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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1878-1879

CONGRESSO BERLINO - ATTENTATO AL RE - MINISTERI CAIROLI

IL PRIMO MINISTERO CAIROLI: IL SUO PROGRAMMA -IL TRATTATO DI SANTO STEFANO - RIPERCUSSIONE DEL TRATTATO RUSSO-TURCO AL PARLAMENTO ITALIANO - IL CONGRESSO DI BERLINO - LA POLITICA ITALIANA DELLE "MANI NETTE - INDIGNAZIONE PER IL CONTEGNO DEI RAPPRESENTANTI ITALIANI AL CONGRESSO - MATTEO RENATO IMBRIANI E "L'ITALIA IRREDENTA" - IL DISCORSO DI PAVIA - LA POLITICA DEL "REPRIMERE E NON PREVENIRE" - DAVIDE LAZZERETTI - II DISCORSO DI ISEO - VIAGGIO DEI REALI D' ITALIA - PASSANANTE ATTENTA ALLA VITA DI UMBERTO I - DISCUSSIONE PARLAMENTALE SULLA POLITICA INTERNA - IL TERZO MINISTERO DEPRETIS - DISCUSSIONE PARLAMENTARE SULLA POLITICA ESTERA - LA "LEGA DELLA DEMOCRAZIA" - IL DISEGNO TAJANI SUL MATRIMONIO - DISEGNO DI LEGGE SULL'ABOLIZIONE DELLA TASSA SUL MACINATO - CONFLITTO TRA I DUE RAMI DEL PARLAMENTO - DIMISSIONE DEL MINISTERO DEPRETIS
IL PRIMO MINISTERO CAIROLI - IL TRATTATO SI SANTO STEFANO - IL CONGRESSO DI BERLINO - LA POLITICA ITALIANA DELLE « MANI NETTE » - M. R. IMBRIANI E L' ITALIA IRREDENTA
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IL PRIMO MINISTERO CAIROLI
IL TRATTATO DI SANTO STEFANO - IL CONGRESSO DI BERLINO
LA POLITICA ITALIANA DELLE " MANI NETTE " -
M. R. IMBRIANI E L'ITALIA IRREDENTA

Nel modo in cui era caduto il governo DEPRETIS (il 9 marzo 1878) il Re, sovrano da soli due mesi, giudicò inopportuno il tentativo di far costituire un terzo ministero Depretis, e affidò proprio al nuovo presidente della Camera, BENEDETTO CAIROLI (che era stata la causa della caduta del governo) l'incarico di formare un nuovo governo.
Cairoli, come uomo, non solo godeva la stima del sovrano ma godeva anche molta simpatia nel Parlamento e nel Paese.
CAIROLI il 24 marzo formava il ministero tenendo per sé la presidenza e dando l'Interno a GIUSEPPE ZANARDELLI, gli Esteri al senatore conte LUIGI CORTI, le Finanze e il Tesoro al SEISMIT-DODA, i Lavori Pubblici ad ALFREDO BACCARINI, la Grazia e Giustizia a RAFFAELE CONFORTI, la Pubblica Istruzione a FRANCESCO DE SANCTIS, la Guerra al generale senatore GIOVANNI BRUZZIO e la Marina all'ammiraglio senatore ENRICO di BROCCHETTI.

Esponendo il suo programma, CAIROLI diede a molti l'impressione che non era l'uomo di Stato di cui abbisognava l'Italia in quel preciso momento.
Promise di ripristinare il Ministero dell'Agricoltura, inopportunamente soppresso, e lo ripristinò, infatti, tenendo lui stesso l'interim e chiamandovi nel novembre ENRICO PESSINA; promise una prossima riforma tributaria per la quale non fosse più colpito "il proletario nel meschino e sudato frutto del suo lavoro"; promise ancora una riforma elettorale in cui il principio della capacità avrebbe sostituito quello del censo; annunziò maggiori spese per la marina e per le strade ferrate; ma nulla disse sulle questioni più difficili ed interessanti, mostrando di non avere al riguardo, una via chiaramente tracciata; non parlò cioè delle idee del Governo sulle finanze, non fece parola dei rapporti dell'Italia con l'Austria e delle relazioni con l'Estero e si limitò a dire: "II momento è grave, il domani incerto; l'Italia in amichevoli relazioni con tutte le potenze, saprà con il proposito di una neutralità sottratta od ogni pericolo mantenersi rispettata".
Ed era veramente poco!
Perché invece veramente grave era il momento che attraversava l'Europa. La Russia, vincitrice, aveva imposto con il "trattato di Santo Stefano" (3 marzo 1878) condizioni di pace molto dure alla Turchia: indipendenza della Serbia, accresciuta con i distretti di Nisch e di Mitrovitza; indipendenza ed accrescimento del Montenegro, che riceveva i porti adriatici d'Antivari e Dulcigno; indipendenza della Romania; dotazione alla Bosnia ed all'Erzegovina d'istituzioni moderne sotto il controllo della Russia e dell'Austria (da notare quest'ultima! che aveva permesso tutto questo alla Russia, convinta di guadagnare chissà cosa); erezione della Bulgaria in principato autonomo protetto dalla Russia; libera navigazione del Danubio; libertà di passaggio alle navi mercantili per i Dardanelli e il Bosforo; riforme in Armenia, a Creta e nelle province greche soggette alla Porta; indennità di guerra di un miliardo e quattrocentodieci milioni di rubli. Di questa somma la Russia lasciava un miliardo e cento milioni in cambio di Batum, Ardahan, Kars (sul Mar Nero) ed Aloschkert in Asia e della Dobrugia in Europa, che cedeva alla Romania per riavere la Bessarabia.

Contro il "trattato di Santo Stefano" protestarono l'Inghilterra (intanto rafforzava la sua base a Malta) e l'Austria, che si vedevano lese nei loro interessi; la Russia cercò di ottenere l'appoggio della Germania, ma BISMARCK dichiarò di voler restare neutrale e propose solo un congresso delle grandi potenze a Berlino per la revisione del "trattato di Santo Stefano".
L'Inghilterra fece qualcosa di più, ma in gran segreto, il 6 giugno, cioè sei giorni prima del congresso che si apriva il successivo 12 giugno a Berlino: firmerà con i Turchi un trattato, impegnandosi a difenderla da ogni "ulteriore" attacco russo, e ottiene pure dalla Porta di poter occupare l'isola di Cipro.

Anche in Italia le condizioni della pace russo-turca ebbero una ripercussione. Nella prima settimana di aprile, VISCONTI-VENOSTA, MICELI, MUSOLINO e PANDOLFI interpellarono il Governo sulla linea di condotta che avrebbe tenuto nella questione orientale, e FELICE CAVALLOTTI parlò del pericolo che per l'Europa costituiva una Russia "piantata da padrona sull'Egeo, sul Bosforo e nell'Adriatico" e sostenne che l'Italia aveva interesse ad accordarsi con l'Inghilterra e con l'Austria, cercando di ottenere da quest'ultima, il possesso delle terre irredente.

A tutti il ministro degli Esteri CORTI dichiarò che il Governo italiano nei prossimi negoziati, ispirandosi al principio di nazionalità, avrebbe cercato di conciliare i contrastanti interessi e che in caso di un nuovo conflitto si sarebbe mantenuto "in quel contegno di rigorosa imparzialità che corrispondeva all'unanime sentimento della Nazione".

Il congresso di Berlino si aprì il 12 giugno e durò fino al 13 del mese successivo. La Germania era rappresentata da BISMARCK, del principe HOHENLOHE e dal barone WERTHER; l'Inghilterra da BENIAMINO DISRAELI, dal marchese di SALISBURY e da lord RUSSEL; la Francia da WADDINGTON, da DESPREZ e dal conte di SAINT-VALLIER; l'Austria-Ungheria dal conte ANDRASSY, dal barone HAYMERLE e dal conte KAROLY; l'Italia dal conte CORTI e dal conte de LAUNAY; la Russia dal principe GORTCIAKOFF, dal barone d' OUBRIL e dal conte SCHOUVALOFF; la Turchia da CARATHEODORY-pascià, da MEHEMET-ALÌ e da SADULLAH-BEY.

Nel congresso -pur dopo una revisione- fu riconosciuta l'indipendenza della Romania, della Serbia e del Montenegro, al quale fu lasciato il solo porto di Antivari e furono assai ridotti gli ingrandimenti territoriali; la Romania cedette alla Russia la Bessarabia ricevendone la Dobrugia; si restrinse il territorio del principato Bulgaro; si stabilì di restituire alla Turchia la Macedonia e di accordare alla Rumelia orientale una larga autonomia amministrativa; si limitò a due mesi l'occupazione del territorio bulgaro da parte delle truppe russe, che, secondo il trattato di Santo Stefano, dovevano rimanervi due anni; la Bosnia e l'Erzegovina rimasero sotto la nominale sovranità della Porta ma furono occupate e amministrate dall'Austria, la quale inoltre strappò al Montenegro il porto di Spitza, e ottenne di porre una sua guarnigione nel sangiaccato di Novi Bazar e che nelle acque di Antivari non entrassero navi da guerra delle varie nazioni. Fu mantenuta la neutralizzazione del Danubio e confermata la libertà degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli.
Una commissione europea doveva elaborare la costituzione bulgara e riorganizzare le province greche soggette alla Turchia. L'8 luglio i rappresentanti inglesi comunicarono che il 4-5 giugno l'Inghilterra aveva ottenuto dalla Turchia di poter occupare Cipro, ma non rivelò di aver fatto anche un trattato antirusso.

Nel congresso di Berlino l'Italia ebbe una parte puramente passiva. Fra l'altro il conte CORTI (che rimase in carica solo sei mesi) arriv� al Congresso assolutamente impreparato, non avendo conoscenza alcuna dei problemi l� in discussione (dal 1861 al 1881 l'Italia ebbe 19 ministri degli esteri!)

Vi si presentò senza un programma o, meglio, con il programma della "politica delle mani nette". I propositi di CRISPI di non permettere, senza compensi per l'Italia un ingrandimento dell'Austria erano stati del tutto dimenticati, e si era perfino lasciata cadere l'offerta di compensi nell'Albania, fatta dal Bismarck e da lord Derby, e non si erano intavolate le trattative per un'alleanza contro la Francia che il cancelliere tedesco si era dichiarato pronto a stipulare.
L'Italia fu anche schernita: quando il rappresentante italiano fece quel vago tentativo per ottenere all'Italia il Trentino, Gorciakov osserv� (con un chiaro riferimento alla guerra del '66) che "l'Italia doveva aver perduto un'altra battaglia se chiedeva di annettersi un'altra provincia".

Né questo fu tutto. Nell'agosto e nell'ottobre del 1876 (l'abbiamo già accennato nel precedente capitolo) il conte austriaco ANDRASSY aveva proposto all'Italia di cercare a Tunisi o altrove compensi per un'eventuale occupazione austriaca della Bosnia e dell'Erzegovina (insomma era come dire "fatevi una guerra per conto vostro"); e nel febbraio del 1877 pure il generale russo IGNATIEFF (che poi stipulò il trattato di Santo Stefano) aveva spinto il governo italiano ad occupare la Tunisia; ma il DEPRETIS non aveva raccolto le proposte, ostinato nell'idea di ottenere una rettifica dei confini orientali della penisola (Trento e Trieste - ma che l'Austria non voleva nemmeno sentirne parlare).

Nel febbraio del 1878 (quindi prima del Congresso) l'Inghilterra e l'Austria avevano fatto alcune aperture con il Depretis (pochi giorni prima della caduta del suo governo, formato poi da Cairoli) per un accordo mirante a difendere i comuni interessi commerciali e politici nel Mediterraneo, ma il DEPRETIS aveva rifiutato ed essendosi rinnovate poco dopo le proposte inglesi lo stesso aveva fatto il CAIROLI, facendo rispondere il 28 marzo a lord DERBY che l'Italia non avrebbe preso "impegni categorici e tali da poterla condurre ad un azione".

E come se tutto ciò non bastasse, il 6 giugno del 1878, alla vigilia quasi del congresso di Berlino, il CORTI aveva scritto all'ambasciatore NIGRA a Pietroburgo dichiarando che l'Italia si sarebbe "presentata al congresso assolutamente libera da qualsiasi impegno con tutti i gabinetti europei". E così il rappresentante italiano non patrocinò gli interessi della nazione al congresso, non protestò contro l'occupazione austriaca della Bosnia ed Erzegovina e contro gli altri vantaggi ottenuti dal vicino impero austro-ungarico, mantenne un silenzio quasi costante, e non si accorse nemmeno
che l'Inghilterra, con il consenso della Germania, aveva dato alla Francia piena libertà per Tunisi.
Probabilmente le grandi potenze si misero a ridere, quando il rappresentante italiano sosteneva il principio dello status quo nel Mediterraneo e dell'integrità territoriale dell'Impero turco sia nei Balcani, sia nell'Africa settentrionale.
Loro avevano - con i patti segreti, con i consensi o chiudendo gli occhi - già diviso tutto, o deciso di dividersi tutto in futuro.

Enorme fu l'indignazione degli Italiani quando videro che il ministro degli Esteri conte LUIGI CORTI aveva chiesto niente e ovviamente ottenuto niente al congresso.
Uomini di ogni colore politico inveirono contro il Governo che con la sua politica debole e di rinuncia disonorava la nazione e minacciava di rovinarla. Numerosi comizi di protesta furono tenuti in molte città. In quello tenuto a Cesena, AURELIO SAFFI disse:
"Dalla coscienza dei diritti, di dovere, d'onore nazionale esce l'agitazione presente, e guai per la nazione italiana se così non fosse. Il silenzio dei popoli su ciò che offende la dignità dell'essere loro, è segno di decadenza, foriera di servitù".

RUGGIERO BONGHI scrisse:
"La coscienza dell'Italia, in quanto si è chiarita nell'azione della sua diplomazia, è apparsa misera, angusta. Una nazione diventata grande è come un uomo salito su un monte: una più gran distesa di terre, di acque, di cose gli si rivela agli occhi. La diplomazia d'Italia, diventata grande Nazione, nella prima crisi di generale importanza cui ha assistito, non è parsa aver toccato nessuna cima. Anzi, le giogaie delle Alpi da una parte e il mare dall'altra non le hanno lasciato vedere nulla al di là. L'Italia non si è sentita di assumere, già com'è, popolata da ventisei milioni di uomini, un posto, un ufficio, una missione nel mondo".

Quelli che più gridarono ovviamente furono gli "irredentisti", capitanati da MATTEO RENATO IMBRUNI, il quale nel marzo del 1875 aveva fondato il battagliero giornale "L'Italia degli Italiani" con un programma "irredentista" e nel maggio del 1877 aveva fondato l'Associazione Italia Irredenta (suo il termine "irredentista")

Irredentista noto era pure il CAIROLI, che nel novembre del 1877, inaugurandosi il monumento dei Caduti a Mentana, aveva affermato:
"Noi non ci trarremo mai dalla politica militante finché non vedremo riunite all'Italia le province ora soggette a dominazione straniera. Il sacrificio di Mentana è stato fecondo: siamo a Roma; ma l'ultima mèta non è per nulla raggiunta e si conseguirà soltanto con la concordia degli animi e con la forza del sacrificio". Ma erano solo parole.

Gli irredentisti non sapevano darsi pace che, con un presidente del Consiglio che condivideva le loro idee ed i loro sentimenti, la diplomazia italiana a Berlino si era lasciata giocare in quel modo.
Il fermento per i risultati del congresso non fu lieve. A Venezia i dimostranti assalirono il consolato austriaco e ne calpestarono e poi gettarono in un canale lo stemma. A Roma, il 21 luglio, si tenne un gran comizio irredentista, presieduto da MENOTTI GARIBALDI e vi si reclamò a gran voce la liberazione di Trento, di Trieste, dell'Istria, di Nizza, di Malta e del Canton Ticino. Il generale GARIBALDI e AVEZZANA invitarono Triestini e Trentini ad insorgere. Ma insurrezioni non ve ne furono; esodi di giovani, fra cui GUGLIELMO OBERDAN, per sottrarsi al servizio militare austriaco sì; ed essi accrescevano il numero degli irredentisti e rendevano più intensa la passione della lotta mentre sulle colonne dell'"Italia degli Italiani" IMBRIANI chiamava l'insuccesso diplomatico di Berlino "la sventura maggiore che l'Italia avesse sofferta dopo Novara" e scriveva profetando: "Si vanno svolgendo putride ore; a riscattarle occorrerà, fra non molto, tanto sangue italiano; il delitto di Berlino, così leggermente commesso, le cui conseguenze sono incalcolabili, richiederà sforzi e sacrifici del pari incalcolabili".
La linea d'orizzonte del 1915 è ancora molto lontana, ma la vista fin d'ora era chiarissima

I DISCORSI DI PAVIA E DI ISEO
LA POLITICA DEL REPRIMERE E NON PREVENIRE
ATTENTATO CONTRO LA VITA DI UMBERTO I
DISCUSSIONE PARLAMENTAR SULLA POLITICA INTERNA

Il 15 ottobre CAIROLI tenne ai suoi elettori di Pavia un discorso, che produsse una grande impressione e provocò una parziale crisi di gabinetto. Parlò dell'abolizione graduale della tassa sul macinato, promise di estendere il voto elettorale politico; difese l'opera dei rappresentanti italiani al congresso di Berlino, dichiarando che essi si erano uniformati al concetto di neutralità e pace che era poi la linea della politica italiana e, per quanto riguardava la Bosnia e l'Erzegovina, avevano creduto inutile protestare contro l'occupazione austriaca permessa dalle altre potenze; ed esponendo i principi cui si ispirava il ministero nella politica interna fece le dichiarazioni seguenti:

"Fu, ed è, e sarà, nostra prima cura il mantenere intatto il prestigio delle istituzioni con il più scrupoloso rispetto dei diritti collettivi ed individuali. Perciò non abbiamo contrastato con preventivi divieti il diritto di riunione pur quando si pronunciava con la manifestazione di una collera ingiusta e di opinioni da noi disapprovate. Ma la libertà delle pubbliche discussioni è un corollario della libertà di stampa. Il consentire a questa l'ampia libertà di discutere sulle questioni di politica interna ed internazionale, e negarla alle riunioni, è una ridicola incongruenza. La voce del cittadino non può avere minori diritti della sua penna e abbiamo confermato con gli atti ciò che proclamammo sempre con la parola, combattendo l'opposta teoria, che con il pretesto di una casualistica speciale e con il pretesto delle facoltà discrezionali, distrugge un principio sancito dallo Statuto, con il subordinarlo agli apprezzamenti personali di un ministro. L'autorità governativa vigili perché l'ordine pubblico non sia turbato; sia inesorabile nel reprimere, non arbitraria nel prevenire".

Erano gli stessi principi cui s'ispirava la politica dello ZANARDELLI, la cui applicazione era stata poi la causa dei numerosi comizi irredentisti e repubblicani, della campagna contro il regime monarchico, delle contumelie rivolte dalla stampa al re, del fiorire dei "tiri a segno", del pullulare dei circoli BARSANTI, così chiamati in onore di quel caporale che nel 1870 era stato fucilato per avere sparato contro i compagni nell'insurrezione pavese, e della morte di quel DAVIDE LAZZARETTI ("il santo David" o "profeta di Monte Amiata") che, predicando la comunanza dei beni su basi religiose e al comunismo medievale, dicendosi profeta e santo, aveva radunato intorno a sé un buon numero di seguaci in Toscana e il 18 agosto del 1878, durante una processione, era stato ucciso dai carabinieri.

Il discorso del CAIROLI, applaudito della folla, ovviamente fu riprovato dai democratici più sensati, i ministri degli Esteri, della Guerra e della Marina, quasi per protestare contro le parole del Cairoli che aveva affermato "essere improduttive le spese militari" ed anche perché prevedevano gravi pericoli all'interno e all'estero per la sconfinata libertà accordata dal Governo, presentarono le dimissioni e furono sostituiti, il primo dallo stesso presidente del Consiglio, il secondo da CESARE BONELLI e il terzo da BENEDETTO BRIN.
Impressione migliore produsse invece il discorso che il 3 novembre GIUSEPPE ZANARDELLI tenne ai suoi elettori d'Iseo; piacquero le calde proteste di devozione alla monarchia, l'annunzio che i tiri a segno sarebbero stati messi alle dipendenze del Governo e le parole spese in favore dell'allargamento del suffragio, dello scrutinio di lista e del decentramento amministrativo.

Naturalmente, a pochi giorni dalla crisi ministeriale (dell'11 dicembre), lo ZANARDELLI non poteva non difendere la politica interna del CAIROLI che era la propria, e fece gli elogi della "teoria del reprimere e non prevenire" che si sforzò di dimostrare essere ottima.
Poi si lanciò in un acceso discorso politico-filosofico:

"Anche il regime della libertà ha, i suoi difetti, come ha i suoi pregi - disse rispondendo a quelli che condannavano la libertà per i mali che ne erano conseguenza- È un regime difficile e laborioso: e certo, come diceva il conte di Cavour, è assai più facile governare senza libertà, l'indire il "sic volo, sic iubeo", il sostituire alla legge la propria volontà. Ma, dato il sistema della libertà, è evidente che essa non può esservi per la verità se non vi è per l'errore, non può esservi per il bene se non vi è per il male. Se la libertà fosse ammessa solo per le cose utili e buone, sarebbero liberi anche i governi assoluti .... La libertà, quali pur siano i pericoli che vi siano congiunti, è la gloria e la forza degli Stati; perché eleva le facoltà dell'uomo, sveglia tutte le attività, tutte le energie, accende l'amore del pubblico bene, fa apprendere ad un popolo la coscienza di sé stesso".
E, volendo dimostrare le tristi conseguenze di un regime non liberale, disse:
"I nostri avversari pretendevano che io sciogliessi le associazioni repubblicane, perché contrarie alle costituzionali istituzioni; poi i meetings per l'Italia irredenta, perché compromettenti le relazioni dell'Italia con l'estero; poi i Circoli Barsanti, perché diretti a sovvertire la disciplina dell'esercito .... Le società disciolte diventano più pericolose, trovano mille altri modi per ricomporsi, o anche non ricomponendosi, gettarvi in viso ancora più audaci sfide. Questo ci mostra l'esempio e la stessa esperienza fatta sotto i Governi assoluti. Oltre a ciò la repressione non di rado fa sì che il pubblico prenda la parte del perseguitato contro il persecutore, lo circondi delle sue simpatie e gli si desta una reazione che fa aumentare le file degli addetti alle proscritte dottrine; dal momento che, non è che dinnanzi all'albero del frutto proibito che certe idee e certi movimenti potrebbero acquistare diffusione ed importanza. Infine le associazioni disciolte si trasformano e si organizzano in società segrete. Ora meglio è avere le associazioni medesime alla libera luce del sole e trovarsi così più facilmente informati dei loro procedimenti, che renderle più pericolose, togliendo loro questa valvola di sicurezza della pubblicità e lasciandole nelle sorde cospirazioni. Le associazioni pubbliche riescono per il Governo un eccellente osservatorio per conoscere le intenzioni dei partiti avversi".

Queste frasi possono essere criticabili, ma in fondo c'era molto di vero.
Tutta la quasi quarantennale lotta dell'indipendenza italiana fu fatta da quelli che erano considerati banditi. Ed anche le successive lotte, non è che gli italiani lottarono alla luce del sole. Lottavano -anche se erano classificati banditi, briganti, terroristi -e miravano a sovvertire quello che era l'ordine costituzionale, visto però legale e "felice" solo da una parte della barricata, spesso nemmeno tanto affollata, ma sempre bene armata.

L'ATTENTATO A RE UMBERTO A NAPOLI

Nell'estate del 1878, Umberto I, accompagnato dalla regina Margherita e dal Principe di Napoli, volle visitare molte città d'Italia. Partì da Roma il 6 luglio; il 10 fu alla Spezia, dall'11 al 30 a Torino, il 30 a Milano, poi a Brescia e il 16 settembre a Monza, dove assistette all'inaugurazione del primo monumento eretto a Vittorio Emanuele II.
Il 4 novembre i Reali erano a Bologna e fu in quell'occasione che GIOSUÈ CARDUCCI da repubblicano diventò monarchico e quindi cantore della regina; il 7 erano a Firenze, il 9 a Pisa e a Livorno, il 12 ad Ancona, il 13 a Chieti, il 14 a Bari. Il 17, dopo di aver brevemente sostato a Foggia, giungevano a Napoli.
La carrozza, che portava il re, la regina, il principe ereditario e il presidente del Consiglio Cairoli, procedeva lentissima, tra la folla che aveva rotto i cordoni ed applaudiva freneticamente. Al Largo della Carriera Grande, un giovane ventinovenne di Salvia, in Basilicata, il cuoco GIOVANNI PASSANANTE, si avvicinò alla carrozza come se volesse porgere una supplica, e, salito sul predellino, con un pugnale che teneva avvolto in un cencio rosso vibrò un colpo contro il sovrano, il quale riuscì a deviare l'arma, rimanendo leggermente ferito a un braccio. Il Principino 9enne rimase imperterrito; la regina gridò al ministro Cairoli, "salvi il re !" ; Cairoli allora afferrò l'assassino per i capelli, ricevendo una terribile pugnalata alla coscia destra dal Passanante, che, colpito con una sciabolata alla testa dal capitano dei corazzieri Giovannini, fu tratto in arresto.
L'indignazione che produsse in tutta l'Italia l'annuncio del vile attentato fu grande, poi diminuì d'intensità, quando si seppe che il re era salvo. In diverse città di svolsero manifestazioni popolari di solidarietà al re. Da ogni parte, anche dalle file dei repubblicani, si levarono voci di riprovazione del misfatto; il consiglio comunale di Salvia deliberò che il paese si chiamasse Savoia di Lucania e i repubblicani resero pubblica la seguente dichiarazione:
"Noi protestiamo, indignati, come uomini e come repubblicani, contro l'insano misfatto. La vita è sacra per noi tanto in un re quanto nel più umile cittadino".

Era quello il primo attentato contro la millenaria dinastia Sabauda e giustamente la regina Margherita disse: "La poesia di Casa Savoia è distrutta", sebbene non contro un Savoia aveva voluto agire il Passanante, ma contro un sovrano. Infatti, egli dichiarò che detestava tutti i re e gli imperatori. Il processo contro l'assassino si tenne il 6 e 7 marzo del 1879. Fu difeso d'ufficio dal celebre avvocato TARANTINI e, esclusa dai psichiatri la pazzia, fu condannato a morte. Umberto I generosamente commutò la pena capitale in quella dei lavori forzati ed assegnò alla madre dell'assassino una pensione vitalizia dal suo patrimonio privato.

Purtroppo l'attentato non rimase isolato. Il giorno dopo a Firenze contro un corteo numerosissimo, il quale si recava alla Prefettura per protestare contro il tentato regicidio, alcuni internazionalisti lanciarono una bomba, che uccise tre persone, tra cui una giovinetta, e ne ferì più di dieci. Un'altra bomba fu lanciata a Pisa contro un altro corteo di protesta e la notte del 18 si tentò da elementi sovversivi di prendere di sorpresa una caserma a Pesaro.
La polizia convinta che gli attentati non sono isolati, ma fanno parte di un piano per rovesciare la monarchia e scatenare la rivoluzione, arresta numerosi internazionalisti; e la magistratura avvierà ben 140 processi a carico di affiliati di circoli dell'Internazionale.

Il re premiò il presidente del Consiglio, conferendogli la medaglia d'oro al valor militare, ma il Parlamento, pur ammirando il coraggio e la devozione del ministro, non tralasciò di rimproverare il Governo, alla cui condotta si faceva risalire la colpa degli attentati, e quando si aprì la Camera molti deputati, fra cui BONGHI, MINGHETTI, CRISPI, MARI, NICOTERA e TAJANI presentarono interpellanze sulla politica interna del ministero.

La discussione cominciò il 3 dicembre e fu molto vivace. BONGHI affermò che erano atroci e terribili i fatti accaduti nel novembre e si scagliò contro la politica del ministero che si era rivelata "molle ed infingarda nell'azione, temeraria nei concetti, gradita alle parti più mobili e sovversive del paese, e favorita da queste", concludendo con l'invitare il gabinetto a dimettersi.

MINGHETTI si disse "...interprete dell'ansia degli Italiani; incerto dell'avvenire, preoccupato dei pericoli che minacciavano la Nazione, priva com'era di un governo fermo e risoluto"; accusò il ministero di aver tollerato il sorgere e lo sviluppo di associazioni che evidentemente avevano scopi delittuosi; e ricordò il governo della Destra che aveva condannato apertamente queste associazioni che miravano a sovvertire l'ordine costituzionale.

CRISPI dopo aver sostenuto e dimostrato che il Governo aveva il diritto di reprimere e di prevenire e dopo avere ben definito i limiti e i modi della prevenzione, espose le ragioni per cui il Gabinetto non poteva più rimanere al suo posto.
Lo ZANARDELLI lo interruppe, dicendo: "Lei vada a sedere a Destra; questo è linguaggio di Destra", ma fu subito rimbeccato dal deputato siciliano, il quale disse di "...non sapere di che partito fosse il suo linguaggio, ma di sapere benissimo che la condotta del ministero era tale da condurre presto alla rovina la nazione".
Aspre requisitorie pronunziarono MARI, NICOTERA e in particolare TAJANI.
Abilmente si difese lo ZANARDELLI, dichiarando che fatti ben più gravi erano accaduti durante il governo della Destra; nella difesa fu validamente aiutato dal BERTANI, da DE SANCTIS, il quale sostenne, che "le idee si combattono con le idee, si combattono con altre dottrine, si combattono con l'educazione, non si combattono con i carabinieri e con le restrizioni"; aiutato da CAIROLI, il quale dichiarò che "i mezzi illegali ed eccezionali sono la perdita dei Governi inferociti dalla paura" e che il pugnale del Passanante "non avrebbe toccato la libertà del popolo italiano"; aiutato da AVEZZANA, TOSCANELLI, VARÈ e da GUIDO BACCELLI, che invocò l'unione di tutte le frazioni della Sinistra.

L'11 dicembre proprio BACCELLI presentò un ordine del giorno favorevole alla politica del Governo, ma la Camera chiamata al voto di fiducia la respinse con 263 voti contro 189. Il giorno dopo CAIROLI annunziava al Parlamento che il ministero da lui presieduto aveva rassegnato le dimissioni.


II TERZO MINISTERO DEPRETIS
DISCUSSIONE PARLAMENTARE SULLA POLITICA ESTERA
LA "LEGA DELLA DEMOCRAZIA" - DISEGNI DI LEGGE -
CONFLITTO TRA LA CAMERA DEI DEPUTATI E IL SENATO
DIMISSIONI DEL MINISTERO DE PRETIS

Per sentimento di gratitudine, Re UMBERTO I voleva affidare l'incarico di costituire il nuovo gabinetto ancora a Cairoli, ma questi non solo pretese di scegliere i suoi colleghi fra coloro che avevano votato per la minoranza l'11 dicembre e di conservare alcuni dei ministri dimissionari, ma anche di potere sciogliere la Camera.
Allora il re affidò l'incarico a DOMENICO FARINI, presidente della Camera, ma, avendolo questi rifiutato, lo affidò infine al DEPRETIS, che costituì il ministero tenendo per sé la presidenza, l'Interno e l'interim degli Esteri, le Finanze ad ANGELO MAGLIANI, i Lavori Pubblici a RAFFAELE MEZZANOTTE, la Grazia e Giustizia a DIEGO TAJANI, la Pubblica Istruzione a MICHELE COPPINO, la Guerra a GUSTAVO MAZÈ de la ROCHE, la Marina a NICCOLÒ FERRACIÙ e l'Agricoltura a SALVATORE MAIORANA-CALATABIANO.

Il 20 dicembre, DEPRETIS, presentandosi alla Camera, dichiarò che il suo programma era quello che aveva esposto già a Stradella nel marzo del 1876. Aggiunse che avrebbe fatto applicare con fermezza e senza arbitrii le leggi, che avrebbe difeso l'abolizione della tassa sul macinato e le proposte per una larga riforma elettorale e per le nuove costruzioni ferroviarie e che avrebbe mantenuto l'ordine pubblico.
In verità quest'ultima promessa non poté esser mantenuta; turbato, infatti, fu l'ordine più d'una volta con tumultuosi conflitti e comizi come quelli avvenuti a Milano e in provincia di Catania, là in occasione del trasporto dello ossa dei martiri del 1853, qua a causa della miseria. Altri tumulti avvennero, durante il terzo ministero Depretis, a Rimini e a Pisa, e in Sicilia la mafia e il brigantaggio tornarono a far parlare di sé.

Ad aggiungere disagio, ci si mise pochi giorni dopo il varo del governo, dopo il Natale '78, l'enciclica di Papa LEONE XIII, che con la "Quod apostolici muneri", condanna "...il socialismo, il comunismo e il nichilismo, e le nuove sette tendenti alla distruzione della società e al ritorno alla barbarie".
Suscitò larga eco; si disse anche vasti consensi nell'opinione pubblica e fu discussa anche dai periodici liberali che ne sottolineavano l'importanza per la futura vita politica italiana.

Con questo clima, il 30 gennaio del 1879, iniziò alla Camera la discussione sul bilancio degli esteri e molti deputati colsero quest'occasione per parlare del contegno dei ministri nei riguardi della questione d'Oriente. L' AIR si mise in evidenza "il pericolo che minacciava l'Italia a cagione del predominio austriaco nell'Adriatico"; MUSOLINO invece condannò le agitazioni dell'Italia Irredenta e sostenne che "non era prudenza arrischiare una guerra con l'Austria per alcune strisce di terra"; VISCONTI-VENOSTA parlò dell'isolamento in cui si trovava l'Italia e ne addossò la colpa alla Sinistra; disse inoltre che "...il paese per esser forte nel campo internazionale doveva esser forte e ordinato all'interno".
FRANCESCO CRISPI parlò e non nascose gli errori della Sinistra, ma dichiarò che, in politica estera, quelli della Destra erano maggiori, avendo trascurato l'esercito, la marina e le fortificazioni nella speranza di conseguire il pareggio, che, invece non raggiunse, ed avendo fatto una politica servilmente ligia alla Francia; e aggiunse caustico:
"Il perno della vostra politica - disse alla Destra - era la Francia, il vostro nume era l'uomo il quale regnava alle Tuilleries; non c' è un atto dal 1859 al 1870 che voi abbiate fatto di propria iniziativa e nel solo interesse italiano. Caduto l'imperatore a Sédan, mancò ogni base alla vostra politica; foste il pupillo cui è morto il tutore".

Difensore fu BONGHI, che della Destra ne ricordò i meriti durante il periodo del Risorgimento e giustificò la politica filo-Francese. Della politica della Sinistra disse invece che era stata "confusa, torbida, incerta, durante il primo Ministero Depretis, eccessivamente riservata e taciturna durante il secondo Ministero Depretis, piena di ostensione e di verecondia durante il Ministero Cairoli".
Parlarono, naturalmente per difendersi, anche CAIROLI e DEPRETIS.
Il primo dichiarò che il Parlamento, durante le varie fasi della questione d'Oriente, non aveva mai voluto che la nazione mutasse il suo atteggiamento pacifico e neutrale e a proposito dell'occupazione austriaca della Bosnia ed Erzegovina sostenne da un canto la provvisorietà di tale occupazione, e dall'altro "la volontà delle altre potenze che avevano determinato la condotta dei rappresentanti italiani al Congresso di Berlino".
Il secondo dichiarò che la mancanza di accordi internazionali anteriori al Congresso fu conseguenza della crisi del suo secondo ministero e disse, fra le altre cose, stimare oziosa una discussione sulla situazione politica passata; essere utile invece pensare all'avvenire.

Intanto proprio la politica estera dava non poche preoccupazioni al DEPRETIS, il quale si dava da fare perché fosse scongiurato un intervento delle potenze europee nella Rumelia Orientale, intervento che, nell'aprile del 1879, pareva sicuro. In quel mese si recò a Roma GIUSEPPE GARIBALDI, che ricevette visite dal Re e da altri autorevoli personaggi. Il 21 ricorrendo l'anniversario del natale di Roma, fondò la "Lega della Democrazia", che si prefiggeva la soppressione dello Statuto e della legge delle Guarentigie, il suffragio universale, l'incameramento di tutti i beni ecclesiastici, la riforma delle imposte, l'abolizione del giuramento, la bonifica di tutti i terreni del paese e la trasformazione dell'esercito stanziale in milizia popolare, il ricongiungimento delle province irredente.
Un programma che avrebbe dovuto appoggiare la stampa e i comizi popolari. Alla lega aderiscono GIOVANNI BOVIO, GIOSUE' CARDUCCI, FELICE CAVALLOTTI, AGOSTINO BERTANI, AURELIO SAFFI, e OVVIAMENTE MATTEO RENATO IMBRIANI.

SULLA QUESTIONE DEL MATRIMONIO CIVILE

Il successivo 13 maggio sempre del 1879, iniziò alla Camera la discussione del disegno di legge di TAJANI che considerava reato la celebrazione del matrimonio religioso prima del civile. Il disegno fu aspramente combattuto, oltre che dai deputati clericali, dagli onorevoli NOCITO, CHIMIRRI, ARISI e VARÈ che vedevano in esso una violazione del principio di libertà; Fu invece difeso dagli onorevoli LUCCHINI, MAZZARELLA, ROMEO, MURATORI, MANCINI e TAIANI e il 19 maggio fu approvato con 153 voti contro 101.

Nel mese di maggio dell'anno precedente il ministro dei lavori Pubblici BACCARINI aveva presentato un disegno di legge per la costruzione di nuove linee ferroviarie destinate a potenziare le reti minori. Costruzione a carico dello Stato, inizialmente di 6.000 poi di 3694 chilometri (su una rete esistente di 8.500, distinte in 63 nuove linee nazionali, regionali, provinciali, e l'esercizio governativo per un anno delle ferrovie dell'Alta Italia, quasi tutte in mano a privati e quindi un dibattito caratterizzato da una fortissima interferenza locale
Il vasto, avveniristico e costoso progetto con alcune modifiche fu ripresentato sotto questo ministero Depretis. Gli onorevoli PLEBANO e GABELLI lo avversarono; lo difesero il LA PORTA, PLUTINO, ANGELONI e il relatore BERNARDINO GRIMALDI, che pronunciò un vigoroso discorso durato due giorni.
Il Depretis propose una nuova modifica e dopo una lunga discussione alla quale parteciparono gli onorevoli SPAVENTA, BACCARINI, LACAVA, LOVITO e NICOTERA, il 30 giugno, il disegno di legge fu approvato con 257 voti contro 96. Una buona parte della spesa necessaria 169 milioni sono a carico degli enti locali, su 1260 milioni a carico dello Stato ponendo seri problemi sul suo bilancio; e che si rifletteranno sulla successiva discussione intorno all'abolizione dell'imposta sul macinato.

Fin dal 7 luglio del 1878, con 257 voti contro 71, era stato approvato dalla Camera, dopo un ampio dibattito, cui avevano preso parte SELLA, CORDOVA, CENCELLI, DAMIANI, MURATORI, PIERANTONI, un disegno di legge sull'abolizione graduale del macinato.
La caduta del ministero Cairoli non aveva permesso al Senato la discussione del disegno già approvato dalla Camera, e fu nuovamente iniziata nel giugno del 1879. Parlarono POPOLI, DEPRETIS, MAGLIANI, LAMPERTICO, BEMBO e SARACCO e il 24 luglio con 136 voti contro 50, fu approvata soltanto l'abolizione della tassa sui cereali inferiori, ma non sul grano. Il DEPRETIS presentò alla Camera dei deputati il disegno di legge modificato dal Senato e il 28 dichiarò che il Governo si riservava di proporre gli emendamenti.

Per la modifica apportata dal Senato sorse tra i due rami del Parlamento un conflitto, e alla Camera dei deputati si svolse un interessantissimo dibattito (di lana caprina) per stabilire se il Senato avesse il diritto di modificare in materia finanziaria una proposta approvata dalla Camera elettiva.
Il BONGHI sostenne che il Senato, come aveva il diritto di rigettare un'intera legge così -ed era ovvio- aveva quello di respingere una parte di essa; il MANCINI cercò invece di dimostrare che il Senato aveva il diritto in materia finanziaria di apportare emendamenti, purché però questi non aggravassero i contribuenti.
Il disegno modificato dal Senato era contrario al principio di eguaglianza dei cittadini e di tutto le province di fronte ai tributi, perché con l'abolizione della tassa sui cereali inferiori, favoriva solo alcune province e alcune classi di contribuenti.
Parimenti contro il diritto di emendamento del Senato si pronunciarono CRISPI e DEPRETIS; tuttavia quest'ultimo esortò la Camera ad accettare il disegno emendato, provocando i rimproveri di BERTANI e le censure degli onorevoli SELLA, NICOTERA, CAIROLI, ZANARDELLI e BACCARINI. Quest'ultimo, il 3 luglio del 1879, presentó un ordine del giorno di sfiducia verso il Governo, che la Camera approvò con 251 contro 159. Il ministero Depretis logicamente presentò le proprie dimissioni.

Contro DEPRETIS si formò una momentanea coalizione fra la destra, che intende rinviare l'abrogazione dell'imposta, e una parte della sinistra, ostile a Depretis, guidata da CAIROLI, ZANARDELLI, BACCARINI.

E sarà proprio Cairoli a formare il nuovo governo in un
periodo turbolento di politica interna e critica in quella estera, soprattutto con la Francia
che va ad occupare la Tunisia ...

�.Ed è il periodo che segue: dall'anno 1879 al 1881 > > >

 

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