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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI dal 1040 al 1062 

SICILIA - LE CONQUISTE NORMANNE - FINO A PALERMO
( dal 1063 al 1091 - IL SECONDO PERIODO )

I MUSULMANI DI SICILIA RICEVONO AIUTI DALL'AFRICA - SECONDA BATTAGLIA DI CASTROGIOVANNI - BATTAGLIA DI CERAMI - I PISANI CONTRO PALERMO - SCORRERIE DI RUGGERO NELL'ISOLA - INFELICE SPEDIZIONE DEI DUE FRATELLI D'ALTAVILLA CONTRO PALERMO - VITTORIA NORMANNA DI MISILMERI - NUOVA SOLLEVAZIONE IN PUGLIA: ASSEDIO E CAPITOLAZIONE DI BARI - ASSEDIO E CADUTA DI PALERMO - MORTE DI SERLONE E DI UGO DI JERSEY - L'EMIRO BENAVERT - RESA DI TRAPANI, CASTRONOVO, TAORMINA, CINISI E JATO - BATTAGLIA E PRESA DI CATANIA - BENAVERT IN CALABRIA - ASSEDIO E CAPITOLAZIONE DI SIRACUSA - VITTORIA DEI PISANI, GENOVESI ED AMALFITANI IN AFRICA - GIRGENTI, CASTROGIOVANNI, BUTERA E NOTO CADONO IN POTERE DEI NORMANNI - CONQUISTA DI MALTA
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PROGRESSI DELLE ARMI NORMANNE IN SICILIA

Non sappiamo se fossero i Musulmani di Sicilia a chiedere l'aiuto della dinastia "zirita" d'Africa o se fosse questa, con il pretesto della guerra santa, a tentare nuove fortune sull'isola che abbiamo visto erano stati più volte sul punto di perderne il controllo. Era morto nell'agosto del 1062 il principe zirita MOEZZ. Il figlio TEMIN, che gli successe, nel 1063 spedì in Sicilia una flotta ed un potente esercito sotto il comando di due suoi figliuoli, AIÚB ed ALI, dei quali il primo giunse a Palermo e governò in nome del padre su tutta quella regione che si estende Mazzara a Cefalù; il secondo andò a Girgenti come ausiliare d'IBN-HAUÀSCI e vi rimase a presidio, mandando poi di là come rinforzo un contingente a Castrogiovanni.
Contro questa città, giunto con nuove forze dalla Calabria, marciò RUGGERO a fine marzo primi di aprile di quell'anno stesso (1063). A un paio di miglia dalle mura si pose in agguato in una valle boscosa con il grosso del suo esercito mentre contemporaneamente inviò SERLONE più avanti con una schiera di cavalieri a innescare delle simulate battaglie contro i Musulmani per poi attirarli con una finta fuga presso il luogo dell'insidia.
Lo stratagemma del Normanno ebbe pieno successo e la battaglia, che fu accanita, finì nel peggior dei modi per i saraceni , che, sbaragliati, furono inseguiti con le spade alle reni fino alle porte della città.
Animato dalla vittoria, Ruggero, non potendo prender d'assalto Castrogiovanni con le poche forze di cui disponeva, iniziò una serie d'incursioni felicemente riuscite in varie località dell'isola: corse tutta la valle dell'Imera, si spinse fino a Caltavuturo e a Butera e per la valle del Simeto, soggiornando ad Anattor e San Felice, poi fece ritorno alla base di Traina carico di preda.

Il bottino maggiore di quello fatto in tutte queste incursioni fu -assieme alla più grande vittoria - quello presso Castrogiovanni. Vittoria conseguita dai Normanni nella famosa battaglia combattuta tra questi e i Musulmani ziriti e di Sicilia sul fiume di Cerami nel giugno del 1063.

Alcuni storici non prestano tanto fede ai cronisti normanni che diedero dell'impresa una relazione che sa molto di leggendaria favola, scrivendo che "centotrentasei Normanni affrontarono in campo aperto cinquantamila Saraceni, li sbaragliarono e ne uccisero ventimila ed altrettanti circa ne fecero prigionieri con l'aiuto d'un misterioso cavaliere dalle armi candide, il bianco destriero, armato d'una lancia dal pannoncello bianco e la croce vermiglia, in cui era raffigurato San Giorgio".

Si deve diminuire di molto il numero dei saraceni impegnati nel combattimento e accrescere considerevolmente quello dei Normanni cui devono essere aggiunte, senza dubbio, alcune migliaia di siciliani locali. Ridotte le cifre, eliminata la versione leggendaria, la vittoria normanna rimase quel giorno pur sempre notevole. Se non altro per l'ostinata durata della resistenza e l'intelligente strategia mormanna.

Per tre giorni le opposte schiere si guardarono in faccia dai monti di Capizzi e di Traina; il quarto gli arabi decisero di iniziare la battaglia. Questa fu preceduta prima da un furioso scontro tra l'avanguardia musulmana andata all'assalto della rocca di Cerami e una brigata di Normanni, capitanata da SERLONE, che la presidiava, e che invece di solo difendersi, contrattaccarono.
I Saraceni, caricati con impeto, furono sbaragliati; poi ricomposti gli ordini e divisi in due schiere, al comando del kaid di Palermo, furono nuovamente presi d'assalto dall'intero esercito normanno. La morte del kaid, che fu trapassato dalla lancia -si narra- di RUGGERO, convinsero i Musulmani che i nemici possedevano il valore, l'audacia, la fede e la disciplina quanto loro e più di loro. E fu questa percezione più che il numero che li resero soccombenti, fino ad essere poi sgominati del tutto.

Enorme fu il bottino dei Normanni, altrettanto enorme il numero dei prigionieri mandati ad ingrossare il mercato degli schiavi in Puglia e in Calabria.
Da Traina, a testimonianza della sua devozione e per comunicargli il trionfo delle armi cristiane, RUGGERO mandò in dono al papa ALESSANDRO II quattro dei cammelli presi in battaglia, e il Pontefice, in cambio, concesse l'indulgenza plenaria a tutti quelli che avevano combattuto e continuavano a battersi per la fede di Cristo in Sicilia e mandò una bandiera nella quale, secondo la leggendaria tradizione, vi era l'immagine della Vergine dipinta personalmente da S. Luca, apostolo di Cristo.

Alcuni mesi dopo la battaglia di Cerami, RUGGERO riceveva, senza averlo richiesto, un improvviso aiuto dai Pisani, nella guerra contro i Musulmani di Sicilia.
Approfittando della sconfitta inflitta dai Normanni ai Saraceni e volendo vendicare, secondo un cronista, alcune ingiurie che i loro mercanti avevano ricevuto a Palermo, verso la fine dell'estate del 1063 i Pisani armarono una flotta e, giunti in un porto della costa settentrionale dell'isola, mandarono ambasciatori a Ruggero a Traina invitandolo a partecipare con i suoi cavalli all'impresa di Palermo.
Altri storici, dicono invece che, vedendo che i musulmani non erano poi così tanto imbattibili, e che bastavano due, tre, centinaia di cavalli, come avevano fatto fino ad ora i Normanni, per conquistarla, i Pisani si decisero che era una buona occasione tentare pure loro la conquista della Sicilia, o per andarla a depredare.

All'invito dei Pisani, il Normanno rispose che dovevano aspettare un po' dovendo sistemare certe sue faccende (Palermo era il suo obiettivo finale, deciso per il prossimo anno e molto probabilmente non voleva spartirla con nessuno); ma i Pisani, impazienti, fecero vela verso la capitale e il 20 settembre del 1063, assalirono il porto, spezzarono le catene che lo chiudevano e presero, dopo un sanguinoso combattimento, sei navi cariche di merci. Ributtati fuori dal porto, eseguirono uno sbarco alle foci dell'Oreto e saccheggiate le ricche ville suburbane, poi si rimisero in mare e fecero ritorno a Pisa, riportando indietro un sì grande tesoro che bastò per cominciare la famosa fabbrica del Duomo, dove, infatti, c'è pure un'iscrizione del tempo che ricorda l'audace impresa; che indubbiamente oltre che vendicativa era di stampo piratesco, non dissimile da quelle dei saraceni e degli stessi Normanni, meno intollerabili perché loro miravano a farne un reame stabile, non una terra desolata con abitanti pieni di rancore.

Tuttavia di Ruggero narrano i cronisti alcune arrischiate scorrerie, alcune felicemente riuscite, in più parti della Sicilia. Secondo loro, si spinse predando fino a Collesano, Brucato e Cefalù, poi fatta una corsa in Calabria, ne ritornò con duecento cavalieri e cavalcò nel territorio di Girgenti, presso la quale ebbe a sostenere un violentissimo combattimento contro settecento Musulmani.
Che fossero proprio tutte vittoriose queste spedizioni non sembra. L'ultima pare invece che riuscisse sfavorevole a Ruggero e sembra che a questa ne seguissero altre e non meno fallimentari.
Così soltanto si può spiegare l'aiuto invocato da Ruggero al fratello Roberto. I due d'Altavilla, allestito un piccolo esercito nella Puglia e nella Calabria, nella primavera del 1064 passarono lo stretto e, riuniti lungo il percorso i militi dei vari presidi posti in precedenza in Sicilia, puntarono su Palermo.

Ma non era facile espugnare con un assalto una città così ben munita di difese e farla capitolare per assedio con una costa e un retroterra così vasto. I Normanni rimasero accampati per tre mesi sul Monte Pellegrino, invano tentando, di tanto in tanto, d'impadronirsi della città; poi si diedero a predare il territorio e infine tolsero l'assedio e, spintisi a sei miglia, da Girgenti, distrussero Bugamo (l'odierna Montaperto) e tutti gli abitanti li trasferirono come schiavi in Calabria.
Nonostante questa relativa vittoria, la spedizione dei due fratelli d'Altavilla era finita con un insuccesso, dovuto alla mancanza di una flotta con la quale soltanto era possibile espugnare Palermo, ed alla sapiente condotta di AIÙB, uno dei due figli di Temin, il quale non solo riuscì tener testa ai Normanni ma si guadagnò così tanto prestigio fra i Musulmani di Sicilia che, morto IBN-HAUÀSCI, i suoi partigiani proclamarono Aiùb nuovo capo.

L'insuccesso però -come al solito- non scoraggiò Ruggero, che due anni dopo, nel 1066, rioccupò e rafforzò Petralia e da qui cominciò a ripercorrere la Sicilia fino a Palermo e a Girgenti.

Fortuna per lui che la stella Aiùb si era oscurata ed erano rinate fra i Musulmani dell'isola le discordie; e furono proprio queste la causa di tanti loro guai. Nel 1068 una violentissima battaglia avvenne a Misilmeri tra i Normanni e i Saraceni di Palermo, e a questi ultimi toccò una cocente e sanguinosa sconfitta. Ruggero però non riuscì subito a coglierne i frutti di questa vittoria, a causa di una nuova ribellione in Puglia che ritardò alcuni anni la definitiva conquista normanna della Sicilia.

Mentre Roberto si trovava nell'isola, i Bizantini, approfittando della sua assenza, avevano nuovamente tentato di rioccupare le province perdute dell'Italia meridionale. Lo stratega PERENO, scorrendo il litorale pugliese, seminando zizzanie, era riuscito a far ribellare alcuni conti normanni, fra cui ABAGELARDO, figlio di Umfredo di Altavilla, i quali si erano proclamati indipendenti ed avevano invase le terre di Roberto.
Quasi nello stesso tempo il bizantino ARGIRO, con il titolo di "Poedro", si era reso padrone di Bari.
Tornato dalla Sicilia, Roberto il Guiscardo si diede con alacrità a domare la ribellione e vi riuscì: riprese Montepeloso e Gravina, sconfisse in numerosi scontri i ribelli che furono severamente puniti ed ebbero confiscati i loro beni tranne Abagelardo che ottenne il perdono; e vinse, infine, presso Lecce, i Bizantini.
La morte dell'imperatore COSTANTINO DUCA (1067) e quella di ARGIRO facilitarono a Roberto la riconquista della Puglia.
Sulla fine del 1068 il Guiscardo puntò su Bari. Sebbene avesse messo in campo tutte le sue forze e si serviva per aprire breccia nelle mura di potenti macchine guerresche ed era pure aiutato dalla parte del mare dalla flotta di Ruggero, la città resistette magnificamente per oltre un anno. Solo nella primavera del 1070 il Guiscardo riuscì a chiudere dal mare l'ostinata Bari per mezzo di numerose navi strette fra loro da catene e congiunte alla riva per mezzo di ponti.
Tuttavia, quantunque travagliata dalla fame, Bari tenne duro l'intero 1070 e parte dell'anno successivo. Infine, su consiglio di ARGIRIZZO, parente di Argiro ma anche ammiratore-partigiano del Guiscardo, pattuì la resa e il 10 aprile del 1071, Bari aprì le porte ai Normanni. Roberto il Guiscardo lasciò, sotto la sua alta sovranità, il governo della città ad Argirizzo, assicurò agli abitanti i privilegi, e restituì le terre occupate fuori delle mura.
Delle milizie bizantine fatte prigioniere e dei cittadini baresi più ribelli si servì per l'impresa di Sicilia, distribuendo loro armi ed obbligandoli a seguirlo nella spedizione.
Questa volta la campagna fu preparata con ogni cura. Non era, come in passato, un'esigua schiera di cavalieri che doveva recarsi in Sicilia, ma era un vero e proprio esercito ed una flotta costituita dalle navi che avevano effettuato il blocco di Bari e da tutte quelle che riuscirono a radunare dai porti nelle Puglia e nella Calabria.
Oltre all'ex presidio bizantino e ai suoi sudditi diretti, ROBERTO chiamò all'impresa i conti suoi vassalli e, in qualità di confederati, RICCARDO di Capua e il proprio cognato GUAIMARO di Salerno con le loro truppe. Dei conti si rifiutò di seguirlo Pietro di Trani.
Tre mesi circa durarono i preparativi. Verso la metà di luglio 1071, salparono da Otranto cinquantotto navi, cariche di vettovaglie e truppe, che fecero vela alla volta di Reggio, dove per terra si recò Roberto con un seguito di cavalli e fanti. Poi negli ultimi giorni di luglio e i primi di agosto l'esercito del Guiscardo passò lo Stretto.

RUGGERO si trovava già in Sicilia, dove aveva, da qualche tempo, preparato anche lui i suoi uomini per affiancare l'impresa al momento stabilito. Saputo che nelle acque dello Stretto era giunto il fratello, seguendo gli accordi presi in precedenza, si recò a Catania con un piccolo esercito comprendenti anche gli uomini dei successori di Ibn-Thimna, con i quali aveva mantenuto relazioni amichevoli, e quindi accolto cordialmente.
Fece creder loro che aspettava il fratello Roberto per muovere alla conquista di Malta, ma quando il Guiscardo comparve con parte delle sue forze davanti alla città, i due fratelli s'impadronirono, con poca o nessuna resistenza di Catania.

Fatto il colpo, Roberto spedì il suo esercito per via di terra verso Palermo; mentre lui con cinquanta navi fece vela verso la capitale dell'isola.
Precedeva tutti Ruggero con i suoi uomini; e a lui toccò il primo scontro con un formazione di Saraceni nei pressi di Palermo.
Flotta ed esercito giunsero nella capitale quasi contemporaneamente e i Normanni, dopo qualche iniziale scaramuccia, si impadronirono ben presto dei sobborghi lasciati indifesi e a una a una le ville dei dintorni.
Il quartier generale fu messo a Castel Giovanni sulla sponda destra dell'Oreto, ad un miglio a levante dalla città, e lì stanziato rimase ROBERTO con i Pugliesi e i Calabresi; mentre RUGGERO si pose con i suoi a ponente, ad un chilometro circa dall'odierna Porta Nuova "di modo che - scrive l'Amari - stando l'uno a ponente-libeccio, l'altro a scirocco-levante e comunicando insieme, dominavano la città, per più d'un terzo del suo perimetro dal lato meridionale. Mentre al greco la flotta chiudeva il porto.
Le poche forze navali dei Palermitani che per non farsi sorprendere e chiudere dentro il porto, erano uscite al largo, furono ricacciate indietro dentro il porto, perdendovi pure due navigli.
Con le sue forze, la città si era preparata bene per la difesa; quando i Musulmani, furono costretti a barricarsi dentro le mura, da alcune porte con frequenti sortite, e alcune volte con fortuna riuscivano ad ostacolare le opere degli assedianti, "con indefessa vigilanza si guardavano, e con valore e ostinazione combattevano".
"E così -prosegue l'Amari- i particolari di questo assedio non li ripeterò, perché si trovano nella sola cronica ritmica di Guglielmo: luoghi comuni che forse parevano corredo necessario alle Muse dell'autore. Ma non passerò sotto silenzio un episodio narrato dall'Anonimo del XII secolo quando narra che "…lasciando spesso i Palermitani le porte della città aperte, quasi come una sfida ad entrare, accadde che un impavido cavaliere musulmano tornando in città dopo avere ucciso parecchi Normanni, sostasse sotto la porta rivolgendo con scherno la faccia ai nemici, quando un giovane guerriero, parente di casa Hauteville, offeso dai sarcastici sberleffi, minaccioso, spronò il suo cavallo contro l'uomo e lo trapassò da parte a parte con la lancia. Ma richiusasi la porta dietro le sue spalle, senza stare un attimo in forse in quella trappola, spinse innanzi il cavallo in una corsa disperata in mezzo ai Musulmani, che gli saettavano attorno per dargli addosso, e si diresse verso un'altra porta, ne uscì illeso e giunse tra i suoi mentre già lo piangevano morto! .
Per tutto il resto dell'estate e l'autunno si ebbero attorno a Palermo solo alcune scaramucce. La città resisteva magnificamente, ma era tormentata dalla carestia e dalle epidemie. Il fatto d'armi di maggiore importanza fu un combattimento navale, provocato dai Musulmani quando giunsero alcuni navigli inviati dall'Africa. Si combattè con estremo accanimento da una parte e dall'altra e parecchie navi musulmane furono prese o colate a picco e il porto più volte forzato.
La vittoria normanna non fu grande, ma utile, perché costrinse i nemici a distrarre parte delle loro scarse forze dal lato di terra per difendere il porto, indebolendo così la generale difesa.
Ne approfittò ROBERTO per tentare un assalto decisivo. Il compito più difficile fu affidato a RUGGERO che con la maggior parte degli armati doveva attaccare da ponente la città vecchia, mentre il naviglio eseguiva un'azione diversiva. Roberto, nel caso che l'impresa del fratello fallisse, doveva con un colpo di mano impadronirsi della cittadella della Khalesa.

Era il 1° GENNAIO del 1072. All'alba tutt'attorno si levò un cupo rumore; proveniva dal campo di Ruggero; erano i Normanni che avevano iniziato l'attacco, scagliando macigni con le macchine da guerra, e sassi con le frombole e gli archi contro i difensori che circondavano le mura della città, coperta da quella grandine era pronta la fanteria a sferrare l'attacco, quand'ecco si aprì una porta e i Musulmani ne uscirono con impeto affrontando i fanti nemici.
Il primo assalto parve già fallito in partenza; ma ad un tratto sopraggiunse la cavalleria normanna che, caricando furiosamente i Saraceni, li ricacciò dentro la città; e fu così improvvisa e decisa la carica e tanto confusa la ritirata che, temendo un'invasione fu chiusa rapidamente la porta, e parte dei Musulmani rimasti fuori furono orribilmente fatti a pezzi.

A quel punto i Normanni ripresero l'assalto delle mura. Una scala dopo l'altra fu messa in azione. I guerrieri di Ruggero con straordinaria audacia, le armi nel pugno, si arrampicavano verso la sommità delle mura, tentando di rompere la difesa. Ma questa era proprio, accanita: nugoli di frecce e massi enormi cadevano sugli assalitori, o spezzando le scale facevano rovinar giù grappoli di uomini; e chi era riuscito a raggiungere i merli era trafitto dai difensori, poi il corpo dall'alto lanciato come un proiettile sulla moltitudine che si accalcava ai piedi delle mura.
La battaglia durò furiosa fino al tramonto, poi s'indebolì, quasi si spense e parve che alle prime ombre della sera, falliti gli assalti, i duellanti dovessero da un momento all'altro posare le armi. Ma ecco, ad un tratto, riaccendersi nuovamente la mischia, richiamando sulle mura minacciate della città vecchia i cittadini a difenderle, i quali, credendo che tutto lo sforzo normanno era fatto a ponente, lasciarono quasi sguarnite il resto delle difese.

Ed era quello che il Guiscardo voleva. Ad un segno di Ruggero, l'astuto Roberto alla testa di trecento uomini, assalì la Khalesa. Appoggiate le scale, alcuni Normanni furono in un attimo sulle mura, fecero a pezzi le poche guardie che vi erano, si calarono nella cittadella ed aprirono le porte al Duca che si precipitò dentro con i suoi. Accortisi tardi dello stratagemma, accorsero alla Khalesa numerosi Saraceni e per buona parte della notte la lotta infuriò corpo a corpo; ma la cittadella rimase in potere dei Normanni, i quali, ricevuti altri aiuti da Ruggero, vi si rafforzarono.

Pareva che il giorno dopo dovesse ricominciare la battaglia da parte dei Normanni per la conquista della città vecchia. Invece, durante la notte, i Musulmani di Palermo giunsero alla saggia determinazione di arrendersi e la mattina del giorno seguente alcuni autorevoli notabili si presentarono a Ruggero e pattuirono la resa, chiedendo ed ottenendo che fossero salvi gli averi, le persone, cittadini o soldati, che rimanessero in vigore le loro leggi e i giudizi fossero pronunciati dai loro magistrati e che infine nessuno fosse costretto a rinnegare la fede musulmana.
Tutte queste richieste furono poi rispettate con lealtà; fu questa una politica che i normanni non cesseranno di mettere in atto, e che fece poi del regno normanno uno degli stati più democratici oltre che tollerante di ogni tradizione culturale, religiosa e perfino politica, rispetto a tutti gli altri stati d'Europa.
Una tolleranza non negativa, perché permise ai "signori" del nord di assimilare tutta la ricchissima cultura araba, e trasmetterla -come vedremo in seguito- al resto d'Europa. E se Palermo con gli Arabi era diventata il "fiore" del Mediterraneo, con i Normanni Palermo iniziò a diffondere i "frutti" che le molteplici Culture avevano proprio nella Conca d'Oro messo le "radici", e che da Ruggero II fino a Federico II, le successive "piante" con le ramificazione del sapere, poi curarono con scrupoloso amore.

Trattata la resa RUGGERO entrò nella città con una moltitudine di cavalieri, mise guardie nei punti strategici, poi ritornò da ROBERTO, che fece poi l'ingresso a Palermo qualche giorno dopo. Preceduto da mille cavalieri e accompagnato dal fratello, dalla moglie, dai cognati e da altri conti, il Guiscardo si recò in Duomo e, giunto con le lagrime di gioia sulla soglia, fece togliere i simboli musulmani dalla chiesa che gli Arabi avevano al loro arrivo in Sicilia convertita in moschea. Riconsacrata al culto cristiano con il nome di Santa Maria, l'arcivescovo NICODEMO celebrò con grande solennità
la messa.
" Ritornò in tal modo -osserva l'Amari- dopo duecentoquaranta
anni il nome cristiano alla chiesa di Palermo, assai più splendida, vasta, ricca, popolosa, civile, ma bagnata di sangue e di lagrime; che "il numero dei Saraceni che furono uccisi e di quelli che poi furono presi e furono venduti come schiavi" dice Amato "superò ogni esempio".
Dopo Palermo, si diede a Roberto spontaneamente anche la città di Mazzara, obbligandosi a pagare tributo.

DALLA PRESA DI PALERMO ALLA CONQUISTA DI MALTA

La gioia di Roberto e Ruggero per la presa di Palermo fu amareggiata dalla morte del loro valoroso nipote SERLONE. Era questi rimasto con una schiera a Cerami per vigilare i Saraceni di Castrogiovanni, e qui un musulmano di nome IBRAHIM, legato a lui d'amicizia, lo teneva informato delle mosse degli infedeli.
Irridendo un giorno alla notizia ricevuto da Ibrahim che un gruppo di Saraceni si era spinto fino a Cerami, SERLONE, sottovalutando il pericolo, impavido e con pochissimi uomini era uscito per dar loro la caccia. Ma assalito improvvisamente da un consistente corpo di cavalieri nemici, affrontati e uccisi quasi tutti i suoi uomini, sul ciglio di una rupe (che porta ancora oggi il nome dell'eroe) si era difeso disperatamente ma poi era caduto trafitto da cento colpi.

Lo stesso anno dell'occupazione della capitale, ROBERTO IL GUISCARDO tenuta per sé la val di Demona, Messina e Palermo, dove vi costruì due fortezze, l'"El-Halka" a ponente e quella di Castellammare presso il porto, e lasciato il resto dell'isola, conquistato o da conquistare, a Ruggero, se ne tornò sul continente.
Rimasto solo in Sicilia, Ruggero dedicò la sua attività ad assicurare i suoi domini dalle minacce dei Musulmani ancora liberi dell'isola, tra cui il potente e prode era l'emiro BENAVERT nella Val di Noto, e ad estendere la conquista.

Nel 1073 edificò due castelli, uno a Mazzara per fronteggiare i Saraceni dei territori occidentali e l'altro a Paternò; nel 1074 munì di armi, vettovaglie ed uomini la rocca di Calascibetta per poter poi molestare e costringere alla resa i Musulmani della vicina Castrogiovanni; nell'anno seguente, trovandosi Mazzara assediata dai Musulmani d'Africa, che nel giugno del 1074 avevano saccheggiata ed arsa Nicotra in Calabria, vi accorse in un lampo, liberò la piazza e ributtò in mare il nemico.

Chiamato poco dopo in Calabria per certe sue faccende, lasciò luogotenente in Sicilia UGO DI JERSEY, giovane feudatario di Catania, al quale aveva dato in moglie una sua figlia. Prima di partire raccomandò al genero di non assalire Benavert a Catania. ma di tenersi prudentemente sempre sulla difensiva; ma Ugo, desideroso di gloria, partito il suocero, si recò a Traina dove si trovava un forte presidio al comando di GIORDANO, figlio naturale di Ruggero, e persuase il cognato ad andar con lui a Catania per tentare poi insieme un colpo di mano contro Benavert.
Questi però, avvisato dell'attacco, con un numeroso contingente di Saraceni si mise in agguato in un bosco vicino dove dovevano passare i Normanni, li sorprese al varco e ne fece una strage. Nella furiosa battaglia che fu combattuta l'imprudente Ugo perì, e Giordano a stento riuscì a salvarsi con la fuga a Catania.

Tornato dalla Calabria nel 1076, Ruggero volle vendicare la morte del genero con una incursione e una sanguinosa repressione: furono bruciate tutte le messi della Val di Noto, preso, messo a sacco e poi incendiato un castello sul monte Judica, passò a fil di spada tutti gli uomini e fatte prigioniere le donne le inviò al mercato per la vendita come schiave.

Nel 1077, nel mese di maggio, Ruggero in compagnia del figlio Giordano, andò ad assediare per terra e per mare Trapani. All'avvicinarsi dei Normanni i Trapanesi avevano ricoverato in città tutto il bestiame e tutti i giorni lo portavano a pascolare nella vicina erbosa penisoletta. Giordano, accortosi di questo espediente, senza dir nulla al padre, con cento animosi giovani sbarcò una notte nella penisoletta e si pose in agguato. Sul far del giorno, quando il bestiame fu portato sul posto, i Normanni sbucarono dai nascondigli e lo spinsero verso il lido per imbarcarlo; accorsi i cittadini, Giordano e i suoi li affrontarono e li sbaragliarono, poi condussero via gli animali. Scoraggiati da questa perdita, i Trapanesi trattarono la resa della città agli stessi patti che aveva ottenuto Palermo, e Ruggero, messo un presidio in città, si mise a percorrere il territorio circostante, dove si impadronì di parecchi castelli che poi distribuì in feudi ai suoi migliori condottieri.

Poco tempo dopo l'impresa di Trapani, Ruggero venne a patti con altri importanti territori; come Castronovo e agli ultimi di Febbraio del 1078 spinse il suoi uomini contro la forte Taormina, che, non potendosi prendere d'assalto, fu circondata da torri di legno e da trincee. Cinque mesi durò l'assedio; alla fine gli abitanti, tormentati dalla fame, si arresero nell'agosto. Alla resa di Taormina seguì quella di alcuni castelli, quei pochi che ancora restavano in mano ai Musulmani in Val di Demona; poi di tutto quel territorio Ruggero fece capoluogo Traina che fu eretta a vescovado.

Nel 1079 i Normanni mossero contro Cinisi e Jato, terre popolose e munite del Val di Mazzara, le quali tennero testa al nemico per ben sei mesi e si arresero solo quando Ruggero si decise a bruciar le messi del contado. La gioia di queste sue conquiste fu accresciuta l'anno seguente dal matrimonio di Matilde, figlia di Ruggero, con il conte Raimondo di Provenza.

I progressi delle armi normanne in Sicilia erano però ritardati dalle frequenti assenze di Ruggero, con i tanti viaggi in Puglia o in Calabria. In una delle sue assenze (1081), per il tradimento di un BEN CIMIN, figlio o parente forse di Ibn-Thimna, BENAVERT s'impadronì di Catania. A prendere nuovamente la città all'emiro di Val di Noto accorsero con settecento cavalli Giordano, Roberto di Sordavalle ed Elia Cartomi ed una furiosa battaglia fu combattuta presso Catania tra i cavalieri normanni e un esercito di parecchie migliaia di Saraceni comandato dallo stesso emiro.
Per tre volte gli assalti delle truppe di Giordano furono ricacciati indietro dalla fanteria nemica; ma quando alla fine attaccarono la cavalleria musulmana, la sbaragliarono. Ne seguì una strage orribile, i fanti dell'emiro furono in gran parte fatti a pezzi; dei cavalieri molti furono uccisi, molti si sparpagliarono per la campagna, e pochi con Benavert trovarono scampo entro le mura di Catania, che fu stretta d'assedio. Disperando l'emiro di resistere, fuggì di notte a Siracusa, e la città ritornò nelle mani di Giordano.

Dopo questa clamorosa vittoria, Ruggero ebbe un po' di tregua dalle armi musulmane; molto invece gli diedero da fare gli stessi suoi vassalli e il figlio. Un ANGELMARO che per il suo valore da basso stato era salito ad alta condizione e aveva sposato la vedova di Serlone, accecato dall'ambizione, si era impadronito di Geraci, guadagnando alla sua causa gli abitanti. Tornato dalla terraferma, Ruggero personalmente volle punire l'ingrato e lo assalì con un contingente di truppe, riprese Geraci e costrinse il ribelle alla fuga.

Più grave fu invece la ribellione del figlio Giordano avvenuta subito dopo, nel 1082. Non contento di essere stato lasciato dal padre come luogotenente della Sicilia e sapendo di non potere per i suoi natali illegittimi conseguire la signoria dell'isola, istigato da alcuni, tentò ugualmente di conquistare lo stato paterno con la violenza.
I castelli di San Marco e di Mistretta, nella Val di Demona, assaliti, caddero nelle sue mani. Reso baldanzoso da questi primi successi, Giordano si rivolse contro Traina, dove Ruggero teneva i suoi ingenti tesori, custoditi da uno stuolo di fedelissimi guerrieri, ma ne fu respinto. Saputo il caso, Ruggero, anche questa volta "volò" in Sicilia e, temendo che l'incauto giovane per disperazione passasse alla parte dei Saraceni, gli perdonò, considerando la ribellione come una monelleria giovanile, mentre fu spietato contro i dodici consiglieri del figlio, che pagarono loro, furono presi ed accecati.

Fatti d'armi importanti fra Normanni e Musulmani fino al 1085 non sono registrati, e forse entrambi i due nemici per tre anni deposero le armi al piede senza disturbarsi a vicenda. Ma nell'agosto di quest'anno Benavert ritornò con maggior violenza alle offese. Approdato di notte, dopo un vittorioso combattimento navale, a Nicotra di Calabria e sconfitto in uno scontro un corpo di cavalleria normanna, saccheggiò la città, in parte la distrusse e, fatti prigionieri uomini e donne, si rimise in mare. Nella via del ritorno sostò a Reggio, devastò le chiese di San Nicolò e San Giorgio rompendo i sacri vasi, distruggendo gli arredi, spezzando le immagini; irruppe poi, a Rocca d'Asino, nel Monastero della Madre di Dio, lo saccheggiò e si portò via le monache a Siracusa.

Alla gravissima offesa pronta seguì la vendetta. Nell'ottobre di quello stesso anno furono iniziati i preparativi e nel maggio del successivo (1086) la flotta e l'esercito erano entrambi pronti a muovere contro Siracusa. Raggiunto per mare Giordano, che con l'esercito lo aspettava a capo di Santa Croce, presso l'odierna Augusta, Ruggero con una delle sue solite singolari idee, spedì con una piccola barca a Siracusa alcuni uomini in fogge musulmane e che conoscevano perfettamente la lingua araba, così riuscirono senza destare alcun sospetto ad aggirarsi in mezzo alla flotta saracena, esplorando ogni cosa utile all'imminente progettato attacco; e al ritorno riferirono essere il nemico pronto alla battaglia.

Era il 24 maggio del 1086, giorno di domenica: Ruggero fece celebrare la messa sul lido, confessare e comunicar le sue truppe e, spedita con il figlio la cavalleria a Siracusa, appena calata la notte si avviò con l'armata verso la città. Come i Saraceni videro comparire i navigli normanni li accolsero con un nutrito tiro di frecce, ma, dimostrandosi questi mezzi inefficaci di fronte alla superiorità degli arcieri e balestrieri nemici, l'emiro BENAVERT comandò l'arrembaggio.
Lo scontro delle due flotte fu violento. E ancora più violento e protagoniste furono le due navi ammiraglie; quella dei Musulmani del Benavert puntò per cozzare contro quella dei Normanni su cui stava Ruggero, e una lotta terribile s'ingaggiò corpo a corpo tra il d'Altavilla e l'Emiro. Ferito da un colpo di lancia e incalzato da Ruggero, Benavert cercò scampo saltando su un'altra nave; ma affaticato dalla mischia, indebolito dal sangue versato e gravato dalla pesante, corazza, spiccò corto il salto e cadde in mare; e con il peso dell' armatura che aveva addosso non venne più a galla.

La improvvisa fine dell'emiro mise lo scompiglio nella flotta musulmana, la quale, una buona parte fu mandata in fondo al mare a raggiungere l'emiro, una parte fu catturata, e parte si salvò con la fuga.
Se in quel momento Giordano avesse dato l'assalto alla città questa sarebbe caduta subito in potere dei Normanni; ma aveva avuto dal padre l'ordine di non attaccare e così Siracusa ebbe il tempo di riaversi e prepararsi alla resistenza. La quale fu oltremodo lunga ed energica. Infatti, i Saraceni siracusani si difesero con disperato valore per circa cinque mesi, dalla fine di maggio all'ottobre.
Visto che la resistenza non fiaccava l'animo e la tenacia del nemico che non mollava l'assedio, sperarono di placare Ruggero rimandando liberi tutti i prigionieri normanni; ma non intenerì il normanno; anzi raddoppiando gli assalti e causando con i tiri delle macchine gravi danni alle mura e ai difensori, questi alla fine vennero a patti dopo che la moglie e il figlio di Benavert si furono salvati con la fuga a Noto.

Con la morte di Benavert, la resa di Siracusa, le condizioni dei territori dell'isola ancora in mano musulmana divennero disperate; tanto più disperate in quanto TEMIN, avendo stretto con Ruggero patti d'amicizia, non poteva certo mandare loro dall'Africa nessun aiuto. Né, anche se avesse voluto romper l'amicizia, li avrebbe potuti soccorrere, perché una grave tempesta si stava addensando in quel momento sul suo capo.
Pisani, Genovesi ed Amalfitani stavano armando navi contro di lui e si preparavano ad una spedizione che doveva avvenire nel luglio e nell'agosto del 1087 e che doveva finire con la presa di Mehdia, capitale dello stato africano di Temin. Fu una grandiosa vittoria delle armi e delle unite flotte italiane che fruttò la liberazione di numerosissimi prigionieri, un bottino ricchissimo, una considerevole indennità di guerra e la concessione di franchigie doganali alle repubbliche marinare del Tirreno.

Tutti i saraceni di Sicilia ora ubbidivano ad IBN-KAMUD, emiro di Castrogiovanni e di Girgenti, e alla conquista di queste due importanti città mirava ora Ruggero. Non credendosi l'emiro sicuro a Girgenti, lasciò in questa piazza la moglie e i figli e con la maggiore e miglior parte delle sue truppe si fortificò a Castrogiovanni; e qui si trovava, quando, cominciata l'estate del 1087, Ruggero con ragguardevoli forze pose l'assedio a Girgenti.
Bombardata da potenti macchine di guerra, dopo qualche mese d'assedio, il 25 luglio di quell'anno la città cadde nelle mani di Ruggero; vi costruì subito un possente castello con torri, bastioni e fossi, e lasciatovi un presidio, si diede a fare una dietro l'altra scorrerie nella provincia conquistando Platani, Muxaro, Guastanella, Rahl, Bifara, Micolufa, Naro, Caltanissetta, Sutera, Licata e Ravanusa.

Tra i prigionieri fatti a Girgenti erano la moglie e i figli di IBN-KAMUD, di cui Ruggero si servì per guadagnarsi l'animo dell'emiro e indurlo alla capitolazione. Ordinò che le donne e i figli fossero onorevolmente trattati, pensando che più facilmente avrebbe piegato all'accordo l'emiro nel conservargli immune da oltraggi la sua famiglia. Alla testa di cento lancieri Ruggero si diresse poi a Castrogiovanni e quando fu vicino alla città invitò segretamente ad un incontro IBN-KAMUD, il quale, certo della lealtà di Ruggero, vi andò solo, e tanto ben disposto per l'onesto trattamento fatto alla moglie e ai figli e per le difficoltà in cui si trovava, che promise di restituire la piazza e di farsi anche lui cristiano.
Indubbiamente quello che avvenne dopo fu sicuramente un'altra singolare idea di Ruggero. Il tutto per non far perdere la faccia all'emiro, che non voleva arrendersi, ma perdere con onore sul campo.

Tornato in città, finse di prepararsi per un eventuale assedio e in un giorno stabilito, alla testa dei suoi più forti guerrieri e portandosi dietro quanto di più prezioso possedeva, uscì come se andasse ad un'importante impresa e si avviò invece ad una località dove Ruggero con un buon numero di armati (lo) aspettava in agguato. Giunti sul posto, i Musulmani furono facilmente catturati. La notizia del fatto produsse lo scompiglio nella città, la quale, rimasta priva dell'emiro e dei migliori difensori, si arrese a buoni patti. IBN-KAMUD si battezzò e, riavuta la moglie, si stabilì in Calabria, presso Mileto (signoria normanna), dove gli furono concessi alcuni feudi.
Ultime a venire in potere di Ruggero furono le città di Butera e Noto. La prima, stretta d'assedio, capitolò nella primavera del 1089; la seconda, fuggita la moglie di Benavert con il figlio in Africa, fece spontaneamente atto di sottomissione nel febbraio del 1091.

"Insignoritisi - scrive l'Amari - in tal modo i Normanni di tutta l'isola siciliana, Ruggero nello stesso anno 1091 partì alla conquista di Malta, quando cominciò, scrive il biografo, a voler soggiogare nuove province anche oltre il mare, per sfogare quella sua brama di conquiste e quel bisogno che sentiva di muoversi, affaticarsi, guerreggiare.
Mentre preparava la spedizione e chiamava i suoi baroni, gli fu detto che MAINIERI kaid di Acerenza, dopo aver Ruggero mandato un'ambasciata per avere con lui un pacifico abboccamento, aveva risposto al messaggero: "io lo vedrò in viso solo quando gli avrò fatto del male". Acceso d'ira a quest'ingiuria, Ruggero dalla Sicilia tornò in Terraferma; Pietro di Mortaio lo seguì otto giorni dopo con un esercito allestito in Sicilia pieno forze di Musulmane, con il quale Ruggero iniziò a muoversi contro Acerenza, la strinse di assedio fin quando Mainieri scese a chiedergli perdono e offrirgli i suoi tesori per aver salva la vita.

Prima di ritornare in Sicilia, Ruggero mise sottosopra il territorio di Cosenza che aveva disdetto la signoria del favorito Duca di Puglia. Poi comandò che entro quindici giorni si radunassero le genti e le navi al capo Scalambri che difende da ponente il porto di Longobardo, la Caucana di Tolomeo e di Procopio, da dove Belisario era partito alla conquista di Malta quattro secoli prima di lui.
Del mese di luglio vi si recò il Conte, sempre gagliardo, che non gli pesavano i sessant'anni ed aveva preso la sua la terza moglie. Suo figlio Giordano lo pregò di concedergli di guidare l'impresa, ma lui si adirò ricordandogli che "essendo primo nella spartizione delle conquiste, primo voleva entrare nei rischi e peripezie delle stesse". Poi comandò al figlio che durante la sua assenza doveva scorazzare continuamente in Sicilia con le truppe, senza mai fermarsi in una città, in una fortezza, o in un castello.
Ruggero, dopo aver fatto dare fiato alle trombe e a tanti altri strumenti di musica, con i quali pare avesse con valenti suonatori composta una banda, fece togliere le ancore e sciogliere le vele alla sua nave, che dopo il secondo giorno di navigazione era nelle acque di Malta. Prima fra tutte ad avanzare fu la sua nave, e primo sbarcare con i tredici cavalieri che aveva con sé volle essere lui: scaramucciando con alcuni Musulmani dell'isola aspettò poi l'arrivo e lo sbarco delle altre navi e con i suoi uomini passò la notte dormendo sulla spiaggia.

Il giorno dopo disseminò prima i cavalli per la campagna, poi mosse contro la città con il grosso dell'esercito. Ma il kaid e gli abitanti o perché le temevano o perché non avvezzi ad usare le armi, si affrettarono a venire a patti:
di liberare tutti quei prigionieri cristiani che da anni erano mandati sull'isola; di consegnare le armi, i cavalli e tutti gli arnesi di guerra; di pagare una grossa taglia oltre che un tributo annuale; di tenere la città in nome del conte Ruggero prestandogli giuramento di fedeltà.
Scene di giubilo ci furono quando furono liberati i cristiani segregati sull'isola, cantando salmi di ringraziamento si buttarono ai piedi di Ruggero il "liberatore" li distribuì nelle navi fino all'inverosimile, che quasi temevano di andare a fondo per il troppo peso poi salparono per la Sicilia.
La solita leggenda narra invece che le navi con il carico di cristiani di provata fede, erano così leggere che navigavano e volavano sul pelo dell'acqua come dei gabbiani, per portare il "prezioso" carico alla loro terra d'origine.
Meno miracoloso fu il loro apparire a Gozzo; vi approdarono, la saccheggiarono, e l'assoggettarono in nome di Ruggero, il quale quando vi giunse, concesse loro la libertà, offrì loro quei terreni, promettendo gli strumenti agricoli per coltivare la terra e l'esenzione perpetua dalle tasse, ma voleva che edificassero sul posto come ricordo di quella liberazione una nuova città col nome di Villafranca.
Ma a quasi tutti, passata l'euforia, la cosa non era gradita, perché ognuno voleva ritornare al proprio paese da dove era partito. Pur contrariato, Ruggero, mise a disposizione le navi che dovevano traghettare in Sicilia gli ex sventurati.
Fu l'ultimo atto che coronò la conquista della Sicilia da parte di Ruggero, iniziata a Messina trent'anni prima, nel 1060, quando da pochi mesi raggiunto il fratello Roberto, "il nullatenente" giunto dal nord, iniziò la sua sfolgorante carriera di "vichingo"; che significa in lingua nordica "guerriero". "Aveva venticinque anni, grande, ben fatto, di bell'aspetto, di facile parola, coraggio a tutta prova, ambizioso, orgoglioso, turbolento, ma aperto e liberale".
Con questa "liberalità" iniziata da Ruggero, giunto da un popolo "semibarbaro", i Normanni se è vero che fecero scorrere copiosamente il sangue, è pure vero che hanno saputo dare a tutto l'Occidente cristiano, una grande lezione di civiltà: la tolleranza. Una situazione che non si ripeterà più altrettanto felicemente nella storia.
Durante tutto il loro dominio nell'Italia meridionale, tra l'XI e il XII secolo, soprattutto la Sicilia si gioverà di questa nuova atmosfera; e fra vinti e vincitori - di qualsiasi razza, stirpe, costumanza, cultura, religione- fiorirà un positivo rapporto di stima e collaborazione.
Per la Sicilia fu un secolo d'oro.

FINE


Nelle prossime pagine ci saranno altri episodi sui Normanni, i rapporti con il Papa, l'assedio di Roma del Guiscardo, e la sua fine in Oriente;
oltre ai "burrascosi" anni di Gregorio e di Enrico IV, iniziando dal primo e tornando indietro di qualche anno, quando il 29 giugno 1073 era stato eletto Pontefice
e quando il secondo diventato imperatore dà inizio al grande "conflitto" con il Papa e la Chiesa
è il periodo che va dall'anno 1073 al 1101 > > >

(VEDI ANCHE I SINGOLI ANNI o nella TEMATICA)

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
LANZONE - Storia dei Comuni italiani dalle origini al 1313
GREGORIUVUS - Storia di Roma nel Medioevo - 1855
RINALDO PANETTA - I Saraceni in Italia, Ed. Mursia
L.A. MURATORI - Annali d'Italia,

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