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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI 1872-1876

SELLA - MOTI RIVOLUZIONARI - PROVVEDIMENTI - CADUTA DESTRA

IL PIANO FINANZIARIO DI QUINTINO SELLA - BISOGNI DI LEGGE SULL'ISTRUZIONE - MORTE DI NAPOLEONE III - DIMISSIONE DEL MINISTERO LANZA-SELLA; IL- RE NON LE ACCETTA - IL DISEGNO DI LEGGE SULL'ABOLIZIONE DELLE CORPORAZIONI RELIGIOSE NELLA PROVINCIA DI ROMA - MORTE DEL RATTAZZI - II SECONDO MINISTERO MINGHETTI - L'ARBITRATO PER L' "ALABAMA" - VITTORIO EMANUELE II A VIENNA E A BERLINO - INAUGURAZIONE DELLA 3a SESSIONE DELLA XI LEGISLATURA - L'ESPOSIZIONE FINANZIARIA. DEL MINGHETTI - MORTE DI NINO BIXIO - IL "CASO LA MARMORA" - IL GIUBILEO REALE - F. CRISPI ESPONE IL PROGRAMMA DELLA SINISTRA DEMOCRATICA - GLI ARRESTI DI VILLA RUFFI - MOTI RIVOLUZIONARI - ACCANITA LOTTA ELETTORALE - INAUGURAZIONE DELLA XII LEGISLATURA - DONO NAZIONALE A G. GARIBALDI - GARIBALDI A ROMA; SUA VISITA AL RE- PROVVEDIMENTI FINANZIARI - DELLA POLITICA ECCLESIASTICA DEL MINISTERO - PROVVEDIMENTI ECCEZIONALI DI PUBBLICA SICUREZZA - GLI IMPERATORI D'AUSTRIA E DI GERMANIA IN ITALIA - IL DISCORSO DI STRADELLA - CADUTA DELLA DESTRA


* IL PIANO FINANZIARI0 DEL SELLA - DISEGNO SULL'ISTRUZIONE
* MORTE DI NAPOLEONE III
* DISEGNO DI LEGGE SULL'ABOLIZIONE DELLE CORPORAZIONI
RELIGIOSE NELLA PROVINCIA DI ROMA
* MORTE DEL RATTAZZI

Il 12 dicembre del 1871, il ministro QUINTINO SELLA fece alla Camera l'esposizione finanziaria. Anzitutto comunicò i dati del progresso fatto dall'Italia negli ultimi dieci anni, secondo i quali dati erano stati venduti beni demaniali per circa 500 milioni, gli uffici telegrafici erano aumentati da 255 a 1237, il filo telegrafico da 16 mila chilometri era stato portato a 50 mila e le strade ferrate da 2200 a 6200 chilometri; quindi dichiarò che il disavanzo aumentava ad 80 milioni, cui dovevano aggiungersi altri 80 milioni per rimborsi di redditi redimibili, 31 milioni per costruzioni ferroviarie e 9 milioni per ultimare il trasferimento della capitale.

Per trovare i 200 milioni necessari per il 1872, SELLA propose un'emissione di biglietti per 300 milioni, la cessione del servizio di tesoreria alla Banca Nazionale, alla Banca Toscana, al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia, la conversione in rendita consolidata dei prestiti redimibili, la sospensione dell'ammortamento del debito contratto con la Banca Nazionale e 30 milioni di tasse sui tessuti e sul registro e bollo.
Alcuni giorni dopo, fu nominata una Giunta di 15 membri, presieduta da MINGHETTI, per lo studio del piano finanziario del Sella. Il 2 marzo il Minghetti presentò la sua relazione con la quale si respingeva, la proposta di cedere alle banche il servizio di tesoreria e d'imporre nuove tasse, accordandosi solamente la facoltà di aumentare i dazi doganali sul petrolio e sul caffè. Nella discussione che ne seguì, il RATTAZZI, che desiderava ritornare al potere, colse l'occasione per attaccare il ministero, che secondo lui, avrebbe dovuto dimettersi il giorno stesso dell'entrata a Roma con la violenza, anziché con i mezzi morali com'era stato promesso. Del Sella sostenne che mancava di coerenza nei provvedimenti finanziari e che avviava la Nazione alla rovina.
Al RATTAZZI rispose risentito QUINTINO SELLA, dichiarando che il Gabinetto intendeva appoggiarsi alla Destra e al Centro destra e che nonostante avesse riconosciuto la necessità di Porta Pia non poteva cedere il potere a coloro che avevano condotto l'Italia a Mentana
Il 21 marzo la Camera con 239 voti contro 170 approvò l'indirizzo politico del Ministero e due giorni dopo con 208 voti contro 169 approvò il disegno di legge proposto dalla Giunta.
Il 25 aprile del 1872 s'iniziò alla Camera la discussione sul disegno presentato da CESARE CORRENTI, ministro della Pubblica Istruzione, inteso a sopprimere la facoltà di teologia nelle università. La Giunta, presso di cui il disegno di legge era stato mandato per l'esame, propose di sospendere qualsiasi deliberazione fino a quando non si fosse fatta una riforma generale dell'insegnamento universitario; ma dopo i discorsi del CORRENTI, del GUERZONI, del MACCHI, del MICHELINI e d'altri deputati della Sinistra, favorevoli alla soppressione, e di quelli del BERTI, del MASSARI e del BONGHI, contrari alla riforma, respinta la proposta della Giunta, fu approvato il disegno, che, ricevuta l'approvazione del Senato il 22 gennaio del 1873, divenne legge quattro giorni dopo.

Il CORRENTI non uscì vittorioso neppure quando volle presentare un altro disegno di legge, il cui primo articolo aboliva i direttori spirituali nelle scuole secondarie. Dentro e fuori la Camera si scatenò una vera tempesta. Il ministro cercò di sopprimere l'articolo, ma vi si oppose la Sinistra, allora ritirò l'intero disegno di legge, il che provocò le dimissioni del Correnti, comunicate alla Camera il 18 maggio.
L'interim dell'Istruzione fu assunto da Quintino Sella che il 5 agosto cedette poi il portafoglio ad ANTONIO SCIALOIA.

Le dimissioni del Correnti diedero occasione alla Sinistra d'inveire atrocemente contro il ministero, che fu tacciato di clericale e reazionario. Il deputato ARA presentò una mozione di biasimo e di sfiducia, ma la destra la respinse. La lotta contro il Gabinetto intanto non accennava a cessare, anzi si faceva più intensa. Avendo il LANZA proibito che al Colosseo si tenesse un comizio promosso dal giornale repubblicano "Suffragio universale" per chiedere la convocazione di una costituente per la riforma dello Statuto, l'abolizione d'ogni culto ufficiale, degli eserciti permanenti, della pena capitale ecc., nella seduta del 25 novembre del 1872 il NICOTERA attaccò duramente il ministero.
In quella stessa seduta, discutendosi il bilancio degli Esteri, violenti attacchi Contro il Gabinetto fecero gli onorevoli MICELI, COLONNA DI CESARÒ e MUSOLINO, il quale chiamò i ministri uomini "sforniti di salde convinzioni politiche, senza coscienza del presente, senza preveggenza nell'avvenire".

LA MORTE DI NAPOLEONE

Il 9 gennaio del 1873 si spegneva a Chiselhurst, presso Londra, NAPOLEONE III e il giorno dopo, lo commemorarono alla Camera italiana GIUSEPPE MASSARI e il LANZA, il quale disse: "Sono persuaso che l'Italia tutta riceverà questa notizia con profondo sentimento di dolore; poiché essa non può dimenticare quanto deve all'imperatore che ha contribuito così efficacemente, e con il consiglio e con le armi, alla liberazione, all'indipendenza ed all'unità di questa patria nostra".

Alcuni giorni dopo fu celebrato in Santa Croce, a Firenze, un solenne funerale in memoria di NAPOLEONE III con l'intervento d'autorità civili e militari. Questo fatto offrì argomento all'on. LA PORTA per un'interpellanza, che presentò il 10 febbraio, ma che, dopo le risposte dell'on. ANTONIO DI RUDINÌ e del presidente del Consiglio, non provocò nessun voto della Camera sulla condotta del ministero.
Questo subì invece un grave scacco il 30 aprile 1873. Il ministro della Marina, ammiraglio RIBOTY aveva, fin dal dicembre del 1871, presentato un disegno di legge, proponendo la spesa di sei milioni e mezzo per la costruzione dell'Arsenale di Taranto. La giunta, stimando insufficiente quella somma, aveva proposto, per mezzo del relatore PISANELLI, di portarla a ventidue milioni, ma il Riboty e il Sella avevano dichiarato che il ministero insisteva sul suo disegno. Questo fu discusso il 28, 29 e 30 aprile e, messo in votazione non fu approvato dalla Camera che invece approvò la proposta della Giunta. Il giorno seguente il LANZA comunicò che il ministero aveva dato le dimissioni. Il re affidò l'incarico di costituire il nuovo gabinetto al PISANELLI, ma questi rifiutò e il sovrano, pregato dallo stesso Pisanelli, dal RICASOLI, dal MINGHETTI e dal BIANCHERI, respinse le dimissioni del ministero Lanza.
Il Sella ottenne che fosse ritirato il disegno di legge sull'arsenale di Taranto, dopo di che il gabinetto si ripresentò alla Camera (5 maggio) suscitando l'indignazione della Sinistra.

Il 6 maggio 1873, iniziò la discussione nel disegno di legge che sopprimeva le corporazioni religiose nella provincia di Roma, presentato fin dal 20 novembre del 1872 dal ministro di Grazia e Giustizia DE FALCO, il quale conservava le Case Generalizie e per il loro mantenimento assegnava una rendita alla Santa Sede. La Giunta (FERRACIVI, MANCILLI, MARI, MESSADAGLIA, PISANELLI, ZANARDELLI e RESTELLI) propose una modifica al disegno e cioè che le case Generalizie provvedessero direttamente al proprio mantenimento con una parte delle loro rendite.

Il disegno di legge incontrò un'opposizione vivissima; parlarono contro gli onorevoli DAMIANI, CESARINI e MICELI; discorsero contro la politica servile del ministero nei riguardi del Vaticano, BILLIA, RUSPOLI e MANCINI; in difesa del disegno presero la parola il ministro degli Esteri VISCONTI-VENOSTA e RUGGERO BONGHI. Il primo articolo che estendeva alla provincia di Roma le leggi esistenti sulla soppressione delle corporazioni religiose, fu approvato quasi all'unanimità, il secondo, che riguardava l'uso dei beni delle corporazioni religiose soppresse e la conservazione della Case Generalizie, fu approvato con un emendamento del RICASOLI. Respinta fu una proposta del MANCINI che voleva sciolti i Collegi e le case dei Gesuiti e interdetta ogni loro adunanza e fu invece approvato un articolo aggiuntivo, proposto da DE DONNO che escludeva il Generale dei Gesuiti da ogni beneficio concesso da quella legge. Il disegno fu approvato il 27 maggio con 196 voti contro 46; il Senato lo approvò il 17 giugno.

Il 22 maggio 1873era morto ALESSANDRO MANZONI e al Senato era stato commemorato dal presidente, marchese VINCENZO di TORREARSA; il 5 giugno moriva a Frosinone URBANO RATTAZZI, capo della Sinistra, e il MICHELINI proponeva al LANZA di fare un connubio con il centro sinistra per salvare il ministero, ma il Lanza rifiutò e allora si stabilì un accordo tra una parte della Destra guidata da MARCO MINGHETTI e la Sinistra di cui si era messo a capo DEPRETIS.
Intanto il SELLA, per far fronte alle maggiori spese imposte dalle riforme militari volute dal RICOTTI, proponeva di nuovo alla Camera l'imposta sui tessuti e un aumento sul Registro e Bollo e il 14 giugno dichiarava che occorreva discutere ed approvare prima delle vacanze estive i nuovi provvedimenti finanziari, presentati come non prorogabili. Invece il Minghetti, d'accordo con il DEPRETIS, presentò un ordine del giorno con cui invitava il ministro delle Finanze a rinviare tale discussione a novembre con l'impegno della Camera "di non lasciare che nuove spese si facessero senza provvedere il Tesoro di nuovi mezzi". Il Sella si oppose e la discussione cominciò il 23 giugno. Il 25 la mozione Boncompagni in favore del Gabinetto fu respinta con 157 voti contro 86 e il MINISTERO LANZA-SELLA presentò le dimissioni.

IL SECONDO MINISTERO MINGHETTI - VITTORIO EMANUELE A VIENNA E A BERLINO - ESPOSIZIONE FINANZIARIA DEL MINGHETTI - MORTE DI NINO BIXIO
IL "CASO LA MARMORA" - IL GIUBILEO REALE
F. CRISPI ESPONE IL PROGRAMMA DELLA SINISTRA DEMOCRATICA

L'incarico di formare il nuovo gabinetto fu dato al MINGHETTI, che lo costituì il 10 luglio 1873, lasciando agli Esteri VISCONTI VENOSTA, alla Pubblica Istruzione SCIALOIA e alla Guerra RICOTTI, tenendo per sé, oltre la Presidenza del Consiglio, le Finanze, e chiamando agli Interri GIROLAMO CANTELLI, ai Lavori Pubblici SILVIO SPAVENTA, alla Giustizia ONORATO VIGLIANI, alla Marina SIMONE DI SAINT-BON e all'Agricoltura GASPARE FINALI.

Il MINGHETTI diede un nuovo indirizzo alla politica estera. La nazione Italia viveva in un isolamento pericoloso, sebbene si cominciasse a tenerne conto, come prova il fatto che nell'estate del 1872 l'Italia non solo era stata scelta fra le Potenze che dovevano giudicare come arbitri a Ginevra nel conflitto sorto fra gli Stati Uniti d'America e l'Inghilterra per i danni recati alle coste americane dalla nave corsara inglese "Alabama" durante la guerra di secessione, ma aveva visto il suo rappresentante, conto FEDERICO SCLOPIS, eletto presidente del collegio arbitrale. Il Minghetti pensò di rendere più cordiali i rapporti con gl'imperi centrali e persuase il re ad accettare l'invito, rivoltogli fin dal maggio dall'imperatore FRANCESCO GIUSEPPE, di visitare l'esposizione universale di Vienna.

II 17 settembre 1873, Vittorio Emanuele II, accompagnato dal Minghetti e dal Visconti-Venosta, giunse nella capitale austriaca, in visita ufficiale caldamente accolto dalla popolazione. Non meno cordiale fu, il 22 di quello stesso mese, l'accoglienza a Berlino, dove il re fu per la sua franchezza ammirato da Guglielmo avendogli confessato che nel 1870 gli avrebbe mosso guerra se avesse avuto favorevoli al suo divisamento i ministri e la nazione.
"Ero in procinto di farvi guerra", "già, l'abbiamo scampata proprio bella" fu la risposta del re d'Italia.

Nei colloqui di VITTORIO EMANUELE con i due imperatori e dei ministri italiani con il conte ANDRASSY e con BISMARCK si parlò della convenienza di un'intesa fra le tre potenze. L'Andrassy dichiarò che non avrebbe mai appoggiato la causa del Papato, e confidò di avere rifiutato ospitalità nel territorio dell'impero al futuro Conclave; il cancelliere tedesco consigliò il Minghetti e il Visconti-Venosta di non esser troppo arrendevoli con il Pontefice e assicurò che la Germania non avrebbe mai permesso alla Francia di attaccare l'Italia.
Il 25 settembre 1873 il re lasciò Berlino diretto a Torino, dove l'8 novembre avvenne l'inaugurazione del monumento al Cavour, opera del Duprè. Alla cerimonia, che diede occasione a grandi manifestazioni di patriottismo, presero parte tutti gli ambasciatori stranieri. Uno solo fu assente: l'ambasciatore francese Fournier, il quale, avendo espresso sentimenti di conciliazione verso l'Italia, fu poco dopo richiamato in Francia (l'ira in Francia non era ancora scemata).

Il 15 novembre del 1873 fu inaugurata la terza sessione dell'XI Legislatura con un discorso del sovrano, il quale dopo di avere accennato alla piena indipendenza spirituale di cui godeva il Pontefice, parlò del suo viaggio in Austria e in Germania. "Sono lieto - disse - di assicurarvi che le nostre relazioni con tutte le potenze sono amichevoli. Queste buone relazioni ricevettero una sanzione nella visita che io feci all'imperatore austro-ungarico e all'imperatore di Germania. Le dimostrazioni di cordiale simpatia che ho ricevuto da quei Sovrani e dai loro popoli erano rivolte all'Italia risorta, che ha saputo acquistare il posto che le compete tra le nazioni civili. L'Austria e l'Italia furono già avversarie sul campo di battaglia. Eliminati i motivi della lunga contesa, rimase solo la fiducia nei comuni interessi e nei vantaggi di una sicura amicizia. Questa amicizia mi è tanto più grata, perché si associa con quegli affetti di famiglia, che un dovere più alto e più imperioso aveva potuto dominare, ma non spegnere nel mio cuore (la moglie Adelaide era della corte di Vienna. E si commosse nel vedere nella quadreria della corte Asburgica il ritratto di sua moglie bambina. Ndr). L'Italia e la Germania si costituirono entrambe in nome dell'idea nazionale, entrambe seppero fondare gli ordini liberi sulle basi di una monarchia associata per lunghi secoli ai dolori come alle glorie della Nazione. Le relazioni fra i due Governi conformi alle simpatie fra i due popoli sono una garanzia per il mantenimento della pace. Noi desideriamo di vivere in pace con tutte le nazioni, ma io sarò sempre il fermo custode del diritto e della dignità nazionale".

Il discorso della Corona, dove si parlava anche di restaurare le finanze e di compiere il riordinamento dell'esercito e della marina da guerra, produsse grande impressione in Europa e specialmente in Francia, dove la stampa, indignata per il viaggio, del re presso i due Imperatori, cominciò ad inveire contro l'Italia, accusandola di essersi schierata con i nemici della nazione francese. Invettive ed accuse egualmente esagerate, quando si pensi che proprio in quel tempo il governo austriaco si lagnava con il governo italiano perché questo non si curava di reprimere le manifestazioni di coloro che spingevano alla liberazione delle terre italiane ancora soggette agli Absburgo.

Il 27 novembre 1873, il MINGHETTI fece l'esposizione finanziaria, in cui dichiarò che il disavanzo del 1874 sarebbe stato di 130 milioni, cinquanta dei quali, e cioè quelli occorrenti per le costruzioni, si sarebbero potuti ricavare con il credito. Per colmare il disavanzo degli altri 80 milioni il Minghetti propose quattordici disegni di legge relativi alla tassa sui redditi di ricchezza mobile, alla nullità degli atti non registrati, all'abolizione della franchigia postale, all'estensione della privativa dei tabacchi in Sicilia ecc.
Una ventina di giorni dopo, e precisamente il 16 dicembre del 1873, moriva di colera, nella rada di Atchin, NINO BIXIO, che, dimessosi da generale, con una nave mercantile battezzata Maddaloni, si era recato in Oriente con scopi commerciali. La salma, sepolta nell'isolotto di Pulo Juan, fu prima trafugata dagli indigeni convinti che la cassa conteneva un tesoro, quindi, ritrovata dagli Olandesi, fu consegnata al comandante dell'incrociatore Colombo che riportò in Italia, dopo la cremazione avvenuta a Singapore, le ceneri di Bixio in un'urna, e che il 30 settembre del 1877, fu trasportata poi a Genova nel cimitero di Staglieno.

LA SCUOLA- L'OBBLIGO NON PASSA!

Il 20 gennaio 1874, mentre la Giunta esaminava le proposte finanziarie del MINGHETTI, iniziò alla Camera la discussione sul disegno di legge presentato dal ministro SCIALOIA riguardante l'obbligatorietà dell'istruzione elementare. Il disegno ebbe degli oppositori negli onorevoli MERZARIO, CASTIGLIA e LIOY, fu invece sostenuto da SCIALOIA, CAIROLI, GUERZONI, MICHELINI e CORRENTI, ma la Camera lo respinse con 140 voti contro 107. Allora lo Scialoia si dimise e l'interim dell'Istruzione fu tenuto dal Cantelli che poi il 27 settembre del 1874 lo consegnò al BONGHI.

Il 4 febbraio 1874 fu cominciata la discussione sull'ordinamento della circolazione monetaria cartacea. Il disegno di legge fu osteggiato dagli onorevoli LANCIA di BROLO, GIUSEPPE FINZI, GIACOMO DINA, ASCANIO BRANCA e QUINTINO SELLA e difesa da LUIGI LUZZATTI e MARCO MINGHETTI. La camera, che vi aggiunse un articolo, l'approvò il 21 febbraio con 169 voti contro 63.

Un giorno prima che s'iniziasse il dibattito sulla circolazione cartacea, il NICOTERA, cogliendo occasione del libro "Un po' più di luce sugli eventi politici e militari del 1866", pubblicato dal La Marmora in propria difesa, che in Germania aveva suscitato fieri attacchi contro il Bismarck, il quale in quel libro era trattato molto male, aveva presentato e svolto un'interpellanza sulla inopportunità della pubblicazione dei segreti di Stato e il Visconti-Venosta aveva risposto affermando che il Governo deplorava e disapprovava il libro del generale e prometteva che d'allora in poi avrebbe punito severamente la pubblicazione dei documenti diplomatici, che dovevano considerarsi, proprietà dello Stato.

IL GIUBILEO REALE

II 23 marzo del 1874 VITTORIO EMANUELE II portava a termine il suo venticinquesimo anno di regno. Tutta la Nazione volle onorare il Sovrano per mezzo di rappresentanze e Senato e Camera, dietro proposta del senatore conte Carlo Pepoli e degli onorevoli Giuseppe Masini della Destra e Gabriele Colonna di Cesarò della Sinistra stabilirono di presentare messaggi al re.
Quel giorno tutti i deputati e tutti i senatori presenti in Roma si recarono al Quirinale e i presidenti delle due Assemblee lessero gl'indirizzi in cui era esaltata l'opera di Vittorio Emanuele. "Sire ! - diceva il messaggio dei deputati letto dal BIANCHERI - Venticinque anni or sono la Maestà Vostra saliva sul trono dal quale l'Augusto Genitore, dopo aver sfidato la morte sul campo di battaglia, volontariamente scendeva. Egli legava a Voi, o Sire, l'eredità di onorate sventure da riparare e di grandi destini da compiere. Voi raccoglieste quella eredità con l'animo deliberato a cancellare i decreti dell'avversa fortuna. In quel giorno luttuoso prometteste a Voi stesso di fare l'Italia. Questo fu il Vostro voto a Novara il 23 marzo 1849. Lo avete sciolto ... O Sire, l'Italia vi è gratissima; l'Europa vi ammira; Vi glorificherà la storia".
Il re, commosso, rispose che non da ambizione di regno o di gloria era stato spinto a continuare e condurre a termine l'opera cominciata dal padre, ma dal sentimento del dovere. Agli omaggi del Parlamento si aggiunsero quelli dell'Esercito, della Marina, delle Province, dei Comuni e dei rappresentanti delle nazioni estere. Rispondendo all'indirizzo del Municipio romano, Vittorio Emanuele disse: "Mi è grata la larga partecipazione di Roma, dove si doveva venire, dove siamo venuti e dove resteremo".

Il 15 aprile 1874, dopo le vacanze pasquali, iniziò alla Camera la discussione sui provvedimenti finanziari proposti dal Minghetti. Durante il dibattito, FRANCESCO CRISPI pronunciò un grande discorso politico, esponendo il programma della sinistra democratica. Fra le altre cose, disse: "Noi siamo oggi quello che eravamo quattordici anni addietro. I nostri doveri non sono mutati, ma sono cresciuti, vi persistiamo e li compiremo anche senza coloro i quali ci abbandonano per impazienza di attendere, e della cui compagnia saremmo sempre onorati. Se saremo pochi di numero, non per questo è minore la forza delle nostre convinzioni. Se non possiamo essere un battaglione saremo una compagnia. Alle Termopoli furono 300 quelli che sostennero l'onore della Grecia, furono 1000 quelli che sbarcarono a Marsala".
CRISPI sosteneva la necessità di riformare il sistema tributario, di rinnovare gli ordini dello Stato, di allargare le basi su cui poggiava il Governo, di riformare lo Statuto. "Bisogna che le Camere siamo ambedue elettive, che il suffragio sia universale - diceva - a 25 anni si deve poter esser deputato ed a 30 senatore. Codesto è il sangue nuovo .... che vorrei introdotto nel corpo politico, affinché un'azione vergine, più viva, una attività che viene dai giovani anni e che manca nella seconda età torni a ridare al Parlamento quella forza, quel vigore che invano oggi cerchiamo".

Tutte le proposte del Minghetti furono approvate e il 18 maggio si cominciò a discutere la proposta riguardante la nullità degli atti non registrati, che era stata respinta dalla Commissione; fu difesa dal ministro VIGLIANI, dal Villa e, naturalmente, dal Minghetti, fu osteggiata da P. S. Mancini e dal MANTELLINI e la Camera, il 24 maggio, a scrutinio segreto, respinse il disegno di legge con 166 voti contro 165. In seguito al risultato di tale votazione il Ministero presentò le dimissioni, ma il re non volle accettarle. Alla fine dell'estate fu sciolta la Camera e furono convocati i comizi per l'8 novembre 1874.


GLI ARRESTI DI VILLA RUFFI - MOTI RIVOLUZIONARI
ACCANITA LOTTA ELETTORALE
INAUGURAZIONE DELLA XII LEGISLATURA
DONO NAZIONALE A GARIBALDI -VISITA DEL GARIBALDI AL RE - PROVVEDIMENTI FINANZIARI -
SULLA POLITICA ECCLESIASTICA DEL MINISTERO

Grande era la tensione dei partiti e preoccupante l'irrequietudine, del paese. Il partito repubblicano, che lavorava attivamente nelle Società Operaie, si faceva sempre più forte; gli Internazionalisti crescevano sempre di numero e moltiplicavano in ogni parte d'Italia le loro attivissime sezioni; scioperi e tumulti avvenivano con frequenza impressionante e moti abbastanza gravi turbavano l'ordine pubblico a Parma, a Mantova, a Padova, a Firenze, a Palermo, a Pisa, a Imola, a Bologna e a Modena.
II 2 agosto 1874, una trentina di capi repubblicani, tra cui AURELIO SAFFI, ALESSANDRO FORTIS, DOMENICO NARRATONE, FELICE DAGNINO, DOTTO DE DAULI e il colonnello garibaldino EUGENIO VALSANIA, si radunarono nella villa dell'industriale ERCOLE RUFFI, presso Rimini, per stabilire l'atteggiamento che il partito democratico avrebbe dovuto tenere nelle prossime elezioni e se si dovesse stipulare un accordo con gl'internazionalisti. Il ministro dell'Interno CANTELLI e quello di Grazia e Giustizia VIGLIANI, sospettando che in quel convegno si prendessero disposizioni per un'insurrezione antimonarchica, senza attendere i mandati di cattura, fecero circondare villa Ruffi ed arrestare tutti i convenuti che furono condotti prima nella rocca di Spoleto e poi nel carcere di Perugia, dove rimasero sotto custodia per parecchi mesi. (Saranno rimessi in libertà il 22 ottobre e prosciolti dal Tribunale di Bologna il 23 dicembre).

Altri arresti di aderenti al convegno andarono ad aggiungersi ai primi. Fra gli ultimi arrestati vi fu ANDREA COSTA; ALBERTO MARIO rimase in arresto in casa perché Agostino Bertani, che lo curava, si oppose per ragioni di salute al trasporto dell'infermo alle carceri. Il 6 agosto un paio di centinaia di rivoltosi mosse da Imola verso Bologna, abbattendo la linea telegrafica, rompendo i binari e fermando i treni; ma, affrontati da un forte contingente di truppe, i ribelli parte si dispersero, parte furono arrestati.
Il giorno dopo era pubblicato in tutta Italia il manifesto del Comitato italiano per la Rivoluzione sociale, che diceva allo schiavo esser suo primo dovere quello di insorgere e ai soldati quello di disertare e giungeva a Bologna il BAKUNIN per mettersi a capo dell'insurrezione, ma, essendo questa fallita, si affrettava -fuggendo travestito da prete- a Lugano, mentre altre bande armate comparse nella Romagna e nella Toscana si scioglievano.
Una severa repressione si abbatte in tutta Italia sul movimento operaio.

L'arbitrario arresto dei repubblicani a villa Ruffi fu sfruttato dalla Sinistra, che aveva ingaggiato la lotta elettorale con una violenza straordinaria. Essa lanciò al paese un manifesto in cui accusava la Destra di avere affossato tutte le libertà, di non aver saputo raggiungere il pareggio del bilancio e di avere asservito lo Stato alla Chiesa. Anche il GARIBALDI, che aveva accettato la candidatura del 1° Collegio di Roma e aveva aderito ai democratici, capitanati dal SAFFI, rivolse un manifesto da Caprera (29 settembre 1874) "Agli Elettori d'Italia" eccitandoli a votare per uomini onesti.
Il Ministero, dato l'accanimento degli avversari, ritenne necessario di servirsi di ogni mezzo per non lasciarsi sopraffare. Il MINGHETTI, nel discorso-programma di Legnago del 4 ottobre, affermò che il pareggio stava per essere raggiunto e dichiarò che nella prossima legislatura avrebbe proposto soltanto qualche lieve imposta; il ministro CANTELLI invitò con circolare i prefetti ad appoggiare i candidati ministeriali e a costituire per loro comitati elettorali e proibì agli impiegati di fare propaganda contro il Governo.
Fra i prefetti del regno si distinse quello di Roma, il GADDA, che fece iscrivere d'ufficio nelle liste elettorali 1461 impiegati senza farli cancellare dalle liste dei loro collegi. Nonostante le pressioni e le corruzioni, riuscirono eletti solamente 275 deputati ministeriali, che costituivano una debole maggioranza di fronte alla Sinistra numerosa, decisa a dare battaglia senza quartiere.
Le Elezioni che si svolsero l'8 e il 15 novembre, su 571.939 con diritto al voto (pari al 2.1%), i votanti furono 318.517.
I moderati conservano la maggioranza parlamentare, pur perdendo 30 seggi a vantaggio dell'opposizione di sinistra. Dei rappresentanti eletti nella precedente legislatura bel 156 non sono stati eletti e non si sono ripresentati.

Il 23 novembre del 1874, fu inaugurata la prima sessione della XII Legislatura con un discorso in cui Vittorio Emanuele, ringraziato il paese per le dimostrazioni di affetto tributategli in occasione del 25° anniversario della sua ascesa al trono, mostrò la disponibilità di riformare il diritto commerciale, di unificare la legislazione penale, di ristabilire con provvedimenti di pubblica sicurezza l'ordine turbato in alcune province e la necessità di raggiungere il pareggio del bilancio. Presidente della Camera fu eletto BIANCHERI con 236 voti contro 172 dati al DEPRETIS; vicepresidenti furono eletti BARRACCO, RESTELLI, MAUROGÒNATO, PIROLI.

La lotta tra la Destra e la Sinistra si accese subito. CRISPI, DEPRETIS, LA CAVA, NEGROTTO e NICOTERA si dimisero da membri della Giunta delle elezioni e la sinistra per oltre un mese continuò ad accusare il ministero per le illegalità usate nelle elezioni che il CAIROLI disse superiori di gran lunga a quelle usate per il passato: "Minacce, promesse, destituzioni per dispetto; sospensioni o promozioni per eleggibilità; l'esercizio del diritto elettorale contrastato in certi casi e facilitato in altri fino a quell'inaudito salvacondotto dato ad un detenuto imputato per reato comune; promozioni fino a quell'onoraria carica di presidente del Tribunale data ad un pretore, ufficio nuovo, ignorato almeno finora dai giureconsulti; le circoscrizioni elettorali mutate alla vigilia delle elezioni, anzi quando il decreto di convocazione dei collegi era già pubblicato, come avvenne in quello di Este, Atessa, Campi Salentino ed altri; l'arbitraria revisione delle liste, o per aggiunte o per cancellazioni fatte fuori del tempo prescritto dalla legge e quando vi era la impossibilità dei reclami che la legge ammette".
CANTELLI difese la condotta del Governo sostenendo essere diritto e dovere (!) di un ministero appoggiare i propri candidati, e la Camera approvò le dichiarazioni del presidente del Consiglio e del ministro degli Interni con 147 voti contro 100.

Il 2 dicembre del 1874, PASQUALE STANISLAO MANCINI presentò una proposta di legge perché si assegnasse una rendita annua di lire 100.000 a Giuseppe Garibaldi, che viveva in ristrettezze economiche a Caprera.
"Stanno scolpiti nel cuore e nella coscienza di ogni onesto italiano la parte meravigliosa ed eroica presa da Giuseppe Garibaldi - disse il Mancini - al risorgimento d'Italia, con i servizi da lui resi alla grande opera della sua indipendenza ed unità; lo spettacolo sublime, che da quattordici, anni offre alla sua patria e al mondo di una vita di abnegazione e di volontaria povertà, dopo aver avuto a sua disposizione i tesori di due Regni, ed infine il dovere sacrosanto che ha l'Italia verso sé stessa e la propria dignità di nazione, di compiere assolutamente un atto degno di chi lo fa e di chi ne è l'oggetto, e per respingere l'apparenza odiosa di essere madre immemore ed ingrata di tanto figlio, e di lasciare alle nazioni straniere il compito di accorrere con generosa gara a dimostrare il loro simpatico culto a così eccelso grado di virtù, ed a pagare il debito d'onore del popolo italiano. Queste verità si sentono non si dimostrano".

Il disegno di legge, formulato dalla Commissione che nominò relatore lo stesso Mancini, fu il seguente: "In attestato di riconoscenza della Nazione italiana al glorioso concorso prestato dal generale Garibaldi alla grande opera della sua unità ed indipendenza, è autorizzato il Governo del Re a iscrivere sul Gran Libro del debito pubblico dello Stato una rendita di lire 50 mila annue del consolidato 5 per cento, con decorrenza dal 1° gennaio 1875 a favore di Giuseppe Garibaldi ed è inoltre assegnata al medesimo un'annua pensione di lire 50 mila, con la stessa decorrenza".

Il 19 dicembre, il disegno di legge fu approvato con 207 voti contro 25 ma il Garibaldi rifiutò l'offerta, scrivendo al Mancini: "Mi inchino con rispetto e gratitudine davanti ai rappresentanti della Nazione, ed avrei accettato il dono nazionale, qualunque sia, se non vi fosse di mezzo un Governo che io ritengo colpevoli delle miserie del popolo e con cui non voglio esser complice".

Mentre al figlio giustificò questo rifiuto scrivendogli "Avrei perduto il sonno, avrei sentito ai polsi il freddo delle manette, le mani calde di sangue, ed ogni volta che mi fossero giunte notizie di depredazioni governative e di pubbliche miserie mi sarei coperto il volto dalla vergogna".

Finché la Destra rimase al potere l'eroe non volle accettare il dono nazionale; quando al potere salì la Sinistra, in seguito alle insistenze del NICOTERA, il generale accettò l'offerta, suscitando lo sdegno dei repubblicani e di quanti vedevano con dispiacere il moderno Cincinnato divenuto - com'ebbe con sarcasmo a scrivere Federico Campanella - "un pensionato della monarchia".

Nel gennaio del 1875 GIUSEPPE GARIBALDI lasciò la sua Caprera per recarsi in compagnia del figlio Menotti alla Capitale. A Civitavecchia trovò molti amici ed ammiratori che lo aspettavano e il 24 gennaio tutta Roma accorse a salutare il glorioso vecchio. Il delirio fu tanto che i cavalli furono staccati dalla carrozza e questa fu tirata a braccia. Il giorno dopo il suo arrivo, il generale si recò a Montecitorio, accolto dalla Sinistra con grandi applausi, che divennero generali ed entusiastici quando l'eroe pronunziò il giuramento.
Il 26 Garibaldi presentò alla Camera un suo disegno di legge per deviare il corso del Tevere fino a Fiumicino e mettere Roma in comunicazione diretta con il mare; il Minghetti diede la sua adesione alla proposta e parve che il generale si fosse riconciliato con il Governo.
Il 29 Garibaldi visitò il Re che lo accolse con grande cordialità e lui ricevette a sua volta la visita del presidente del Consiglio e del principe Umberto.
Un giorno prima che Garibaldi giungesse a Roma, BENEDETTO CAIROLI rivolse alla Camera una sua interpellanza sugli arresti di villa Ruffi, che dimostrò che erano ingiusti e arbitrari. Il ministro CANTELLI rispose che la riunione di Villa Ruffi aveva lo scopo di fare gli ultimi preparativi per un'insurrezione antimonarchica, e che quindi il provvedimento del Governo era più che opportuno. Allora il Cairoli presentò la seguente mozione: "La Camera considerando che la libertà individuale e l'inviolabilità del domicilio consentita dallo Statuto furono offese dagli arresti di villa Ruffi, passa all'ordine del giorno". In favore del ministero parlarono gli onorevoli RIGHI e BARAZZUOLI, contro il Governo parlarono CRISPI, FERRI e MANCINI, però nonostante i saldi argomenti giuridici addotti da quest'ultimo e la sentenza della Sezione di accusa della Corte d'Appello di Bologna, la quale aveva dichiarato che contro gli arrestati non vi era luogo a procedere perché il fatto non costituiva reato, la Camera respinse la mozione Cairoli con 232 voti contro 121.

Il 21 gennaio MINGHETTI aveva fatto l'esposizione finanziaria dell'anno 1875 dal quale risultano una spesa di 1.322.000.000 e un'entrata di 1.282.000.000, per coprire i 50 milioni di disavanzo e procurare altri 31 milioni occorrenti, aveva proposto un'operazione di credito per 20 milioni, un aumento di 9 milioni sui tabacchi, un alleggerimento di 20 milioni sulle spese per costruzioni ferroviarie una riforma sul dazio consumo e sulle tariffe doganali per 20 milioni, un aumento della tassa di Registro e Bollo e il pagamento in oro dei dazi di esportazione per 10 milioni, l'avocazione allo Stato dei centesimi provinciali sui fabbricati per 4 milioni, un riordinamento della magistratura suprema, delle scuole normali e l'abolizione dei commissari dei distretti del Veneto per 3 milioni.
Il 15 marzo, il Minghetti, nel presentare la relazione sulle circolazione monetaria cartacea e sulla situazione del Tesoro, rifece l'esposizione finanziaria, annunziò che non aveva più bisogno dell'operazione di credito per 20 milioni, che il disavanzo del 1875 risultava, anziché di 54, di 40 milioni e dichiarava che quello del 1876, se tutte le sue proposte fossero state approvate, sarebbero state di soli 24 milioni. Queste dichiarazioni lasciarono la Camera molto diffidente e a stento furono approvati l'aumento della tassa di registro sui trapassi di proprietà a titolo oneroso e l'aumento del prezzo dei tabacchi.

Nel marzo del 1875 PASQUALE STANISLAO MANCINI interpellò il Governo sul contegno dell'Episcopato e dell'alto clero che osavano apertamente insorgere contro le leggi e l'autorità dello Stato e il 3 maggio svolse l'interpellanza, denunziando gli abusi del clero, rimproverando l'arrendevolezza del Governo ed esortando questo, se voleva fare una politica veramente italiana, a tenersi lontano da ogni solidarietà con il Papato "nemico della costituzione, della potenza e della nazionalità d'Italia".

Il ministro VIGLIANI rispose sostenendo che, riguardo al clero, quella era la migliore politica che si doveva tenere se si volevano evitare contrasti all'interno e all'estero. A sostegno del Mancini parlarono LA PORTA e PASQUALE VILLARI. Quest'ultimo disse inoltre che il clero "cercava di penetrare nelle scuole, cercava d'impadronirsi delle coscienze per prepararsi al giorno della riscossa". Giustificarono la condotta del Governo, BONGHI in risposta al Villari e il MINGHETTI rispondendo a tutti gli oratori e sostenendo la necessità di una politica moderata nei riguardi del clero.
"Come - disse il Minghetti - il popolo italiano non vuole intolleranza religiosa, così non vuole neppure intolleranza civile. Il popolo italiano ripudia l'ingerenza del prete nella sua famiglia e nessuno meglio del popolo ha distinto la questione del potere temporale dal potere spirituale, e nessuno meno del popolo si è preoccupato delle scomuniche e degli interdetti, senza perciò voltare le spalle alla religione dei suoi padri. Ora questo popolo italiano non vi permetterebbe di sforzare in altra forma la sua coscienza, di ingerirvi in ciò che è meramente spirituale".
Siccome gli onorevoli PETRUCCELLI della Gattina MICELI e CAIROLI avevano presentato tre ordini del giorno invitanti il ministero a proporre una nuova legge in sostituzione di quella delle Guarentigie, l'8 maggio il Minghetti dichiarò di non potere accettare i tre ordini e di volere osservare con lealtà e fermezza la legge, assumendo vigorosamente la difesa dei diritti dello Stato ogni volta che questi fossero manomessi.
La politica ecclesiastica del ministero fu approvata dalla Camera con 219 voti contro 149.

PROVVEDIMENTI ECCEZIONALI DI PUBBLICA SICUREZZA
GLI IMPERATORI D' AUSTRIA E DI GERMANIA IN ITALIA
IL DISCORSO DI STRADELLA - CADUTA DELLA DESTRA

Già il 5 dicembre del 1874 il ministro CANTELLI aveva proposto un progetto con eccezionali provvedimenti di sicurezza pubblica, intesi specialmente ad abbattere la camorra e la mafia. Le proposte del ministro dell'Interno erano state affidate all'esame di una commissione. Il 25 maggio del 1875, il DEPRETIS, in nome della maggioranza della Commissione, presentò un nuovo disegno di legge (di GIUSEPPE PISANELLI, compendiato poi in un "articolo unico", che non si riferisce esplicitamente alla Sicilia, ma dà al governo la facoltà di istituire nelle province, poteri eccezionali di pubblica sicurezza - E in quel momento sembrava che tutti i problemi venivano solo dalla Sicilia)

Il dibattito alla Camera fu lungo, acceso e appassionante. La sinistra si oppose agli annunciati poteri eccezionali da dare alla polizia (fra i quali l'arresto preventivo) e alle autorità militari, e di dare ai prefetti il potere di inviare a domicilio coatto le persone sospette. Chiedeva invece misure di risanamento economico e sociale sottolineate da FRANCESCO CRISPI che affermò "è il governo e non la natura dei luoghi e gli istinti degli abitanti, il responsabile dell'aumento dei reati in Sicilia".
LUIGI LA PORTA denuncia il progetto come antiliberale e offensivo della Sicilia. DIEGO TAJANI ex procuratore generale della Corte d'Appello di Palermo, rincarò poi la dose (lo leggeremo più avanti)
La minoranza propose delle modifiche all'ordinamento giudiziario e un'inchiesta parlamentare sulle condizioni reali della Sicilia.

Il dibattito ebbe inizio il 3 giugno. Il MINGHETTI dichiarò che il ministero non poteva rinunziare al suo disegno e propose di compendiarlo in un unico articolo così concepito: "Sino a tutto il corrente anno, nelle province e nei comuni dove la sicurezza pubblica sia gravemente turbata da omicidi, da grassazioni, da ricatti o da altri reati contro le persone e le proprietà, in seguito a deliberazione del Consiglio dei ministri, potranno essere applicate per decreto reale le disposizioni seguenti:
" a) il prefetto avrà facoltà di ordinare con mandato scritto l'arresto preventivo delle persone gravemente sospette di far parte di associazioni di malfattori, di esserne manutengoli o favoreggiatori, e di far precedere a perquisizioni domiciliari in qualunque tempo o dovunque abbia fondato motivo di ritenere che si trovino persone, armi ed oggetti attinenti ai reati sopra indicati;
b) le persone arrestate, dopo raccolti gli atti informativi, e non più tardi di 15 giorni dall'arresto, saranno deferite all'autorità giudiziaria che non potrà in nessun caso metterle in libertà provvisoria, ovvero saranno inviate a domicilio coatto da uno a cinque anni con decreto del ministro dell'Interno sulla proposta di una Giunta locale presieduta dal prefetto e composta del Presidente del Tribunale e del Procuratore del Re: questa Giunta dovrà sentire personalmente le persone che le saranno come sopra deferite ecc.;
c) le autorità giudiziarie potranno tenere in arresto le persone chiamate a deporre o a dare indicazioni e chiarimenti sopra fatti relativi ai reati o agli individui sopra indicati, le quali si rendano sospette di falsità o di reticenza nelle loro deposizioni".

Delle proposte della minoranza il ministero accettava solo quella dell'inchiesta.
Contro il disegno di legge parlarono gli onorevoli LA CAVA, COLONNA di CESARÒ e LA PORTA; in favore MINGHETTI, CANTELLI, DONATI, PISANELLI e altri.
CRISPI pronunziò un discorso a difesa del Mezzogiorno, combatté il disegno di legge, in modo assai fiero e concluse dichiarando che i provvedimenti in discussione, se applicati, avrebbero inasprito le popolazioni siciliane già provate da lunghi periodi di regime eccezionale.
Provocarono impressione enorme le gravissime rivelazioni esposte dall'onorevole DIEGO TAIANI (che abbiamo anticipato sopra) che nel 1857 aveva difeso il Nicotera per la spedizione di Sapri e che nel 1871 era stato Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Palermo e si era dimesso per le imposizioni che fu allora costretto a subire dalle autorità governative conniventi con la mafia.
Il Taiani narrò degli episodi davvero impressionanti; suscitò lo stupore dei colleghi quando parlò della "Bolla di composizione" e rivelò come in Sicilia ci fosse palese connivenza tra la Questura e i delinquenti, che per questo motivo, nel 1871, egli aveva iniziato molti processi contro pubblici funzionari, aveva spiccato mandato di cattura contro il Questore di Palermo ALBANESE, e che poco era mancato che non mettesse sotto processo il generale MEDICI, prefetto di Palermo. TAIANI poi concluse, addossando la responsabilità della situazione in cui versava l'isola ai ministri succedutisi dal 1860 in poi. In altre parole 14 anni di connivenza mafia e governo.
Contro queste conclusioni si levò a protestare l'ex-ministro LAMA, il quale invitò la Camera a nominare una Commissione di nove membri per verificare i fatti denunciati e proporre di procedere a termini di legge contro i rei.
LA CAMERA NON ACCOLSE LA PROPOSTA (!).

Il 15 giugno il Minghetti parlò nuovamente a favore del disegno di legge, e presero la parola pure NICOTERA, BERTANI e il CAIROLI che lesse alla Camera una nobile lettera del Garibaldi che scriveva:
"Assente per infermità, presente con il cuore, esprimo il mio voto sulla legge minacciata contro tutta l'Italia, specialmente contro l'eroica Sicilia e le altre patriottiche sventurate province del Mezzogiorno. Esse reclamano provvedimenti, rimedi, non disposizioni eccezionali. Cessi l'eccezionale, incominci l'impero della giustizia. Deploro dunque e respingo il funesto progetto di legge; esorto il Ministero a non insistere, lo esorto in nome della Patria, alla quale è sacra la mia vita".

Ma il giorno dopo la Camera approvò il disegno di legge, che fu anche approvato dal Senato nonostante la viva opposizione di MICHELE AMARI, SINEO e VACCA.
In segno di protesta la sinistra non è presente alla seduta parlamentare. Mentre a Palermo, dimostrazioni contro la legge si concludono con violenti scontri con le forze dell'ordine (che seguono già le disposizioni di legge).
Il 29 giugno, respingendo una proposta di sospensiva firmata da venti senatori il Senato approva l'"articolo unico". I pieni poteri e la repressione entrano in vigore.

LA VISITA IN ITALIA DEI DUE IMPERATORI


Circa due mesi prima, e precisamente il 5 aprile, l'imperatore FRANCESCO GIUSEPPE aveva restituito, a Venezia, la visita a Vittorio Emanuele II, accolto discretamente dalla popolazione che quel giorno forse volle vedere nell'ospite non il suo ex tiranno, ma solo l'amico del re d'Italia. Il 18 ottobre un altro sovrano restituì la visita a Vittorio Emanuele: l'imperatore GUGLIELMO I, che Milano accolse con entusiasmo.
Nessuno dei due sovrani fu ricevuto a Roma; dove del resto neppure il Savoia poteva dire di aver messo le radici; i principi romani si mantennero altezzosi con la nuova corte dove oltre al rozzo sabaudo (timido in società, modi secchi, ruvidi e bizzarri nella maniera di parlare), era snobbata anche la popolana Rosina, da qualche anno sua moglie morganatica. Inoltre i principi romani erano in buona parte tutta "aristocrazia nera" (di papi)- i Torlonia, i Borghese, i Barberini, i Chigi ecc.) che non facilitavano certo i rapporti mondani. Che bisogna dire Vittorio Emanuele non cercava proprio; lui rimpiangeva le cacce sulle sue montagne valdostane, e l'agro romano non ancora bonificato, non era certo l'ambiente più gradito, anzi gli fu fatale; soccombette proprio di malaria.

La visita dell'imperatore tedesco proseguirà fino al 23 dicembre fra pranzi di gala, balli, rappresentazioni teatrali alla Scala e incontri politici tesi a rinsaldare l'alleanza fra Italia e Germania.


DEPRETIS ESPONE IL SUO PROGRAMMA DI SINISTRA

Alcuni giorni prima dell'arrivo dell'imperatore di Germania in Italia, AGOSTINO DEPRETIS pronunciava un importantissimo discorso politico ai suoi elettori di Strabella (PV), che in quel vivo malcontento in cui la penisola si trovava, sembrò una vera "dichiarazione di guerra" ai governanti della destra storica.
Nel discorso era esposto il programma che avrebbe messo in atto la sinistra non appena salita al potere: amministrazione laica delle proprietà ecclesiastiche; applicazione rigorosa dell'exequatur alle nomine vescovili; istruzione elementare obbligatoria, gratuita e laica che salverebbe "le giovani generazioni dalle insidie del partito reazionario"; legge sulle incompatibilità parlamentari; riforma della legge comunale e provinciale mirante al decentramento e all'autonomia; abolizione delle sottoprefetture e dei consigli di prefettura; riforma della legge del Macinato, della Ricchezza Mobile e di altre gravi imposte; revisione della legge di Pubblica Sicurezza; legge sulle circoscrizioni giudiziarie; revisione di nuovi trattati commerciali; legge sulla responsabilità dei pubblici funzionari; allargamento del suffragio a tutti i cittadini che sanno leggere e scrivere; niente ingerenza del Governo nelle elezioni; bando ai provvedimenti eccezionali.
Il suo progetto punta ad unire le forze di sinistra, ma ribadisce DEPRETIS la sua profonda fede monarchica.
Si sta concretizzando la "rivoluzione parlamentare" della sinistra e l'annunciata prossima sconfitta della destra.

Il 6 marzo del 1876 VITTORIO EMANUELE inaugurò la seconda sessione della XII Legislatura, annunziando nel suo discorso la presentazione di un trattato con l'Austria per il distacco della rete ferroviaria italiana da quella austriaca e un disegno di legge sul riscatto e sull'esercizio da parte dello Stato delle principali ferrovie del regno, accennando al prossimo pareggio del bilancio e ricordando le due visite imperiali.
Il giorno dopo fu eletto presidente della Camera il BIANCHERI con 172 voti contro 108 dati al DEPRETIS; vicepresidenti PIROLI, MANCINI, CORRENTI e il PERUZZI il quale avendo rinunciato, fu sostituito da COPPINO.
Pochi giorni dopo, il 16 marzo 1876, il presidente del Consiglio MARCO MINGHETTI, facendo l'esposizione finanziaria, dichiarò che finalmente si era raggiunto il pareggio del bilancio e che per l'esercizio del 1877 vi sarebbe stato un avanzo di quindici milioni. Molti furono gli applausi, ma intanto si affilavano le armi da parte della Sinistra, del Centro Sinistra e del gruppo toscano capitanato da PERUZZI per dare battaglia al ministero attaccandolo sulla mozione dell'"imposta sul macinato", la più impopolare tassa, chiamata anche "tassa sulla fame". E molti pensavano che era con questa che si pareggiavano i conti, che si pagavano le feste, e che a spese degli "affamati" s'ingrassavano i vari funzionari dello stato e molti ministri.

La legge approvata il 20 maggio del '68, stabiliva il pagamento, a partire dal 1� gennaio 1869, di un’imposta di 2 lire ogni quintale di grano macinato, di 1,20 lire per ogni quintale di avena, 0,80 lire per il granturco e la segale e 0,50 lire per gli altri cereali, la veccia e le castagne. Il pagamento doveva avvenire nelle mani del mugnaio prima del ritiro delle farine e appositi contatori erano applicati alle macine. Contro l’imposta, che colpiva in particolare le classi popolari, si era allora inutilmente schierata la sinistra parlamentare. La legge fu approvata definitivamente alla Camera con 219 voti contro 152 (*). (*) Nota: Nonostante i 152 "no", non dimentichiamo che alla Camera non esiste un rappresentante delle classi popolari. I deputati sono ex principi, marchesi, baroni, notabili, che vivono di rendita sulle loro vecchie propriet� terriere o su quelle che hanno ricevuto con l'espropriazione dei beni della Chiesa

La battaglia iniziò il 18 marzo. L'on. MORANA, in nome della Sinistra, rivolse la seguente mozione: "La Camera, persuasa della necessità che la legge del macinato non sia perturbata, e convinta che il Ministero nell'applicarla abbia recato gravi inconvenienti, passa all'ordine del giorno".
Il Minghetti chiese il rinvio della discussione della mozione Morana dopo l'esame da parte degli uffici del disegno di legge sulle convenzioni ferroviarie, ponendo la questione di fiducia.
"Se - disse concludendo - dobbiamo lasciare questo ufficio, saremo felici ripensando che noi vi lasciamo il paese tranquillo all'interno, in buone relazioni all'estero; vi lasciamo le finanze assestate e pregheremo Dio che possiate questi benefici conservare alla Patria".

La Camera respinse la proposta di MARCO MINGHETTI con 242 voti contro 181 e due giorni dopo il presidente del Consiglio annunziò all'Assemblea che il Ministero aveva rassegnato le dimissioni e che il re le aveva accettate.
Così, dall'inizio dell'Unità d'Italia, dopo sedici anni di governo, durante i quali, se non pochi errori commise, di molte benemerenze si rese degna, cadde la Destra e ci fu l'avvento della Sinistra al potere.

Con le successive elezioni politiche generali del novembre dello stesso anno '76, la sinistra anche con il voto degli elettori, conquista e consolida una larga maggioranza di governo.

L'Italia per alcuni anni volta pagina. Realizzando molto, ma non tutto ciò che DEPRETIS aveva promesso agli elettori, che (per la lentezza e i cedimenti del governo) sarà abbandonato anche dall'estrema sinistra; si spacca ulteriormente il fronte del movimento socialista; e sono sempre al di fuori dello Stato, dal Voto e dalla Politica, i cattolici.

L'inizio di questo periodo
è appunto con il primo e secondo ministero Depretis �

� il periodo dall'anno 1876 al 1878 > > >

 

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