Turrianus vapulantes, Ginevra 1628) quindi, nel sec. XVIII, dai fratelli Ballerini e, nel XIX, da P. Hinschius, che ne diede l'edizione migliore (Decretales pseudoisidorianae et Capitula Angilramni, Lipsia 1863).
(Da Enciclopedia Italiana, Treccani - al lemma "
pseudo-decretali--isidoriane).

Ad Anastasio si dovette inoltre la riaffermazione totale della Mater Ecclesia sul disfatto impero carolingio.
Uno degli episodi che concorse ad affermare la cattedra di Nicola fu sicuramente il suo intervento a proposito di diverse vicissitudini familiari interne alla famiglia imperiale di Lotario II , sulla quali minacciò di far calare la scomunica se non fossero stati rispettati i patti matrimoniali con la moglie Teuterberga .

Il pontificato di Nicola I Magno fu tutto impostato sull' energica affermazione della superiorità ecclesiastica sia nelle cose attinenti la religione sia sulle questioni temporali attinenti le proprietà ed i dominii della Chiesa pontificale stessa.
Morì il 13 novembre 867 e fu sepolto nell’atrio della Basilica di S. Pietro.

Con l'opera di Nicola I, da lui svolta in soli 9 anni di pontificato, noi ci troviamo sul limite della supremazia della sedia apostolica che, dopo varie alternative di incertezze e di regressi, ha deciso il cammino della storia del Medio-Evo.

Papato e Impero divenne una cosa sola, una autorità universale
anche se non incontrò pieno consenso nell'opinione pubblica del tempo.
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