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113. IL PAPATO, L'ITALIA E L'OCCIDENTE A INIZIO XVI SEC.


PAPA ALESSANDRO VI - PAPA GIULIO II - PAPA LEONE X

Dobbiamo qui capire dalle circostanze storiche perchè un monaco, dalla Germania, e non dall'Italia - pure essa in gran fermento - seppe muovere alla Roma papale una "guerra" religiosa senza quartiere, fino a provocare gravissime conseguenze nella vita sociale europea.

Dopo che, nel secolo XV, venne meno la possibilità di affermare quella concezione del Papato, che era stata caldeggiata dai grandi pontefici del medio evo, come un potere superiore a tutte le sovranità temporali, la Chiesa romana aveva rivolto le sue cure a costituire un forte Stato ecclesiastico nell'Italia centrale, il quale garantisse, con la sua propria indipendenza politica, l'azione religiosa universale del Papato, mediante il prestigio della fede e della gerarchia sacerdotale e monastica, e se fosse stato necessario, anche mediante le armi di un potentato terreno (ma a Bologna (11 nov. 1506) vedremo lo stesso papa Giulio II guidare l'esercito a cavallo con la spada sguainata).

Quasi dappertutto, nell'Occidente, al particolarismo feudale e signorile, tendeva a sostituirsi il più vasto assetto delle monarchie, che preannunciavano lo Stato moderno. Nella stessa Italia, alla molteplicità dei Comuni e delle repubbliche cittadine, si sostituivano più vasti Stati territoriali, nella forma delle grandi signorie e delle grandi repubbliche, che comprendevano numerose città e larghe dipendenze, e che sviluppavano una forza politica e militare notevole, degna apparentemente della grandezza e della importanza di grandi Stati.

Anche lo Stato della Chiesa, che, verso la metà del secolo XIV, mediante l'azione vigorosa ed energica del cardinale Egidio Albornoz, si era ricostituito con confini sicuri e in un assetto abbastanza vasto nell'Italia centrale; da Roma verso i territori adriatici dell'Esarcato e della Pentapoli, tendeva naturalmente a crescere in estensione e in potenza, per esercitare una influenza sempre più decisiva negli affari della penisola, e con questo nei rapporti di tutto l'Occidente.
Anzi le divisioni e le rivalità tra gli Stati italiani, fatte più gravi da divergenze e da concorrenze di interessi economici particolaristici, rendevano più sentito il bisogno per la Chiesa romana di tutelarsi con un suo saldo possesso territoriale e incitavano la Chiesa a mescolarsi nelle competizioni politiche. (il nipote del papa, Valentino, fu cinicamente abile a intervenire, ma per fini suoi, tutti personali).

Ma bisogna anche dire che la stessa Chiesa romana aveva partecipato direttamente alle trattative e alle guerre della seconda metà del secolo XV; ed aveva avuto una parte notevole nella costruzione di quel sistema d'equilibrio fra gli Stati italiani, ideato e presieduto da Lorenzo il Magnifico, da cui l'Italia trasse un breve periodo di pace.

È noto che questo equilibrio fu rotto, in modo definitivo, per l'intervento della monarchia francese, la quale, nel settembre del 1494, per opera di Carlo VIII, intraprendeva la conquista del reame di Napoli e si poneva come elemento decisivo nelle competizioni italiane. L'impresa di Carlo VIII rivelò d'un tratto la debolezza estrema della situazione politica italiana, dove le diverse forze degli Stati erano annullate dalle reciproche rivalità e dagli interessi contrastanti. Quell'impresa aveva potuto essere compiuta quasi senza colpo ferire.
Il piccolo, ma disciplinato e agguerrito esercito di Carlo VIII si era presentato ai confini dei vari Stati italiani, li aveva attraversati tutti senza opposizione, aveva in molti portato lo squilibrio e la rovina, ed era giunto quasi trionfalmente alla sua meta.
E anche più tardi, quando si era formata una lega italiana, diretta da Venezia, a cui avevano aderito il pontefice Alessandro VI, Ludovico il Moro, duca di Milano, e Ferdinando d'Aragona, re di Napoli, l'esercito di Carlo VIII, diminuito dalle malattie e dai vizi e messo quasi in rotta, era tuttavia riuscito a liberarsi, con lievi perdite, dalle insidie dei collegati, nella giornata di Fornovo, e a ritornare in Francia carico di bottino.

Il pontefice Alessandro VI sentì allora più tassativa l'esigenza di costituire uno Stato forte nell'Italia centrale, che servisse di presidio alle terre della Chiesa e garantisse l'azione libera di questa; e non esitò a concedere tutti gli aiuti, anche i più ambigui, al proprio figlio, Cesare Borgia, fatto gonfaloniere della Chiesa, il quale si era impegnato a recuperare alla Santa Sede alcune città delle Marche, dell'Umbria e della Romagna e aveva iniziato con quelle la formazione di un nuovo principato.
A questo fine, Alessandro VI strinse un accordo con re Luigi XII di Francia e con altri principi italiani, mentre Cesare Borgia, che aveva avuto il titolo di duca del Valentinois, non rifuggendo dalle astuzie più sottili e dai delitti, si impadroniva di Cesena, di Rimini, di Urbino, di Sinigaglia e di Perugia, e mirava anche a più vasti confini, quando fu sorpreso dalla morte improvvisa del pontefice Alessandro VI (1503) e dalla elezione, avvenuta pochi mesi dopo, di Giuliano della Rovere che era tra i suoi più formidabili nemici.

Anche il nuovo tentativo di creazione di un potentato terreno, veramente capace di unità e di difesa, il quale aveva illuso la mente di Nicolò Machiavelli, era improvvisamente reso vano. Il nuovo papa, che assunse il nome di GIULIO II, impose subito al Borgia la restituzione delle fortezze e la consegna delle terre della Santa Sede; per cui la rovina-politica del nuovo principato fu piena.

Quindi Giulio II si pose, con tutte le forze, a restaurare l'ordine nello Stato pontificio, guadagnando anche alla dipendenza della Santa Sede Perugia e Bologna, che furono strappate ai loro signori, i Baglioni e i Bentivoglio. E, sempre per questo fine, volendo eliminare la minaccia della conquista veneta verso la Romagna, aderì alla lega di Cambrai; e poi, ottenuto il suo scopo, si pose a capo di una lega di principi, contro il predominio assunto dalla Francia in Italia, guadagnò nuove terre al dominio della Chiesa e diede al pontificato l'aureola di potenza temporale capace delle maggiori imprese politiche.

Egli non pensava, nella lieta fortuna, che, spingendo sempre più il Papato fuori dalla sua missione naturale, poteva poi portarlo, come fu infatti, verso i più. gravi pericoli. Per ora pareva che il compito principale del pontefice fosse quello di assicurare un dominio terreno alla Chiesa, per garantirla nella sua resistenza civile, sia pure per la sua funzione universale.

Senonché, mentre i pontefici di questo periodo si dedicano, con tutte le forze, a problemi e a pratiche essenzialmente politiche, cercando di estendere e di rafforzare il dominio temporale, favorendo col nepotismo gli interessi di principi legati alla Curia pontificia, per servirsene a momento opportuno, entrando in tutti i negoziati che interessavano l'Italia, partecipando con le influenze e con gli eserciti alle guerre di equilibrio e di predominio che si combattevano in Italia; essi venivano ad indebolire sempre più quella posizione universale del Papato, quella supremazia gerarchica e disciplinare su tutte le chiese, che avrebbero dovuto essere invece il patrimonio più geloso della Santa Sede.

Gli scismi e le eresie erano stati superati, ma la Chiesa romana era uscita malconcia, e scismi ed eresie potevano sempre rinascere. Se i contributi delle chiese, dei principi e dei fedeli verso la Santa Sede erano sempre stati gravosi, ora si versavano con fatica ancora maggiore, poiché dovevano servire non soltanto ai bisogni della Chiesa cattolica, ma alle esigenze di uno Stato, scarso di armati, che si trovava quasi in una perpetua guerra; alle mire di pontefici nepotisti e alle spese di una corte sfarzosa, che si andava rinnovando sotto l'impulso del Rinascimento.

In queste circostanze, non c è da meravigliarsi se i potentati d'Occidente, la Francia e la Spagna, ormai unificate e militarmente munite, l'Inghilterra, intenta a organizzare le sue forze interne, l'Impero, ancora in preda al feudalesimo, ma avviato a maggiori progressi, si dispongono a riflettere i propri rapporti con la Chiesa romana sotto una nuova luce.

Veramente non si nega, in teoria, quella potestà universale del Papato, che era stato il sogno del medio evo: il 4 maggio 1493 veniva emanata la bolla Inter caetera di Alessandro VI, con cui le nuove terre scoperte dal grande navigatore italiano, Cristoforo Colombo, venivano divise fra la Spagna e il Portogallo. Ma la maggiore preoccupazione dei grandi Stati era quella di limitare la potenza della Chiesa, di definire i rapporti interni fra lo Stato e la Chiesa, di impedire che la Chiesa esercitasse una influenza troppo profonda nell'interno delle società civili.
Si andava nel frattempo formando un nuovo concetto della fede, per cui questa si legava troppo spesso a interessi definiti, i quali erano ormai troppo lontani dagli ideati religiosi e si rivolgevano, in ultima analisi, alla potenza dello Stato, concepito ormai nella mente geniale del Machiavelli e poco più tardi dal Botero, come il centro dominante di tutte le attività sociali.

La stessa posizione universale della Santa Sede, che i papi politici avevano necessariamente esautorata, poteva diventare, anche in mano dei monarchi, uno strumento per le loro ambizioni politiche. Lo si vide subito in questi anni, allorché Giulio II, che, per l'interesse della difesa dello Stato pontificio, si era accordato con la Francia e con gli altri Stati contro Venezia; poi si staccò dalla lega per accordarsi invece con Venezia contro la Francia (1511).

Nella visione politica del grande pontefice, questi diversi orientamenti erano pienamente giustificati. Giulio II aveva combattuto Venezia quando questa, con le sue conquiste in Romagna, minacciava lo Stato della Chiesa; e più tardi si metteva contro la Francia, allorché questa, vinta Venezia, minacciava di conseguire un predominio troppo assoluto nella penisola, e con l'estensione del ducato estense, ad essa legato, si poneva quasi dentro le terre stesse dello Stato pontificio.

Ma il re di Francia, Luigi XII, gridando al tradimento, e gettando le peggiori accuse contro il Papa politico, chiamò a raccolta i cardinali a lui fedeli, convocò un Concilio a Pisa (1511), e fece deporre Giulio II. Era un nuovo scisma, che poneva in grande pericolo la Chiesa. Ma Giulio II lanciò la scomunica contro gli scismatici, e convocò un Concilio ecumenico a Roma (1512), che fu il V Concilio Laterano, il quale rinnovò le censure ecclesiastiche e proclamò la guerra santa contro la Francia (la più cattolica delle nazioni!)

È degno di nota che, in questo Concilio, fu affermata nuovamente la necessità della riforma della Chiesa. Tra le varie e fortunose vicende politiche, era evidente che gli interessi della fede vacillavano. La gerarchia non era più obbediente nè convinta, e facilmente nascevano le cause dei dibattiti e degli scismi. Gli stessi credenti (per quasnto contassero poco) erano distratti dalla visione di una Chiesa legata troppo strettamente a interessi politici. Ma gli aggravi finanziari imposti dalla Santa Sede, e riscossi molto spesso da appaltatori senza scrupoli, pesavano eccessivamente sulle spalle dei fedeli.
E sulla soluzione di questi problemi, il Concilio romano, che fu l'ultimo grande concilio antecedente alla Riforma protestante, non seppe provvedere.

Mentre i bisogni della Santa Sede, invischiata alle guerre e agli affari civili, si erano fatti più gravi. Tra gli splendori della Rinascita, si era voluto dare a Roma una nuova impronta, degna della capitale del Cristianesimo; e si erano avviate grandiose opere pubbliche, che costavano un dispendio infinito, si erano fatti colossali lavori di prosciugamento intorno a Roma e nella Campagna romana e si rinnovavano apparentemente gli splendori delle età d'oro dell'Impero romano. Il nuovo secolo si apriva con l'arte sublime di Michelangelo e col pennello prodigioso di Raffaello. L'arte indubbiamente ci guadagnò.

D'altra parte, le nuove guerre, condotte in gran parte con truppe mercenarie, e con i nuovi strumenti delle armi da fuoco, costavano immenso denaro, e molto spesso gli avversari si contendevano le truppe mercenarie, specialmente svizzere, proprio a colpi di denaro. La stessa Corte pontificia, intenta a favorire i propri seguaci, era costretta ad enormi spese, che gravavano non tanto sullo Stato della Chiesa, povero e male ordinato, ma quasi totalmente sulle finanze generali della Chiesa romana, che provenivano dalle contribuzioni dei fedeli e che venivano così a servire agli scopi esclusivamente politici del Papato.

Quando, con la elevazione di Leone X al pontificato, si ebbe un nuovo papa politico, amante delle arti e protettore degli interessi della Casa Medici, fu evidente che la riforma interna della Chiesa, pure imposta da tassative necessità e sostenuta tiepidamente dal Concilio ancora radunato, non poteva essere per la Chiesa romana una vera preoccupazione del momento.

E invece un avvenimento, che forse poteva essere previsto e che, bisogna dirlo, nasceva precisamente da quelle esigenze indeclinabili, non avvertite dal Papato, venne improvvisamente a colpire in pieno le forze della Chiesa romana e a strappare alla fede cattolica una parte notevole della cristianità, preparando nuovi contrasti e nuove rovine.

Dobbiamo quindi ora andare in Germania
perchè è da qui che inizia la rovina

LA GERMANIA E LE CAUSE DELLA PROTESTA (RIFORMA) > >

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